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Condividevo ma non ho avuto lo stesso coraggio...


Intervista a Giovanni Impastato, ospite di "Stare insieme per non dimenticare", manifestazione tenutasi a Palagonia, organizzata dal collettivo P. Impastato. Girodivite lo ha intervistato, dopo il suo incontro con i ragazzi della scuola G. Ponte.
sabato 19 maggio 2007, di Cesare Piccitto - 12654 letture

Il tuo ruolo, umano e politico, apparentemente è stato marginale nella vicenda di Peppino, così almeno si deduce dal film "I cento passi", da varie interviste e documenti dell’epoca. Da come ti ho visto oggi con i ragazzi della scuola, da come ti ho sentito confrontarti non credo che tu sia stato e tutt’ora sia una figura marginale, anzi ti credo molto attivo. Vorrei sapere che ruolo hai avuto in tutto il movimento giovanile del periodo, e soprattutto nella vicenda umana e politica di tuo fratello… Prima e dopo.

Di solito non sono abituato a parlare di me… Parlo sempre di Peppino. Ti ringrazio per questa domanda. Per carità il personaggio è Peppino, è stato ed è lui il punto di riferimento per tutti noi. Tutto quello che avete visto nel film o altrove non si allontana molto dalla realtà, io ero completamento diverso da Peppino. Non ho mai avuto il suo coraggio ed eravamo due tipi caratterialmente opposti. Appoggiavo, condividevo le sue idee e scelte in pieno, ma non ho mai avuto il suo coraggio. Sotto certi aspetti lavoravo molto per il movimento giovanile di Cinisi, il rapporto personale con lui era conflittuale, d’amore e odio. Lui era il tipo che cercava di farmi prendere coscienza, di rendermi più partecipe al movimento; mi rinfacciava sempre di essere molto vicino al movimento, nel periodo "Musica e Cultura", solo perchè lì c’era il divertimento… non pretendeva molto, pretendeva un po’ più di quanto uno poteva dare, quindi i litigi del film sono reali.. Penso di non averlo lasciato mai un attimo solo, anche nei periodi più difficili. Avevo sicuramente un ruolo marginale pubblicamente, ma ho sempre lavorato, ancor più dopo la sua morte per mantenere viva la sua figura e la memoria della sua azione, ed in genere della memoria storica che ritengo sia una cosa indispensabile. Mantenere viva una figura come Peppino non è stato facile, per nessuno… né per me, né per i compagni, ancor più difficile per mia madre. Non essendo una figura istituzionale era ancor più facile infangarlo da parte degli altri, e da parte nostra più difficile difenderlo. La cultura di regime ha cercato in tutti i modi di rimuoverlo,ma grazie all’impegno costante nostro siamo riusciti ad evitarlo.

La tua figura è diventata pubblica sicuramente dal funerale di Peppino, quando tenevi il pugno alzato; successivamente hai dichiarato: "quel pugno alzato non si è mai abbassato". Che significato puoi dare oggi a distanza di ventisei anni a quel gesto?

Il significato è quello di aver mantenuto quell’impegno, quella costanza, quella caparbietà e nello stesso tempo ci ho creduto fino in fondo. Ho cercato tutti i modi per rendere viva questa figura, e soprattutto di questa figura all’interno del movimento antimafia rendere vive "le differenze" rispetto alle altre. In Peppino c’è questa radicalità, questa rottura vera che non è stata semplice, non solo all’interno del contesto sociale in cui viveva, ma soprattutto all’interno della nostra famiglia, cosa che non avviene spesso… Soprattutto se si tratta di una famiglia d’origini mafiose come la mia.

Nell’azione antimafia di Peppino è stata fondamentale sicuramente la satira nel programma radiofonico "onda pazza". Quello che ha colpito me e penso molti è quel "divertimento" di Peppino nel fare antimafia: si sente che ride si diverte e fa divertire… è reale questo divertimento che si ascolta?

Si, è verissima quell’allegria. Questo è un altro aspetto in più rispetto a gli atri militanti antimafia. Per molti in quel periodo la lotta alla mafia era qualcosa di serio e doveva farsi in modo serio, impeccabile. Peppino ha rotto gli schemi anche in questo, si può lottare contro la mafia con l’arma dell’ironia. Ha avuto questa grande capacità di mettere in ridicolo quegli uomini "intoccabili" che vivevano sugli stereotipi e omertà della gente. C’è da dire, come altra differenza rispetto a gli altri, che lui da militante comunista ha avuto un grande capacità di non farsi ingabbiare dalla propria ideologia. Era comunista ma nello stesso tempo era: un creativo, un poeta, un artista e uno di quelli che riusciva ad inventarsi metodi nuovi nell’impegno antimafia. Il circolo musica e cultura non è altro che un centro sociale d’oggi, ha anticipato i tempi…

Possiamo definirlo come un "grande comunicatore"…

Esatto. I mezzi di comunicazione hanno avuto un grande ruolo nella sua militanza. Ricordiamoci che cominciò da subito con il giornale "idea socialista", e finì la sua azione con "radio aut".

Per quanto riguarda l’aspetto giudiziario del delitto di Peppino, una sentenza che arriva a distanza di più di un ventennio è realmente giustizia?

In un paese civile e democratico non dovrebbero mai aspettarsi tutti questi anni per ottenere giustizia. La nostra è una democrazia incompiuta. Noi come famiglia abbiamo creduto fino in fondo alla giustizia. Mia madre rifiutò da subito la "logica" della vendetta personale, raccoglie l’eredità di Peppino, opera anche lei la sua rottura con la mafia optando per la scelta di legalità. Lo stato gli risponde "no tuo figlio è un terrorista", ecco come ricambiò lo stato che quanto meno doveva aiutarci da subito, per questa scelta di rottura che anche noi avevamo fatto. Soprattutto in Sicilia in cui c’è ma soprattutto c’era, molta omertà, non c’erano mai testimoni o gente che collaborasse con lo stato; in quel contesto noi che andavamo in direzione diversa siamo stati ripagati dallo stato in questo senso. Grazie al cielo questo avveniva inizialmente, per circa tutto il primo anno dopo il delitto, successivamente si è ribaltata la situazione. Parlano chiaro anche le due sentenze: trent’anni a Vito Palazzolo e l’ergastolo a Gaetano Badalamenti. Dal punto di vista giudiziario è tutto chiarito, purtroppo solo ora dopo troppo tempo e tante chiusure e riaperture d’inchiesta..

Cinisi dopo Peppino, cosa c’è adesso?

Il movimento ha continuato a lavorare soprattutto su quell’uccissione per due, tre, quattro anni dopo. Il lavoro che abbiamo fatto è stato pregevole. I compagni di Peppino hanno rischiato in prima persona facendo delle denunce e soprattutto con un lavoro di controinformazione. Dopo il movimento si è dissolto un po’, non c’era più il nucleo organizzativo che faceva riferimento a lui. Individualmente abbiamo continuato a lavorare nell’associazionismo. Ultimamente sta riemergendo un nuovo gruppo giovanile, dove è avvenuto un ricambio generazionale… Questi ragazzi hanno costituito il Social Forum Cinisi intitolato a Peppino con rapporti con l’esterno e un lavoro di rete tra il "movimento dei movimenti" e l’impegno civile antimafia. Cinisi sta cercando di far emerge la causa antimafia nell’orbita "new global" siciliana.

Ti aspettavi questa enorme diffusione mediatica, sociale e culturale della sua figura oppure dopo l’uccisione hai creduto che sarebbe finito tutto là?

Che finisse tutto con la morte di Peppino no! Di questo ne ero certo. Personalmente ho creduto e lavorato molto nello strumento cinema più degli altri mezzi, per evitare che tutto finisse nell’oblio. Il cinema ci ha aiutato moltissimo nell’opera di diffusione e ricostruzione della memoria. Dall’assassinio di Peppino fino al duemila sono passati all’incirca un ventennio, dove si è lavorato moltissimo; dimostrazione ne è il "Centro Documentazione P. Impastato", il più vasto archivio sul fenomeno mafioso esistente al mondo, che nonostante tutto il lavoro fatto non è riuscito a raggiungere quel vasto pubblico, quel pubblico immenso come invece a riuscito a fare in poco tempo il film.

Il ricordo più personale ed indelebile che hai di Peppino…

Due immagini. Quella quando era seduto a "radio aut" e si divertiva e faceva divertire, portando avanti il suo impegno, un Peppino scanzonato…. Lontano dall’impegno di militante severo… L’altra immagine quando uccisero lo zio Cesare Manzella, il capo della cupola mafiosa, Peppino molto traumatizzato. Ricordo quando eravamo davanti al luogo dell’attentato, davanti alla devastazione, e Peppino disse: "Ma questa è veramente mafia? Se questa è mafia io per tutta la vita mi batterò contro queste cose…"


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> Condividevo ma non ho avuto lo stesso coraggio...
10 marzo 2004, di : Piero Buscemi |||||| Sito Web: Condividevo ma non ho avuto lo stesso coraggio...

Non che tu ne senta il bisogno, ma ci tenevo a scrivertelo: ottima intervista! Minc.. stai diventando bravo. Con affetto, Piero.
    > Condividevo ma non ho avuto lo stesso coraggio...
    12 marzo 2004, di : Cesare Piccitto

    Grazie Piero! :-)
      > Condividevo ma non ho avuto lo stesso coraggio...
      3 giugno 2004, di : emanuele

      penso che l’affermazione "condividevo ma non ho avuto lo stesso coraggio" possa rispecchiare me... in questa affermazione c’è tutta la consapevolezza della mia mancata corresponsabilità e del mio impegno a metà! grazie...
> Condividevo ma non ho avuto lo stesso coraggio...
30 marzo 2005, di : giorgia

caro giovanni ...credo con tutto il cuore che il tuo lavoro sia davvero ammirevole ..e che grazie a te!!! e a molte altre persone impegnate ...peppino sia in grado di vivere in ogni lotta ,in ogni persona onesta ... grazie di tutto!!!
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