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La nuova Etiopia?

Quando le belle speranze muoiono all’alba...
di Emanuele G. - lunedì 23 novembre 2020 - 817 letture

Abiy Ahmed Ali è il nome del Premier etiope che nella notte fra il 3 e il 4 novembre ha scatenato l’attacco contro la regione del Tigrai dove egemoni sono le forze del TPFL (Tigray People’s Liberation Front). Il fatto è che il suddetto Premier è anche Premio Nobel della Pace. Questo leader ha uno strano modo di risolvere i problemi. Invece di scegliere la via della pace preferisce quella della guerra. Strano modo davvero per risolvere i problemi.

La situazione è oggettivamente grave. Sono stati sparati dei razzi in direzione dell’aeroporto di Asmara, ci sono scontri ai confini con l’Eritrea e il Sudan che deve registrare parecchie migliaia di profughi, si parla del massacro di 500 lavoratori su istigazione delle milizie Amhara e altro ancora.

Certamente l’ONU e l’Unione Africana seguono l’evolversi della situazione con apprensione in quanto secondo esperti di geostrategia c’è il rischio concreto che la situazione sfugga di mano e possa incendiare un Corno d’Africa già ricco di sé di criticità e problemi. Anzi si paventa la balcanizzazione della stessa Etiopia.

Qui la componente etnica è forte in quanto fino a qualche anno fa le strutture principali dello stato etiope erano in mano ai tigrini, mentre è chiaro l’obiettivo del Premier Abiy di ribaltare questa situazione. Quindi si scontrano due concezioni di stato e soprattutto etniche. Questo demone chiamato "etnia" che in ogni parte del mondo provoca lutti, stragi e distruzioni.

E questa sarebbe la nuova Etiopia? Da un Premier Premio Nobel della Pace ci si aspetterebbero altre modalità per costruire la nuova Etiopia. Le riforme. Il dialogo. L’empatia. La conciliazione. Comportamenti radicati nella pace. Ed invece no... si ricorre all’antico strumento della guerra per costruire il nuovo. Perché la guerra porta fame. Pensate che nel Tigrai ci sono ben 600.000 persone a vulnerabilità alimentare. E cosa fa Abiy Ahmed Ali? Invia una lettera agli abitanti di Mekelle (capitale delle regione ribelle del Tigrai) invitandoli ad arrendersi fra 72 ore pena l’inizio della fase finale.

No non è così che si costruisce uno stato e una società più giusta e democratica. Non ci deve essere spazio alla soverchieria in quanto ciò porta solo al disastro. L’ideale è Thomas Sankara il leggendario leader dell’Alto Volta (oggi Burkina Faso) che impresse una forte accelerazione verso una società più giusta e solidale. Non per nulla fu ucciso nel corso di un attentato il 15 ottobre del 1987. Un sogno si spense, mentre in Africa imperversano tanti signorotti che pensano solo alla guerra ed ad imporre la propria etnia sulle altre. Abiy Ahmed Ali sta sbagliando su tutta la linea... lui che è un Premio Nobel alla Pace. Il modello deve essere Thomas Sankara! Chi altri!


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