La democrazia e i suoi becchini

Una riflessione sulle radici e sulle conseguenze del potere tecnocratico (epistocrazia) in atto

di Alberto Giovanni Biuso - domenica 6 marzo 2022 - 2422 letture

[Il testo è stato redatto da me e dal collega Davide Miccione]

Nuovamente, come in altre epoche è già accaduto, il pendolo della storia sembra volerci trascinare fuori dallo spazio della democrazia. La erode, la estenua, la svuota. Ne lascia la carcassa malamente imbellettata affinché chi voglia convincersi (per stupidità, inerzia morale, viltà o convenienza) che sia ancora viva e intoccata possa farlo.

Colui che si convince da sé che tutto sia a posto è la figura triste del conformista contemporaneo, del sedicente democratico di oggi. Triste, eppure essenziale: serve con il proprio consenso e la propria acquiescenza, a far attraversare questa fase di passaggio verso la post-democrazia senza troppi scossoni in attesa di diventare, quando la transizione entro pochi anni sarà ultimata, egli stesso superfluo.

È una figura che andrebbe studiata nelle sue varie incarnazioni questa del “democratico” che non trova nulla di strano in quello che è accaduto negli ultimi anni. È il sindacalizzato che trova normale che i colleghi di lavoro mangino per terra perché non vaccinati. È l’elettore del partito democratico che si sente, appunto, democratico costituendo la spina dorsale del governo più a destra e più ostentatamente a favore delle classi dominanti della intera storia della Repubblica italiana. È colui che in tutta Europa si sente di sinistra perché si identifica con partiti di governo preoccupati di marginalizzare ogni radicalità in un ventennio che ha visto il nuovo capitalismo far fuori le classi intermedie e incedere soddisfatto verso un mondo fatto di pochi ricchissimi, pochi ricchi, un certo numero di maggiordomi dei ricchissimi e un enorme platea di sottoproletarizzati. È il lettore di Repubblica che, leggendo quello che è a tutti gli effetti un giornale della destra finanziaria, si pensa progressista e soprattutto sembra, misteriosamente, non cogliere alcuna differenza con ciò che leggeva dieci anni prima.

Ma ancor più sarebbe da studiare e da capire la cifra di questo costituendo regime. Quale formula offre? Cosa preferisce esporre allo sguardo della gente? Come traveste l’avidità delle classi dominanti? Insomma cosa offre del suo arsenale retorico per giustificare le proprie azioni? Trono, altare, fardello dell’uomo bianco, volontà popolare, volontà di Dio, esportazione della democrazia, arricchimento per i molti, arricchimento per i pochi ma “sgocciolante” su tutti? Stavolta quale idea consente ai pochi di manovrare i molti? L’idea dominante, è evidente, porta a fuoriuscire dalla democrazia in direzione di una sedicente epistocrazia, che è la teoria politica e l’ontologia sulla quale si eleva la tecnocrazia contemporanea. Se esiste un solo modo di leggere e fare le cose, se questo modo è traducibile in prassi burocratiche e in algoritmi, se quindi non ha senso discuterne, chi lo fa è ignorante o non all’altezza o è pazzo o è cattivo. A questo punto la democrazia si riduce al fastidio dato da individui che mettono le loro insufficienze o i loro interessi davanti alla razionale gestione delle cose. L’epidemia Covid19 è diventata anche la messa in scena di questo sapere dogmatico, rozzo e insieme elitario, perché l’«emergenza» non consentiva altro.

Chi ha parlato di infodemia per caratterizzare gli ultimi due anni non ha esagerato ma ha indicato solo il manganello e non la mano che lo stringe. La percussività degli organi di stampa e dei media italiani in genere, mai così unanimi e accordati dagli anni Trenta del Novecento, serve a creare l’idea di una sola versione lecita, di un sapere incontrovertibile fuori da cui vi è solo l’errore a parte obiecti e la patologia mentale a parte subiecti (exempla di questo imbarazzante secondo giro retorico si trovano, a futura memoria, nei testi di Ferry, Galimberti, Recalcati e altri minori). Costoro inconsapevolmente vengono in aiuto affinché si realizzi la profezia dell’ultimo uomo nel prologo dello Zarathustra dove “fatta salva la salute” gli uomini “tutti vogliono le stesse cose, tutti sono uguali: chi sente diversamente va da sé al manicomio” (ed. Adelphi del 1976, p.11).

Il conformismo epistocratico nascente è in fondo solo il tentativo di riempire e rendere uniforme e organizzato lo spazio tra quelle colonne invisibili indicate dal concetto di Realismo capitalista di Fischer. A che pro tentare di pensare la civiltà se solo questa c’è e solo questa deve esserci? Solo pezzi ci è dato vedere, chi prova a vedere l’intero sarà solo un soggetto fantasioso e poco attendibile.

Ma questa percussività uniformante, di cui gli ultimi due anni sono il parossismo non certo l’atto di nascita, si scontra con la caotica vitalità, nel bene e nel male, del web (non a caso soggetta a una pressione censoria che va facendosi sempre più forte da parte di quegli stessi “latifondisti” del social che con esso si sono arricchiti) e in ogni caso non è sufficiente a diboscare le complesse manifestazioni della cultura e del pensiero umano. La complessità della vita umana sta facendo resistenza.

Resistere significa però innanzitutto capire come funziona l’ascia del diboscatore e la lancia di chi è a guardia dei confini del pensabile. La convergenza su un unico racconto di questi due anni di epidemia, i suoi topoi sempre evocati, gli strali contro chi non si allinea, l’uso barbarico di alcuni termini a segnare i confini di ciò che può e non può dirsi (complottista, negazionista ecc.), il lavoro sui numeri torturati o inquinati affinché confermino la versione del regime epistocratico eccetera non basterebbero senza quella abitudine a non pensare l’interezza del pensabile che stigmatizziamo da alcuni anni e che si fa sempre più stringente ed evidente.

Lo stesso tentativo, dal Duemila in poi, di portare la filosofia extra muros, di farla diventare pratica filosofica ha avuto proprio il senso di costruire una terapia alla stenosi della pensabilità del reale. Uno stent concettuale offerto a ciascuno. Anche questa prospettiva si è schiantata nei due anni in cui intellettuali e filosofi pratici, come tutti gli altri, si sono tranquillamente autoreclusi nei confini di ciò che era lecito pensare lavorando alacremente alla propria stessa irrilevanza.

Del resto la filosofia stessa, e non solo la sua declinazione pratica, non è pensabile in un mondo dove vi è un’episteme certa e incontrovertibile, guardata a vista da occhiute sentinelle, e discendente in tutte le manifestazioni (algoritmiche e burocratiche) entro cui ci muoviamo. La filosofia necessita, come fin troppo ovviamente la sua etimologia ci indica, di un rapporto libero e non dogmatico con la sofia (di cui si è amici o amanti, non certo gestori o padroni), e alcuni filosofi che non si vogliono dare per intesi del cambiamento epistocratico di paradigma cozzano contro i confini e i loro guardiani semplicemente continuando a pensare come già nei decenni precedenti erano usi fare. Si provi del resto a immaginare, già solo la frase di Marx che vede nei governi i comitati d’affari a difesa del capitale; un complottista, si sarebbe detto un tempo, della più bell’acqua.

Di ben altro tipo oggi devono essere i filosofi per integrarsi. L’articolo in cui il filosofo della scienza Giovanni Boniolo risolve la questione della autorevolezza di Agamben con un ricorso al ranking delle citazioni (la girandola del riconoscimento con cui gli accademici si conferiscono a vicenda l’attestato di esistenza in vita) di sapore vagamente tennistico, ci rimanda invece al futuro in cui i filosofi saranno solo degli ingegneri che non usano i numeri (dunque piuttosto inutili) del tutto ignari di ogni complessità non riducibile ad algoritmi, mostrandoci però, perlomeno, che il transumano avrà anche aspetti farseschi e non soltanto drammatici.

L’instaurazione di sistemi di valutazione della ricerca che non entrano nel merito ma si limitano a questioni formali esterne: numero di citazioni per alcune discipline, pubblicazione in certe riviste indipendentemente dalla qualità dello scritto, appare sempre di più come la costruzione di un conformismo culturale su base burocratica, algoritmica e concorsuale e di una attività antropotecnico-culturale che depotenzi i ricercatori tagliando loro le ambizioni (difficile progettare qualcosa di ambizioso mentre fai la “raccolta punti” degli articoli). Non si impone un pensiero unico, si crea un sistema che renda utile un pensiero franto, gregario, conformista. Poi, stabilita una convergenza delle opinioni grazie alla pressione dei meccanismi esterni (o come si dice oggi, delle premialità) si fa finta che essa sia l’episteme.

Come ben si vede un procedimento circolare che si scorge anche nell’infodemia presente: costruisco un sistema che fa attecchire solo certe opinioni, considero quelle opinioni come la verità acclarata dalla comunità e utilizzo, infine, quella verità per ulteriori pressioni logo-diboscanti. Del resto il lavoro culturale per progetti, bandi e finanziamenti permette di dirigere senza mai dirlo i temi e i pensieri in circolazione e seleziona coloro che conformandosi diventano, per definizione, gli esperti. L’esistenza di esperti, magari anziani, non sufficientemente allineati alla vulgata diventa così un problema che il tempo sta risolvendo.

Si considerino le principali manifestazioni culturali degli ultimi anni sotto la lente epistocratica e si vedrà come esse, indipendentemente da come perlopiù le si classifichi in termini politici (di destra o di sinistra, popolari o elitarie) puntano tutte a ridurre la pensabilità del mondo e a evitare che possano esistere altre letture essenziali di esso, sostituite da una unica lettura con minuscole accentuazioni su questioni secondarie. Si pensi al politicamente corretto e alla cancel culture: entrambi necessitano di una eliminazione della prospettiva storica, di cancellare la storicità delle cose e di porre delle “sicure” preventive a ogni processo concettuale prima di iniziarlo. Un individuo cresciuto nella dittatura culturale del politicamente corretto è il miglior guardiano di se stesso e dei suoi pensieri, sempre prevedibili.

Così, individui cresciuti in epoca di diboscamento sono arrivati già abituati all’infodemia, abituati a “naturalizzare” i media da cui si informano come fossero sassi o fiori e non grumi di interessi collegati a proprietari privati perlopiù dotati di asset internazionali; abituati a sentire usare comunista o fascista come offesa e come segnale di non agibilità politica e non come descrizione di una posizione politica novecentesca, abituati a non mettere in relazione le proprie posizioni con un assetto valoriale soggiacente (creando strani cortocircuiti, ad esempio la comunità LGBTQ che predica la piena liberta d’intervento sul proprio corpo e al contempo non protesta per la perdita di liberta sul corpo che la politica vaccinale, solo in Italia e in pochi altri disgraziati paesi, ha causato); abituati a sentirsi in colpa quando usano armi ermeneutiche nei confronti del potere.

Incrociando tutti i veti, tutte le pietre di scandalo e i luoghi comuni, tutte le versioni uniche che più o meno dal 2001 siamo costretti a dare agli eventi, resta il campo dell’accettabile, di ciò che è opportuno pensare, di ciò che solo è dato pensare. Gli amministratori di questo pensiero, gli stessi che circolarmente lo stabiliscono, non possono che governarci. Si potrà volere una versione permalosa e ipersensibile, retorica e piena di finti buoni sentimenti della stessa epistocrazia tecnocratica e la si chiamerà sinistra, si potrà volere una versione truce, bellicosa, denarocentrica, e la si chiamerà destra. Null’altro è dato. Uscire da questo scontro simulato, da questo wrestling politico, significa dire le cose sgradevoli, riiniziare a pensare, ricominciare ad avere posizioni e non verità, valori e non numeri, ripensare la cultura contemporanea, la scuola, la ricerca, processare la finta neutralità della tecnica politica, anzi più radicalmente mostrare che non si dà neutralità nel mondo e nessun sapere neutro e meramente applicabile su come viverlo. Solo scelte. Se le scelte scompaiono e resta un sapere presuntamente oggettivo, perché aspettarsi che resista anche la democrazia?

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