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Il declino della classe dirigente in Italia

La rilettura di Tullio Ascarelli ci può essere di grande aiuto in relazione all’argomento
di Emanuele G. - martedì 8 ottobre 2019 - 507 letture

Uno degli aspetti più gravi del declino dell’Italia è la crisi profonda e complessa della propria classe dirigente. Sembriamo non avere più qualcuno in grado di prospettare una visione generale al presente e futuro per il nostro paese. Si è passati dall’ "interesse generale" (che era visione) propugnato da Enrico Berlinguer nel corso degli anni settanta all’interesse "particulare", alla visione parziale, al non andare oltre al proprio naso. Capite che avendo una tale classe dirigente il paese non va da nessuna parte. Non per nulla stiamo vivendo una situazione di stasi accentuata e penosa da parecchi decenni a questa parte. Tutto il contrario, invece, quando una qualsiasi Nazione possiede una classe dirigente illuminata e conscia della responsabiltà di governo. Quel paese, certamente, è un organismo dinamico, propenso naturalmente verso il futuro, che programma ogni aspetto dell’azione del governo per assicurare livelli di vita dignitosi ai suoi rappresentati.

Come mai si è giunti a tale disastrosa situazione? Le ragioni sono molteplici. Tuttavia la più rappresentativa credo insista sul fatto del crollo del principale attore sociale dei nostri tempi. Mi riferisco al partito. Fino a quando il partito svolgeva un ruolo fondamentale di formazione di una classe dirigente il sistema in sé era alquanto stabile. La crisi di tagentopoli occorsa nel corso degli anni novanta spazzò via i partiti eliminando una classe dirigente che nel bene e nel male aveva realizzato risultati probanti e di sicuro impatto per il paese. Eravamo passati da una situazione di distruzione generalizzata (il secondo dopoguerra) ad una situazione in cui l’Italia era additata a livello mondiale come modello da seguire. I partiti sorti dopo il diluvio degli anni novanta non hanno nulla a che vedere con il modello dei partiti ante quel decennio. Sono per lo più movimenti che si appoggiano su una visione leaderistica della politica relegando di fatto il momento formativo in secondo ordine. La crisi dei partiti ha, inoltre, esercitato un feedback negativo in altri soggetti quali sindacati, associazioni di categoria, ordini professionali, apparati produttivi e altro ancora. Con un risultato ben evidente: l’assenza di una classe dirigente degna di questo nome.

Come uscire da codesta situazione di reale emergenza? Credo che ci possa venire in soccorso un articolo di Tullio Ascarelli (1903 - 1959) comparso prima sulla rivista "Studi Politici" nel 1923 e poi ripreso da "La Rivoluzione Liberale" sempre nel medesimo anno. Il titolo è illuminante: "I Competenti". Riportiamo l’articolo integralmente per poi estrinsecare qualche rapida riflessione.

Si grida da tutti in Italia che ciò che ci fa bisogno è un Governo di competenti. Come, gridano tutti i nostri cittadini ben pensanti, si richiede una specifica preparazione per un qualunque veterinario e non la si richiede per un uomo di Stato? Come è mai possibile che uno stesso trono vada indifferentemente dal Dicastero della Guerra a quello della Giustizia, da quello dell’Agricoltura a quello del Tesoro? Come è possibile che un diplomatico possa andare alle Finanze, un filosofo alle colonie, un giurista agli Esteri? E’ questa, dicono i più fini politici, la vera causa del predominio della burocrazia, tanto più irresponsabilmente onnipotente per quanto maggiore è l’incompetenza del responsabile ministro; è questa, si dice, una delle cause della decadenza del Parlamento, assemblea di incompetenti, che opportunamente potrebbe venir sostituito da corpi tecnici.

Secondo molti la vera rivoluzione che dovrebbe compiersi in Italia dovrebbe consistere per l’appunto nel portare al Governo i competenti, anzi nel rendere sempre più competente l’intera classe dirigente, e la più grave accusa che molti muovono al Governo di Mussolini è quella di contare nel suo seno alcuni incompetenti.

Quando si pensi che questi competenti non possono poi essere che i burocrati dei vari Ministeri, o, nella migliore delle ipotesi, i membri delle numerose accademie, o gli avvocati dei produttori faccendieri, questo mito del Governo dei competenti non appare molto attraente. E’ davvero un po’ strana questa venerazione per i competenti proprio da parte di coloro che non hanno nessuna competenza, e che rifuggirono sempre dall’ acquistarsene una.

I competenti sono senza alcun dubbio, delle carissime persone che hanno il solo torto di sapere una gran quantità di cose che "The man in the street" non solo ignora ma seguiterà costantemente ad ignorare (non per nulla i più competenti tra i competenti sono quelli che hanno sempre pronta una buona dose di cifre onde addormentare l’incauto interlocutore), ma non qui sembra davvero che possano assolvere la funzione di uomini politici. L’esperienza della politica dell’impero tedesco dovrebbe insegnare qualche cosa in proposito.

I problemi politici non sono problemi tecnici ma problemi umani, per risolverli non è necessaria una speciale preparazione in quel campo che si usa chiamare tecnico, ma una esperienza politica intimamente vissuta. Il criterio politico e il criterio tecnico sono e devono essere distinti ed i nostri amici "competenti", che impersonano il criterio tecnico sono perciò stesso i meno adatti a trattare di politica, direi quasi che sono tanto meno adatti per quanto più sono competenti. Ciò spiega perché un uomo di Stato possa essere egualmente grande a capo di uno od altro Dicastero; perché un’Assemblea di legislatori possa e debba essere una Assemblea di incompetenti; perché il suffragio universale, che pone la sorte della nazione in mano della massa che, incompetente, manda a rappresentarla dagli incompetenti, sia ancora il mezzo di governo più sanamente conservatore.

Ma dietro la venerazione dei competenti che fortunatamente rimarrà sempre allo stato di amor platonico, v’è nascosto qualcosa di caratteristicamente italiano: cioè il bisogno, che sembra tanto preoccupare questo nostro buon popolo, di rinunciare al proprio giudizio politico: il che val quanto dire rinunciare alla propria libertà politica.

L’aspettazione messianica del Governo dei competenti è la comoda scusa per mascherare dietro la propria incompetenza la rinuncia ad emettere un giudizio politico: se li prenda chi vuole questi grattacapi politici, se li prendano questi competenti, che non fanno che cianciare e criticare dimostrando sempre che si è fatto quel che non si doveva fare, e si lasci in pace il povero cittadino, che, privo delle pezze d’appoggio delle statistiche e dei documenti, non può che accumulare errori su errori!

Ma i competenti credono più comodo rimanere a cianciare e criticare, il che forse non è poi gran danno, né per loro né per noi.

Da quanto si evince dalla lettura dell’articolo di Tullio Ascarelli la risoluzione del problema di fornire al paese di una vera classe dirigente non può essere risolta dai c.d. "competenti". In apparenza l’affermazione può apparire paradossale, ma in realtà non lo è.

I "competenti" hanno tantissime qualità. Nulla quaestio. Tuttavia non sono adatti al governo di un paese. Loro sono dei tecnici e non hanno una mentalità politica perché governare è un atto meramente politico. Che non ha nulla a che vedere con la tecnica amministrativa di cui i "competenti" sono fautori.

Pertanto, i "competenti" non possono ambire a divenire classe dirigente anche perché la favoletta del "governo di competenti" è una scusa mediante la quale i cittadini evitano di addossarsi proprie responsabilità. Responsabilità - in primis - politiche. In quanto, è bene ricodarlo, amministrare è un atto politico. Infatti, i problemi politici nulla hanno a che vedere con i problemi tecnici per il semplice motivo che i problemi politici afferiscono all’umano. Ed è un bene che i problemi tecnici e politici rimangano distinti e separati su due piani diversi.

Chi sono questi "competenti"? Sono in massima parte dei burocrati, membri di accademie, avvocati e persone aduse ad affrontare la vita in base a un determinismo tecnico. E’ strano notare il fatto che i "competenti" siano molto ammirati dalle persone non competenti. Persone non-competenti che cercano di investire i "competenti" di funzioni estranee a loro. La cosa non vi suona sui generis?

In sintesi, Tullio Ascarelli ci vuole mettere in guardia che una vera classe dirigente deve essere politica. Quindi, è venuto il momento che in Italia si ritorni a fare politica. Attività che è scomparsa da un bel pò di anni a questa parte. Solo facendo politica si ritornerà ad avere una classe dirigente capace di provvedere alle necessità della Nazione.

Inoltre, i cittadini, invece di criticare e seguire il demone dell’antipolitica, inizino a occuparsi del governo delle cose ponendosi il problema di un loro intervento in politica. Ossia assumendosi anche loro la responsabilità di partecipare alla politica determinando, conseguentemente, il presente e il futuro del paese.

Senza giri di parole: il declino o il rinascimento dell’Italia appartengono a noi e solo a noi. Pensare altrimenti è sinonimo di disonestà intellettuale e di populismo fine a se stesso.

- Photo credits:

La foto è stata presa dal sito www.ultimora.news


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