Educare all’interiorità

Recensione al testo di D. Demetrio, L’educazione interiore. Introduzione alla pedagogia introspettiva, La Nuova Italia, ottobre 2000
di Laura Tussi - domenica 14 maggio 2006 - 4996 letture

L’educazione interiore risale, da un’antica tradizione ascetica, agli sviluppi più recenti della psicanalisi. In pedagogia si è smarrita la dimensione che si rivolge allo studio e all’analisi dell’interiorità, dell’anima (in accezione junghiana) e di tutto quanto è recondito nelle istanze dell’inconscio.

Attualmente le scienze dell’educazione volgono la propria attenzione ad una pratica dal retaggio remoto: l’autobiografia, quale libera e spontanea anamnesi della vita. L’autobiografia nasce come genere letterario, fino ad approdare, in chiave pedagogica, a molteplici sviluppi di carattere psicosociale, attraverso la considerazione ed analisi emotiva di storie di vita (biografie), giungendo a porsi all’attenzione accademica e ai più svariati esiti psicopedagogici, come chiave di espressione dell’interiorità e porta di accesso ad una dimensione nascosta dell’anima, per riscoprire quella dimensione più genuina, creativa e meditativa legata al mondo intrapsichico dell’immaginario.

L’educazione interiore non è soltanto un percorso ascetico e spirituale, ma quale pratica di contemplazione, meditazione e autoriflessione, costituisce, laicamente, un programma che uomini e donne hanno sempre intrapreso e perseguito al fine di sviluppare le potenzialità del pensiero introspettivo, per poi ampliare l’acume intellettivo, giungendo ad un contatto più stretto, ad un rapporto più viscerale e sentito con il proprio sé e creare, plasmare, un io più emancipato, maggiormente predisposto alle interrelazioni, sviluppando rapporti profondi e proficui con le persone.

Attraverso l’esplorazione di un’autobiografia, ogni individuo che intraprende il percorso di conoscenza del proprio sé giunge a recuperare una maggiore attenzione per la dimensione affettiva di moti emozionali latenti e ad arricchire l’immaginazione creativa. Il testo si rivolge agli operatori sociali, agli educatori, agli insegnanti e a tutti quanti pongono alla base delle dinamiche educative l’importanza del ritorno a se stessi, del rimembrare degli eventi nell’introspezione, nella narrazione di sé e autobiografica, per creare nelle istituzioni, negli ambiti predisposti alla diffusione di cultura e alla pratica educativa, un ampio margine di riflessione, da parte di ogni individuo, sulla propria storia, l’esistenza, analizzando le vicende belle o tristi o dolorose, rivivendo frustrazioni affettive o gioie d’amore, ripercorrendo successi o insuccessi formativi ed emotivi, riscoprendo ansie, delusioni, felicità piccole e grandi e tutte le amenità del vivere quotidiano.

Dunque questo stimolo culturale volto al recupero del proprio mondo interiore dovrà investire gli spazi della cultura e dell’educazione per creare molteplici agorà di riflessione, al fine di permettere alle persone di “sentirsi persone” di nuovo con la ripartecipazione di se stessi con gli altri. In contesti esistenziali dove prevale la logica schiacciante del pensiero unico con i miti del successo e dell’effimero, con il primato dell’economico, in metropoli che diventano lo specchio decadente di un ormai fatiscente capitalismo ed un erroneo progresso, occorrerebbe il rilancio del senso della polis e della piazza. Ma per ritornare a questo è giunto il momento di ripensarsi, riesplorare gli errori e le inquietudini di ogni singolo, per recuperare un senso collettivo e globale dell’essere in questo mondo.


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