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Lo scoppio della pace: ricordando Carlo Muscetta

Girodivite ricorda Carlo Muscetta, pubblicando un suo "ricordo" sulla pace. Il nostro modo per onorare un grande intellettuale, un maestro, un amico.

di Sergej - lunedì 22 marzo 2004 - 7804 letture

Lo scoppio della pace, di Carlo Muscetta, in Luigi Cortesi (a cura di), 1945: Hiroshima in Italia, CUEN, Napoli 1995.

Carlo Muscetta (Avellino 1912, Acitrezza 2004), critico letterario di orientamento storicista e marxista, è autore di numerosi saggi su autori e periodi della letteratura italiana. Quando si svolsero i fatti che egli ricorda in questa testimonianza, era giornalista accanto a Leone Ginzburg con il quale redigeva il foglio clandestino del Partito d’Azione "L’Italia Libera", e con il quale condivise il carcere di Regina Coeli, dove Ginzburg morì. Il 5 giugno del 1944, dopo la liberazione di Roma continuò ad occuparsi del giornale e assunse la responsabilità temporanea della casa editrice Einaudi.


Non c’è da meravigliarsi che tra le memorie dell’estate 1945 la "dominante" resti per me una frenetica ripresa dell’attività politico culturale già avviata l’anno prima con l’arrivo degli alleati a Roma.

[…]

Dopo Hiroshima e Nagasaki, l’articolista dell’«Italia Libera» (anonimo, ma sicuramente Aldo Garosci), aprendo il fondo La fine di un’avventura, prevedeva imminente il crollo del Giappone e non esitava a scrivere che, con la resa incondizionata, l’Impero del Sol Levante esprimeva il primo atto di vera occidentalizzazione: «Poiché il valore della civiltà occidentale sta proprio in questo nell’accettare la lotta e la morte, ma nel saper essere anche umani e comprensivi». Sul settimanale della destra azionista, «La Nuova Europa» (diretta da Luigi Salvatorelli), anche il mite Mario Vinciguerra non dubitava di concludere così il fondo del 19 agosto La fine di un sogno: «Per ora si è costretti a pensare che non c’è altro modo di trattare il Giappone che isolarlo in una quarantena annosa [ ... ], riportarlo nelle condizioni di una antico paese medievale ad economia agricola».

Ma un più duratura eco avrebbe avuto in me l’articolo Guerra e pace del mio maestro Guido Dorso, che sul quotidiano meridionale «L’Azione» di Napoli, il 12 agosto espresse gravi preoccupazioni ancor prima di Luigi Sturzo («II Popolo» del 21 agosto) e, probabilmente, anche di Palmiro Togliatti («Rinascita», luglio‑agosto).

Rileggendo l’articolo di Dorso si possono cogliere ‑ tra le contraddizioni inevitabili in chi viveva quel momento gioioso ma terribile ‑sia l’amarezza del suo animo sia, ancor più in profondo, la percezione che egli ebbe di quella che ormai è d’uso definire "svolta epocale".

«Tra lo scoppio delle prime bombe atomiche ‑ scriveva Dorso - che hanno annunciato un nuovo flagello, che supera la fantasia dei poeti, l’Impero del Sol levante è crollato in un immane polverio di distruzione.

Iddio sia Lodato! La pace è con noi. L’umanità ritorna ai suoi problemi essenziali che la guerra ha accentuati e non risolti.

In tutto il mondo nuovi rapporti di forza si vengono stabilendo, nuove istituzioni sono necessarie, e dovunque la vita, nel suo misterioso ribollire, tende a cancellare il ricordo della guerra; l’avvenire si precipita sul passato per distruggerlo.

Questa distruzione del passato, in tutti i campi ed in tutti i settori, dovrà essere quanto più radicale e possibile, ed i popoli, ritornati alle opere di pace, dovranno ricostruire la loro vita con la maggiore saggezza, se vorranno veramente sfruttare le reali possibilità che essi hanno.»

Dorso ritornò sui suoi pensieri il 9 ottobre (Pace guerreggiata) e poi con ben tre articoli sulla politica atomica (15‑16‑17 novembre). Tracce indelebili per la mia coscienza atomica appena incipiente lasciarono in me quelle meditazioni, anche se, purtroppo, non ricordo discorsi e commenti particolari in proposito con gli amici e i compagni del 1945.

Ero perciò tutt’altro che impreparato, allorché da zelante neofita comunista (mi ero iscritto al PCI nel marzo del ’47), presi una parte sempre più attiva al movimento dei Partigiani della pace.

Non fui presente (com’è stato scritto) al congresso costitutivo di Parigi (20 aprile ’49), ma a Roma intervenni alle memorabili giornate del Comitato mondiale per la pace (28‑31 ottobre), quando si adunarono famosi intellettuali d’ogni nazione, lo "Stato maggiore" (come lo chiamò Emilio Sereni) di un nuovo esercito civile.

Non ignoro che sui Partigiani della pace ‑ come del resto su tante altre lotte e iniziative di quel periodo ‑ è sceso non soltanto un fitto velo di silenzio, ma perfino il discredito. Meglio bisognerebbe dire che silenzio e discredito sono stati fatti scendere nell’ambito di un’operazione politica e culturale ben più efficace, purtroppo, di quell’operazione" che indubbiamente ci fu anche nell’organizzazione di quel primo movimento per la pace dell’età atomica. Ma il movimento ci fu, si sviluppò, mobilitò grandi energie intellettuali e sociali che già per proprio conto si erano svegliate ad una vita nuova.

Che ci fosse in tutto ciò un impulso di rinnovamento, che insomma la spinta principale dei Partigiani della pace (non lo dice già quel nome di partigiani?) andasse verso sinistra non è cosa che debba stupire, o che oggi sia da nascondere. Così come, in quelle condizioni storiche, non deve stupire che uno degli elementi forti tra quelli che ci legavano (comunisti, socialisti, ma anche uomini e donne di terza forza, cristiani pacifisti controcorrente rispetto agli orientamenti delle gerarchie cattoliche ecc.) era il comune giudizio sulle prevalenti responsabilità americane nelle origini della guerra fredda e nella minaccia di una nuova guerra guerreggiata con uso di bombe atomiche.

Quel giudizio, inoltre, faceva tutt’uno con motivi di lotta politica interna. Noi vedevamo crescere la corruzione e il nuovo conservatorismo della Dc e di suoi alleati di governo, insieme con il servilismo filoamericano; capivamo quindi che si trattava di una battaglia che riguardava contemporaneamente il destino dell’Italia e quello dell’Europa e del mondo intero.

Devo ora dire che fummo facili profeti, o meglio che la nostra analisi era giusta. E vedo che il nuovo pacifismo è portato di necessità a riprendere ‑ al di là di ogni continuità formale ‑ non pochi elementi di quella analisi.

Un vivo ricordo è rimasto in me dei giorni in cui si svolse il dibattito alla Camera dei deputati sulla adesione italiana al Patto Atlantico. Fui tra i firmatari dell’appello lanciato da Arturo Carlo Jemolo contro la sua ratifica. Fu una sconfitta che tuttavia non diede luogo a ripiegamenti e a disperazione. Sapevamo che l’impegno nostro e di tanti milioni di donne e uomini non sarebbe stato vano e che i suoi risultati positivi sarebbero stati raccolti in futuro da altre generazioni di pacifisti.


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