Una lettura del de clementia di Seneca



venerdì 29 marzo 2013 , Inviato da Pina La Villa - 6668 letture

Una lettura del de clementia di Seneca

La posta in gioco, per Seneca consigliere e precettore di Nerone, era il difficile rapporto fra l’aristocrazia e il principe.

Seneca si pone due problemi. Il primo è trovare un’ipotesi operativa capace di recuperare sia il ruolo degli intellettuali sia quello del senato.

L’ultimo esempio di collaborazione risaliva agli ultimi anni della Repubblica, che avevano visto una personalità come quella di Pompeo cooperare con i poteri tradizionali nella pienezza delle loro attribuzioni.

Il secondo problema era trovare delle giustificazioni, a livello teorico e pratico, della ineluttabilità e della validità del regime monarchico come formula indispensabile di buon governo.

Le soluzioni ai due problemi Seneca le darà nel de clementia, un’opera di cui è evidente la filiazione da affini trattazioni greche sul regno o sulla scienza politica,come la Ciropedia di Senofonte o i discorsi composti da Isocrate per la casa regnante di Cipro (dove troviamo tutti gli ingredienti filosofici e retorici che mettono in risalto la mitezza del governante, la bontà di una monarchia illuminata, l’importanza di un reciproco rapporto di fiducia fra il re e i sudditi).

Diventato precettore e consigliere del principe Seneca fa proprio il principio di genuina derivazione stoica del prodesse, dell’essere utile alla società, anche a costo di scendere a compromessi o di assecondare operazioni ingiuste. Un precedente illustre – Panezio – lo confortava nella sua scelta.La migliore espressione della phrònesis si realizza nella dedizione ad un ideale di vita politico-pratico risolventesi in un’attività al servizio della collettività. [Vedi De tranquillitate animi 4, 1-8 ]

Seneca afferma quindi di accettare la forma del principato purché questo sia detenuto da un saggio o da persona che tenda ad esserlo il più possibile.

In questo modo Seneca è convinto di infondere nuova linfa all’idea monarchica affievolitasi dopo l’esaltante prova augustea; contemporaneamente egli ritiene doveroso far piazza pulita di ogni nostalgico rigurgito repubblicano. Non ha perciò remore nel descrivere come ingenui e antistorici i responsabili del cesaricidio.

Ciò che resta, tramontate le illusioni repubblicane, e subentrati al loro posto altri ideali (pietas, integritas, fides, modestia) e altre conquiste (securitas alta, ius sopra omnem inuriam positum) è l’accettazione del fatto che un optimus civitatis status può sussistere e prosperare se a detenere il potere vi è un rex istus. Seneca non trascura di rassicurare anche gli intellettuali “contro”: la fortunata circostanza che vede una sola persona assumere tutto il peso del governo agevolerà il loro rientro in se stessi, la loro più completa concentrazione spirituale.

A questo punto l’impegno senecano ha due aspetti: da un lato si propone la sistemazione teorica di questa nuova ideologia del principato, dall’altro si cimenta nell’applicazione pratica di questa ipotesi.

Richiamandosi al punto di vista stoico, Seneca rivendica innanzitutto, per l’impero, la necessità di un bonus princeps, di un rex iustus che lo governi: ciò sarebbe, nel mondo umano, conforme a quel che accade nel cosmo, dal momento che anche l’universo è a sua volta regolato e dominato dalla forza del lògos. (vedi anche il confronto finale, nel de clementia, con la società delle api).

Seneca mostra di non accorgersi del carattere utopistico di una tale identificazione fra lo stato ipotizzato dagli stoici (in cui il re si identifica con il sapiente e i cittadini sono per natura propensi all’areté) e lo stato romano regolato da un principe della cui sapientia nessuno è in grado di fornire sicure garanzie.

Ma forse proprio perché a Roma mancavano i necessari meccanismi di controllo per il potere assoluto del principe, Seneca avverte la necessità di dimostrare la validità di questa formula anche al di là dell’esperienza storica contemporanea. Stringendola nella morsa di particolari norme tutte di carattere morale egli crede di garantirne così la proiezione nel futuro.

Non essendo in grado di proporre soluzioni tecniche e di stilare una piattaforma politica su cui far convergere sia il principe che i sudditi (la sua concezione politica si fonda sui pilastri della filosofia stoica con l’astratto richiamo alle virtù tipiche del sapiente stoico) tutto viene affidato all’opera educatrice del filosofo-consigliere che richiama il principe al rispetto della legge morale (che considera tutti gli uomini uguali davanti ad essa) e stimola i sudditi (ormai persuasi dell’ineluttabilità di un princeps che assicuri l’ordine, la sicurezza e la giustizia ) alla realizzazione definitiva della loro inclinazione alla virtù.

Chiave di volta nel rapporto tra il capo e i suoi sudditi sarà la clementia, la virtù più preziosa per chi è in alto. Quella formula politica già ideata da Cesare e sottolineata da Cicerone nella pro Marcello [Discorso databile tra il settembre e l’ottobre del 46 a.C., tenuto da Cicerone davanti al senato per ringraziare Cesare di avere concesso a Marco Claudio Marcello, da anni uno dei suoi più ostinati oppositori di parte pompeiana ed esponente di spicco della nobiltà romana, la grazia e la possibilità con essa di tornare a Roma dall’esilio volontario a Mitilene, dove Marcello si era ritirato dopo la disfatta di Pompeo e del suo esercito a Farsalo il 9 agosto del 48 a.C.] viene ora ripresa da Seneca e arricchita di nuove sfumature: da quelle utilitaristiche e pratiche a quelle teoriche e utopistiche. La clementia si identifica nella temperantia animi, propria di colui al quale è riconosciuto legalmente il diritto di ricorrere alla vendetta; la si può definire anche lenitas superioris nei confronti dell’inferiore quando al primo sia consentito fissare il castigo del secondo; il vizio ad essa contrapposto è la crudelitas, o, suo sinonimo, la atrocitas animi; quest’ultima è propria del tiranno.

Così Seneca giunge a tratteggiare la figura di un principe che interpreta le sagge direttive del filosofo e che si incarna in Nerone, figura del rex iustus a cui Seneca non nega nessun elogio. La bonitas di Nerone è singularis ed è tanto più apprezzabile perché è nata con lui e non si è manifestata, come nel caso di Augusto, solo dopo la presa del potere.

Poste queste premesse Seneca si spinge fino a credere ad una nuova età dell’oro per l’impero. Sulla base di questa speranza, egli conta di poter ottenere una volontaria e convinta accettazione, da parte di tutti, della perdita della vecchia libertas repubblicana.

Quella di Nerone è una summae magnitudinis servitus, è una responsabilità necessaria e inderogabile, come quella che le divinità si assumono nei confronti del genere umano. Suo dovere è quello di exercere imperium animo miti, senza sconfinare né nel furor del tiranno né nella facile commozione delle anus e delle mulierculae.

Ovviamente il "patto sociale" deve essere sottoscritto anche dal re: l’alternativa all’affetto dei sudditi infatti è l’odio, l’insofferenza, la sommossa, la congiura. Al venir meno dell’unità fra i due contraenti seguiranno la fine dell’impero, la perdita della libertà politica, la rovina di tutta la fortuna accumulata in tanto tempo. Ed è a questo punto che la "ragion di stato" ha il sopravvento su tutte le pastoie di carattere etico nelle quali Seneca aveva imbrigliato – su un piano teorico – le relazioni fra governante e governati. Un principe-tiranno è la negazione stessa della forma del principato.

Appunti da: Giovanni Cipriani, Seneca, in: Santo Mazzarino, Il pensiero politico pagano nell’età imperiale, in Storia delle idee politiche economiche sociali, vol. I, a cura di L. Firpo, Utet, 1982, pp. 821-826


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