Israele non consente l’arrivo di sufficienti aiuti umanitari a Gaza

Un mese dopo che la Corte internazionale di Giustizia aveva ordinato “misure immediate ed efficaci” per proteggere la popolazione palestinese della Striscia di Gaza occupata dal rischio di genocidio, Israele non ha fatto neanche il minimo passo per ottemperare all’ordine attraverso la fornitura di sufficiente assistenza umanitaria e il funzionamento dei servizi di base.

di Amnesty - mercoledì 28 febbraio 2024 - 469 letture

Quella di fornire aiuti era una delle sei misure provvisorie ordinate il 26 gennaio dalla Corte, che aveva dato a Israele un mese di tempo per riferire sulla loro attuazione. Nel periodo trascorso, Israele ha continuato a ignorare le sue responsabilità e, in quanto potenza occupante, di assicurare le necessità fondamentali della popolazione palestinese della Striscia di Gaza.

Le autorità israeliane non hanno assicurato l’arrivo di sufficienti forniture di prodotti salva-vita a una popolazione a rischio di genocidio e sull’orlo della carestia a causa degli incessanti bombardamenti israeliani e del rafforzamento del blocco illegale, in vigore da 16 anni. Non hanno neanche rimosso le limitazioni all’ingresso di prodotti salva-vita né hanno aperto punti d’ingresso aggiuntivi o posto in essere un sistema efficace per proteggere gli operatori umanitari dagli attacchi.

“Israele non solo ha creato una delle peggiori crisi umanitarie del mondo ma sta anche mostrando una cinica indifferenza per il destino della popolazione di Gaza, creando quelle condizioni che secondo la Corte la pongono a rischio di genocidio. Ancora una volta, Israele non ha fatto il minimo passo, che le agenzie umanitarie sollecitano disperatamente e che sarebbe chiaramente in suo potere fare, per alleviare la sofferenza della popolazione civile di Gaza”, ha dichiarato Heba Morayef, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.

“In quanto potenza occupante, secondo il diritto internazionale, Israele ha il chiaro obbligo di garantire le necessità di base della popolazione di Gaza. Israele non solo ha gravemente fallito in questo senso, ma sta anche ostacolando e impedendo l’ingresso di aiuti sufficienti nella Striscia di Gaza, soprattutto nella zona settentrionale, praticamente inaccessibile. Questo è un chiaro segnale di disprezzo per la sentenza della Corte e una evidente violazione dell’obbligo di prevenire il genocidio”, ha aggiunto Morayef.

“La dimensione e la gravità della catastrofe umanitaria causata dagli incessanti bombardamenti di Israele, della distruzione e del soffocante assedio pongono oltre due milioni di palestinesi di Gaza a rischio di un danno irreparabile”, ha sottolineato Morayef.

Le forniture che entravano a Gaza prima dell’ordine della Corte erano una goccia nell’oceano rispetto alle necessità dei 16 anni precedenti. Eppure, nelle tre settimane successive, il numero dei camion entrati a Gaza è diminuito di un terzo, da una media di 146 al giorno a una media di 105 al giorno. Prima del 7 ottobre, ogni giorno entravano a Gaza in media 500 camion al giorno, portando aiuti e beni commerciali come cibo, acqua, foraggio per animali, forniture mediche e carburante. Persino quella quantità era insufficiente.

Nelle tre settimane successive all’ordine della Corte, sono entrate a Gaza quantità ancora minori di carburante, su cui Israele esercita uno stretto controllo.

L’unico ingresso consentito da Israele è stato aperto alcuni giorni dopo, un’ulteriore dimostrazione del disprezzo nei confronti delle misure provvisorie ordinate dalla Corte. Gli operatori umanitari hanno parlato di una situazione assai complessa, che tuttavia Israele rifiuta di migliorare.

Nel caso sottoposto alla Corte, il Sudafrica aveva sostenuto che il deliberato diniego degli aiuti umanitari ai palestinesi da parte di Israele potrebbe costituire uno degli atti proibiti dalla Convenzione sul genocidio, laddove parla della “inflizione deliberata a un gruppo di condizioni di vita mirate a portare alla sua totale o parziale distruzione”.

In tutta la Striscia di Gaza il disastro umanitario si fa ogni giorno più orribile. Il 19 febbraio le agenzie umanitarie hanno segnalato che la malnutrizione acuta si stava diffondendo e minacciava le vite dei bambini: nel nord della Striscia di Gaza il 15,6 per cento dei bambini sotto ai due anni di età è gravemente malnutrito, a Rafah e nel sud la percentuale è del 5 per cento. La velocità e la gravità del declino del livello nutrizionale della popolazione nel giro di soli tre mesi sono state definite “senza precedenti a livello globale”.

Hamza, un abitante del nord della Striscia di Gaza, la cui moglie Kawthar il 17 febbraio ha partorito il loro quarto figlio, ha detto ad Amnesty International che loro sei sono sì e no in grado di procurarsi mezzo pasto al giorno e che acqua e cibo scarseggiano fortemente. Dopo che la farina e il grano erano finiti, hanno dovuto ricorrere all’orzo e agli alimenti per animali: “Ma ora scarseggia anche il foraggio”, ha detto.

La moglie ha partorito al già non più funzionante ospedale Kamal Adwan di Beit Lahia. Priva di latte al seno, sta cercando disperatamente di alimentare il neonato.

“Dopo una disperata ricerca nei pressi dell’ospedale, una donna ci ha dato una piccola quantità di latte che abbiamo dato al bambino mediante una siringa. Mia zia oggi ha rimediato altro latte, non so come ha fatto e quanto l’abbia pagato. Non c’è riso, non c’è carne. Ieri sono andato in cerca di cibo al mercato e sono tornato a mani vuote”.

La minaccia di un massiccio attacco da terra a Rafah, dove si trovano attualmente un milione e 200.000 palestinesi, avrebbe ulteriori devastanti conseguenze per la situazione umanitaria.

Le limitate forniture che arrivano a Gaza passano da due ingressi, entrambi nel sud della Striscia: Karem Abu Salem, lungo il perimetro israeliano, e Rafah alla frontiera con l’Egitto. Un’operazione di terra in quella zona rischia di interrompere del tutto le forniture e di distruggere ciò che resta del sistema umanitario.

Nella seconda metà di febbraio Amnesty International ha parlato con dieci operatori di cinque agenzie e organizzazioni umanitarie, che hanno descritto la situazione orribile di Gaza e le gravi limitazioni in atto. Le possibilità di portare aiuti all’interno della Striscia di Gaza sono rimaste le stesse, se non addirittura sono peggiorate, dopo l’ordine della Corte.

Tutti hanno sottolineato che Israele non ha fatto le cose più ovvie, come aprire tutti gli ingressi disponibili per consentire un ingresso più rapido e di dimensioni maggiori degli aiuti o assicurare che gli operatori umanitari non finissero sotto attacco.

Una risoluzione adottata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel dicembre 2023 aveva chiesto alle parti di “consentire e facilitare l’uso di tutti i percorsi disponibili in direzione di tutta la Striscia di Gaza” per assicurare “attraverso i percorsi più diretti” che l’assistenza vitale raggiungesse la popolazione civile.

Fathia, una professionista nel campo della salute mentale, ha parlato delle sfide cui va incontro nel lavoro e in famiglia. Ha descritto le difficoltà di assiste la madre, 78 anni, che da quando sono stati sfollati ha sviluppato una forma di demenza tanto da non capire perché non c’è cibo a sufficienza.

“I miei figli non trovano di che tirare su un po’ di denaro e non possiamo permetterci di acquistare neanche gli alimenti di base. Quel poco che c’è ha prezzi insostenibili. Mia madre non riesce a comprenderlo, pensa che le stiamo negando il cibo. Tutte le persone intorno a me sono a pezzi perché non riescono a nutrire i loro figli e le loro famiglie e io non ce la faccio a dar loro il solito sostegno perché sono a pezzi a mia volta”.

I manifestanti israeliani che chiedono al governo di non far entrare gli aiuti a Gaza fintanto che gli ostaggi non saranno liberati, bloccano ripetutamente l’accesso attraverso l’ingresso di Karem Abu Salem che viene più volte chiuso, a volte per diversi giorni. Questa situazione non solleva Israele dall’obbligo di prendere le misure necessarie per mantenere un costante afflusso di aiuti.

Riguardo ad altri punti d’ingresso, alcuni sono stati chiusi da Israele dopo il 7 ottobre, altri lo sono da anni. Israele controlla strettamente cosa entra e Gaza e cosa esce da Gaza, tanto le persone quanto i prodotti, nell’ambito del suo blocco illegale che è stato reso ancora più soffocante negli ultimi mesi.

La situazione è particolarmente drammatica nel nord della Striscia di Gaza, che Israele ha isolato dal reato del territorio. Tra il 1° gennaio e il 12 febbraio, l’Agenzia delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari (Ocha) ha riferito che Israele ha respinto oltre la metà delle richieste di accesso umanitario nella zona settentrionale. Il 6 febbraio la stessa Ocha ha reso noto che Israele non ha accolto alcuna delle 22 richieste fatte dalle Nazioni Unite di aprire tempestivamente gli accessi nel nord della Striscia di Gaza.

“Praticamente non c’è alcun accesso verso il nord. Quando a novembre c’è stata la tregua abbiamo mandato un po’ di camion. Dopo, non siamo stati più in grado di fare nulla. Alcune persone stanno letteralmente morendo di fame”, ha dichiarato uno dei dieci operatori umanitari.

Israele continua a limitare fortemente l’arrivo di forniture essenziali nella Striscia di Gaza. Tutte le importazioni devono ricevere l’approvazione preventiva delle autorità israeliane. A febbraio gli operatori umanitari hanno continuato a denunciare dinieghi e limitazioni frequenti, impreviste e “arbitrarie”.

Le autorità israeliane attribuiscono ripetutamente alle organizzazioni umanitarie ogni problema relativo alla fornitura degli aiuti, sostenendo che esse sono incapaci di spedire e distribuire maggiori quantità o che gli aiuti finiscono per essere saccheggiati. Ma gli operatori umanitari parlano di una lunga serie di modi con cui le autorità israeliane impediscono loro di lavorare. Fanno l’elenco di cose semplici che Israele non ha fatto per facilitare l’arrivo degli aiuti: consentire forniture essenziali sufficienti, aprire prima i punti d’ingresso e rispettare le minime condizioni di sicurezza per i convogli e gli operatori umanitari e i loro uffici, che invece vengono attaccati.

Oltre ai prodotti, Gaza ha disperatamente bisogno di carburante per consentire la depurazione dell’acqua, la cottura del cibo e il funzionamento delle apparecchiature mediche, come le incubatrici.

Dall’11 ottobre 2023, Gaza ha subito black-out conseguenti al taglio delle forniture di elettricità da parte di Israele, che inoltre ha bloccato l’importazione di carburante dall’inizio di ottobre al 18 novembre. Da allora, un po’ di carburante è entrato ma si tratta sempre di quantità terribilmente insufficienti.

Israele, inoltre, continua a respingere regolarmente le richieste umanitarie di far entrare altre fonti di energia come i pannelli solari, i generatori e le batterie.

“Nessun essere umano dovrebbe essere costretto a soffrire condizioni inumane come quelle cui è sottoposta la popolazione di Gaza. Invece di porre fine al loro brutale blocco, le autorità israeliane intendono aumentare gli attacchi attraverso una mortale operazione militare a Rafah, che avrà conseguenze orribili per i civili e rischierà di interrompere l’unica via d’accesso per prodotti salva-vita. Solo un immediato e duraturo cessate il fuoco potrà salvare vite umane e assicurare l’attuazione delle misure cautelari ordinate dalla Corte, compresa la fornitura di aiuti salva-vita”, ha commentato Morayef.

“Invece, per la terza volta gli Usa hanno posto il veto a una risoluzione del Consiglio di sicurezza che chiedeva un immediato cessate il fuoco, dando così semaforo verde per ulteriori uccisioni e sofferenze di massa dei palestinesi. Gli stati che hanno influenza sul governo israeliani come gli Usa, il Regno Unito, la Germania e altri alleati, non devono stare passivamente a guardare mentre i civili palestinesi muoiono per cause evitabili: bombardamenti, mancanza di acqua e cibo, diffusione di malattie, assenza di cure mediche. Alla luce della catastrofe umanitaria di Gaza, il sostegno di questi stati alle azioni di Israele, compreso l’aggiramento delle autorità israeliane della sentenza della Corte, è indifendibile e potrebbe violare i loro obblighi di prevenzione del genocidio”, ha concluso Morayef.

Amnesty International sta inoltre chiedendo agli stati di assicurare che l’Unrwa riceva finanziamenti adeguati a continuare le sue attività, a rischio dopo che diversi stati hanno sospeso l’erogazione dei fondi a seguito delle denunce circa la partecipazione di alcuni suoi operatori agli attacchi del 7 ottobre. Da tempo l’Unrwa è l’unica speranza di salvezza per i rifugiati palestinesi di Gaza e altrove in Medio Oriente poiché offre aiuti umanitari indispensabili, rifugi e istruzione.

Tutti gli stati devono rispettare l’obbligo di prevenzione del genocidio compiendo passi urgenti per assicurare che Israele attui le misure provvisorie della Corte, ad esempio premendo sulle autorità israeliane affinché aumentino rapidamente l’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza e pongano fine una volta per tutte al brutale assedio. Tutti gli stati devono inoltre cessare di trasferire armi a Israele, come recentemente chiesto da 24 esperti delle Nazioni Unite.


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