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Giugno ’73

Un capolavoro poetico di Fabrizio de André, tratto dall’album Volume 8 del 1975.
di Piero Buscemi - mercoledì 6 giugno 2018 - 1758 letture

Fabrizio De Andrè ha avuto un difetto nella sua breve vita. Ha scritto canzoni che molti avrebbero voluto scrivere al posto suo. Ad aggravare questa lacuna creativa, le storie contenute nelle sue canzoni sono parte della nostra eccezione emotiva che ha nobilitato la nostra spesso banale considerazione della vita.

Giugno ’73 è una di quelle canzoni che ci ha costretto a specchiarci dentro i significati più profondi dei suoi versi, sin dal primo ascolto. E’ come ascoltare un amico che ci racconta la nostra storia, come un protagonista extracorporeo che vaga nei ricordi di un recente passato, che avevamo sognato di poterlo rendere un presente infinito.

Perché dalle esperienze, anche quelle che giudichiamo con troppa enfasi negative, ricostruiamo i passaggi della nostra esistenza dentro quei solchi emozionali che ci legano ai volti che abbiamo incrociato, rimpiangendone i momenti. Ed è così che da un amore interrotto, bruciato in un breve tempo di coinvolgimento, ci si aggrappi quasi a voler fossilizzare un momento. Una carezza rubata, uno sguardo rassegnato di chi ha capito che sia tutto finito. Di chi è finito per arrendersi alla voglia di cancellare le cattive maestre di una lezione di morale che nessuno si era sognato di chiedere.

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Volume 8

Giugno ’73 è una canzone autobiografica, un desiderio di esternare un’emozione originata si, da una delusione e un rancore verso quei giudizi affrettati e quelle false morali che pretendono di impartire lezioni, come se questo fosse ancora possibile, davanti alle contraddizioni dell’animo umano che si confronta con le esperienze della vita.

La situazione descritta da De Andrè nella canzone susciterebbe ilarità, se non sarcasmo, se la confrontassimo ai nostri giorni, dove la comunicazione si traveste da gossip quotidianamente, stralciando da qualsiasi senso di colpa, sentimenti che hanno inciso la produzione artistica di Faber.

Una madre che tutela i sogni della figlia, che ha scelto di amare un uomo sposato, sognatore in parte già realizzato di una carriera nel mondo della canzone italiana. L’abbigliamento estroso degli amici frequentati, sufficiente metro di giudizio per renderli strani allo sguardo di bigotti benpensanti, le ceneri del ’68 che, nel tentativo di spegnersi, esplosero in lotta armata con il terrorismo.

E’ questo sguardo ipocrita sulle cose del mondo, sui rapporti forzati che legano ad una falsa appartenenza sociale. Elementi che De Andrè ha saputo raccontarci, mentre un mondo si illudeva di cambiare. Con il sangue e i discorsi di piazza. Una generazione che urlava la protesta, armata di sanpietrini e sogni illusori.

In quel lontano ’73 (la canzone è del 1975), mentre nell’animo umano di uno dei più grandi artisti italiani si consumava la fine di un amore complicato, il 17 maggio presso la Questura di Milano un attentato terroristico uccise quattro persone. Uno dei tanti episodi, preceduto da tanti altri, qualche anno prima (1969) c’era stata la strage di Piazza Fontana a Milano, l’anno dopo a Brescia quella di Piazza della Loggia.

Non furono anni per ispirare canzoni d’amore, finiti o mai cominciati. Ma quali lo sono stati mai? E poi, da un cantautore che fu tacciato come un terrorista, che cantava contro le guerre e qualsiasi potere costituito, poggiato sui soprusi e quei giudizi affrettati verso una generazione giovanile che aveva soltanto voglia di gridare al mondo il proprio diritto di esistere.

De Andrè ha accarezzato quella generazione, coi i suoi versi, con le sue ballate malinconiche che parlassero anche di storie d’amore finite. Piccole consolazioni del quotidiano vivere, che smussa le rivoluzioni interiori, molto meno le arroganze, che oggi avremmo bisogno ancora di ascoltare. Vorremo anche noi, ogni tanto, mentre viviamo lo sballottamento di chi pensa di avere sempre ragione e chi si ostina a darcene sempre una, per tutto quello che accade ogni giorno, poter affermare che "... è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati".

Perché quel giorno, che ci sfugge sotto uno sguardo distratto, spesso è già vecchio, quasi anacronistico, prima ancora del tramonto. Non ci lascia il tempo di soffermarci a pensare a quei dettagli che ci stiamo perdendo e della cui disattenzione, rischiamo di non accorgerci più.


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