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Dissesto al Comune di Scordia: un monito per tutti noi

Risorse locali mortificate e protagonismo inutile dei sindaci
di Emanuele G. - martedì 30 dicembre 2014 - 1768 letture

Fra il nord della provincia di Siracusa e il sud della provincia di Catania sta avvenendo un dramma che pochi avvertono. Per ignavia? Per omertà mafiosa? Mi riferisco al progressivo default di molti comuni appartenenti a questi territori. Già Augusta e Caltagirone hanno issato bandiera bianca. Qualche giorno fa è stato il turno di Scordia. Fra poco toccherà a Lentini.

Default che vanno letti non solo come fallimento della gestione finanziaria degli enti comunali, ma - e cosa ancor più grave - come fallimento dei territori. Infatti, non è possibile scindere il fallimento del comune con le sorti dei territori che sono oggetto di amministrazione dei relativi territori. Quando un comune decide di avviarsi lungo la dolorosa via crucis del dissesto è tutto che va in dissesto. Muore, in breve, il territorio che costituisce la base della giurisdizione del comune fallito.

Non intendo entrare nel merito dei fallimenti singoli. Non conosco la storia che ha portato e sta portando i succitati comuni a dover compiere un passo così drammatico. Vorrei solo puntare l’attenzione su due aspetti che ritengo speculari all’argomento "fallimento dei comuni".

Il primo attiene all’incapacità manifesta dei comuni a creare ricchezza a partire dalle risorse locali. E’ un punto che vede il professore Trigilia (ex Ministro alla Coesione Nazionale del Governo Letta) impegnato in una encomiabile battaglia da anni. Come può un comune - e un territorio - assicurare un certo tipo di benessere se non rende attive le risorse locali di cui è fornito? Augusta ha la risorsa porto. L’ha saputa utilizzare per creare ricchezza? Scordia ha l’agrumicultura. L’ha saputa utilizzare per creare ricchezza? Caltagirone ha una rete di piccole aziende e il turismo. Ha saputo utilizzare tali risorse per creare ricchezza? Evidentemente no. I comuni - come anche le comunità locali - non hanno saputo tutelare e rendere vincenti per risorse locali di cui disponevano. E’ un dato dramamtico, ma la realtà va letta in codesti termini. Soprattutto in un momento di crisi generalizzata è indispensabile che i comuni assieme alle comunità locali trovino il modo di creare economia dalle risorse locali. Anche perché il periodo d’oro dei finanziamenti a pioggia è finito. O si prende atto di questa realtà oppure si rischia di precipitare ancora di più.

In secondo luogo fa emergere l’indeguatezza della figura del sindaco votato in maniera diretta dagli stessi cittadini. All’inizio degli anni novanta si credeva che eleggere con suffragio popolare la massima autorità cittadina avrebbe contribuito a migliorare gli assetti della macchina comunale e, pertanto, avviato un ciclo virtuoso per le comunità amministrate. Così non è stato. I sindaci eletti in maniera diretta invece di sviluppare un approccio responsabile alla loro carica hanno dato il via a tante repliche di un modello "alla caudillo". Ovverossia spesso hanno perso il senso delle proporzioni credendosi degli "unti del Signore" in grado di dare la vita e la morte a tutti e a tutto. Ciò ha reso molti comuni delle proprietà private in balia di singole persone o di gruppi di potere. Che hanno causato un’interminabile serie di problemi come la personalizzazione dei rapporti fra sindaco e dipendenti comunali od ancora l’elargizione di contributi e prebende tese al consolidamento di consorterie clientelari. Nel mentre in parecchi comuni ci si comportava così i problemi esplodevano. In primis, un progressivo depauperamento delle risorse finanziarie dell’ente comunale che alla fin fine ha dovuto alzare bandiera bianca. E’ davvero venuto il momento di riconsiderare la figura del sindaco eletto dai cittadini. Ora è più una criticità - il sindaco eletto direttamente - che un valore aggiunto.

Cosa fare? Credo che si debba cercare di ragionare assieme su queste implicazioni in quanto occorre trarre delle lezioni definitive, almeno così si spera, da una serie impressionante di fallimenti dei comuni. L’alternativa è una desertificazione o impoverimento strutturale dei nostri territori. Vogliamo questo?


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