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Da Catania a Nairobi: il valore dell’arte terapia

Intervistiamo Mariagrazia Pellegrino, fotografa, arte terapeuta e performer siciliana in questo periodo impegnata a Nairobi in "Mathare family picture archivé", progetto fotografico per la tutela dell’identità e della dignità agli abitanti di uno dei più grandi slum africani. Da lei ci facciaaioamo raccontare l’africa, il vaore delle immagini e dell’arte terapia

di - mercoledì 28 marzo 2012 - 4988 letture

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"Il fare arte è un atto catartico, e ha dunque già in sé un valore terapeutico. Intraprendere un percorso di arte terapia significa iniziare un viaggio all’interno di se stessi in senso simbolico ed emozionale. Il linguaggio verbale è pieno di “trappole”, perché soggetto a strumentalizzazioni e fraintendimenti. Imparare ad esprimersi attraverso le immagini, al contrario, permette di avvicinarsi alle emozioni e viverle in maniera positiva". A parlare è Mariagrazia Pellegrino, fotografa, arte terapeuta e performer siciliana, da anni impegnata a lavorare sulle infinite possibilità terapeutiche dell’arte fotografica. Abbiamo scelto di fare quattro chiacchere con lei, per farci raccontare l’affascinante mondo dell’arte come strumento di scoperta e "guarigione".

In questo periodo stai collaborando al progetto “Mathare family picture archivé”, sviluppato in collaborazione con Coopi, ong italiana a Nairobi. Potresti spiegarci meglio di che si tratta? “Mathare family picture archivé” è un progetto di advocacy per i diritti delle persone povere che abitano nello slum di Mathare a Nairobi. L’obiettivo del progetto è raccogliere foto appartenenti alle persone che da anni vivono in quel luogo per creare, attraverso un lavoro di ricerca, il primo archivio fotografico al mondo che testimoni la vita e l’esistenza di un gruppo numerosissimo di persone che vive ai margini della società in condizioni socio sanitarie a dir poco degradate. Le foto raccolte in un sito, serviranno a restituire dignità a queste persone che per il grande mercato mondiale sono solo manodopera a basso costo."

C’è qualcosa in particolare che ti ha colpito della città di Nairobi? Credi che sia possibile raccontarla tramite immagini? L’africa è un posto straordinario, pieno di contraddizioni. Tutto sembra rimasto com’era all’inizio della vita sulla terra e, nello stesso tempo, il progresso arriva veloce come un vortice portando cellulari la dove non c’è né acqua né corrente elettrica. Credo che nessun messo possa raccontare queste contraddizioni in maniera efficace quanto la fotografia riesce a fare: sono una fotografa, farlo è il mio lavoro e credo profondamente che sia utile oltre che possibile.

Intanto lavori anche come docente in workshop e corsi di fotografia e arteterapia (il prossimo è organizzato a Catania dall’Associazione Uber, e si terrà alla fine del mese di marzo). Cosa racconti ai tuoi allievi? Quali sono le emozioni del tuo lavoro che è più importante comunicare? Ai miei allievi cerco di raccontare tutto quello che ho imparato studiando, vivendo, osservando, cercando sempre uno scambio, una condivisione di punti di vista differenti. Credo molto nel confronto e nelle differenze come fonte di ricchezza intellettuale. Mi piace lavorare sull’emozione che crea la diversità. A volte la gente ha paura del diverso perchè non sa gestire qualcosa che non conosce: l’ignoto.

Nel tuo lavoro hai dato grande rilevanza al percorso artistico di Frida Kahlo. Perchè hai scelto proprio questa artista? Frida Kahlo è il simbolo dell’arte come necessità o della necessità dell’arte. Una donna forte e carismatica sensibile e rivoluzionaria che è riuscita a sopravvivere grazie alla pittura. Dipingendo se stessa e gli accadimenti della sua vita si è presa cura di sé. Il suo lavoro pittorico è estremamente interessante per il modo in cui riesce a proiettare nelle sue tele simboli ed eventi dirompenti sia della sua vita privata che di cambiamenti sociali della sua epoca. La maggior parte dei suoi lavori sono autoritratti ed è proprio l’autoritratto uno dei temi centrali dei miei workshop, il tema dell’immagine interna di se stessi, il doppio, lo specchio.

L’idea di terapia viene collegato a quella speculare di malattia. L’arteterapia invece si rivolge anche a individui “sani”. Potresti spiegarci meglio? il concetto di salute e malattia è profondamente relativo. Anche la gente cosiddetta normale può attraversare momenti delicati, in cui sente l’esigenza di guardarsi un po’ dentro e dare forme e colori a vissuti che altrimenti restrerebbero rinchiusi nel silenzio. Attraverso l’arte si può esprimere quello che non si può esprimere a parole. Quindi, a volte, non è una patologia ciò che ci avvicina all’arte terapia ma semplicemente voglia di conoscere meglio noi stessi, imparando a guardarci dentro per rimetterci in gioco ancora una volta in maniera diversa.

per info: http://uberassociazione.wordpress.com/


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Da Catania a Nairobi: il valore dell’arte terapia
28 marzo 2012

"Credo molto nel confronto e nelle differenze come fonte di ricchezza intellettuale"

Viva l’Ignoto! Sandra