Il Petroliere


Un film di Paul Thomas Anderson. Con Daniel Day-Lewis, Paul Dano, Russell Harvard, Kevin J. O’Connor, Ciaràn Hinds, Dillon Freasier, Barry Del Sherman e Coco Leigh.


di Antonio Cavallaro pubblicato il 19 febbraio 2008

Ispirato in parte al romanzo Oil di Upton Sinclair, questo film è la storia dell’oscura bramosia che muove Daniel Plainview, che da solitario cercatore d’argento, diviene il ricco spietato avido petroliere del titolo. Niente e nessuno riuscirà ad opporsi alla sua nera sete di potere: né la sorte, né la coscienza, né l’amore per il figlio, né il timore di un Dio che è menzogna tra gli uomini; ogni ostacolo che Plainview incontrerà sul suo cammino sarà trasfigurato in determinazione, ulteriore consolidamento nella rincorsa alla sua personale e assoluta volontà di potere.

Quinto film di Paul Thomas Anderson, ormai passato da ex ragazzo prodigio di Hollywood ad autore affermato e riconosciuto da pubblico e critica, sicuramente il migliore per talento e capacità nell’intero panorama del “nuovo” cinema statunitense. E la conferma arriva con questo impressionante film, che per l’autore è anche una grande prova di maturità. A ormai dieci anni di distanza dal suo esordio con “Sydney”, Anderson dimostra con “Il Petroliere” d’aver imbrigliato con dovizia il suo immenso talento, talento che veniva mal digerito da una certa parte della critica, frastornata da uno straordinario e del tutto personale modo di muovere la macchina da presa e per i troppi rimandi ad atmosfere altmaniane presenti nei lavori precedenti (Boogie Nights e Magnolia).

L’approccio e tutto il lavoro che sta dietro a “Il Petroliere” sembrano essere caratterizzati da un determinante concetto di rigore. E’ il rigore il criterio con cui la regia muove ogni elemento del film a partire dalla mdp, che sposa totalmente la soggettività del protagonista, procedendo attraverso precisi piani sequenza o come quando indugia sui protagonisti, lasciando la guida della narrazione alla fotografia o alla colonna sonora. Anderson fa proprio il rigore che impone a Plainview (interpretato magnificamente da Daniel Day-Lewis, su cui è superfluo spendere qualsiasi superlativo, aggiungendo soltanto che occorre vederlo con i propri occhi!), riduce le raffinatezze ed elide gli eccessi, prediligendo la profondità e l’emotività delle atmosfere rarefatte ma sapientemente create.

Anderson non rinuncia del tutto ai simbolismi o alle metafore (il battesimo: ricevuto dal figlio col petrolio e che precede quello del padre in chiesa, per esempio), ma con abilità fugge da una facile morale, e riesce a tenere a distanza il “giudizio” politico quanto mai attuale. Senza dubbio Plainview è la perfetta allegoria, la determinazione americana ad ottenere ciò che vuole qualunque sia il prezzo da pagare, ma è solo un aspetto che per il regista è tutto e niente, nell’assistere all’immersione nel cuore nero di Plainview non c’è posto per le vittime. Questo è un aspetto fondamentale nel fascino emanato da Plainview. Rancoroso e meschino, Plainview mente a chi gli chiede di sua moglie o della sua chiesa, ma non ha nessuna remore a mostrare la verità della sua spietatezza.

Il sangue a cui fa riferimento il titolo originale There Will Be Blood arriverà e suggellerà come una precisa chiosa la determinazione di Plainview, un personaggio mondato da ogni orpello se non il suo rigore, un rigore così assoluto da convincere il protagonista a definirsi “…una rivelazione di Dio”, ad erigersi persino a giudice. Il finto figlio, il finto fratello, il finto prete pagheranno, seppur in modi diversi, quando quello stesso rigore li giudicherà colpevoli, e Plainview non proverà nessun rimorso, nessuna esitazione a sbarazzarsi di chi l’ho tradito.

Determinanti nella realizzazione di questo capolavoro sono senza dubbio Robert Elswit e John Greenwood. Il primo cura magistralmente una fotografia che fa dei toni scuri l’aspetto predominante, contribuendo con le sue luci sabbiose e nere come il petrolio alla cupezza dei sentimenti che si trascina per tutto il film e alla maestosità dei paesaggi. John Grenwood, chitarrista dei Radiohead, alla seconda prova come compositore originale per le musiche di un film (la prima nel film Bodysong di Simon Pummel), nell’unicità di prospettiva voluta da Anderson, elabora un’affascinate e variegato mix di suoni (spesso alieni e lancinanti) che sottolineano con cura gli stati d’animo del protagonista, note capaci di sostenere da sole in alcune scene, la mancanza di battute o di dialoghi.

Oltre al mirabolante Day-Lewis, degna di nota è la prestazione di tutto il cast, ma senza dubbio una segnalazione speciale va fatta per Paul Dano che interpreta i due Sunday. La scelta del titolo per la versione italiana non rende giustizia alla solennità evocata dall’originale, ma questa è una battaglia perduta da tempo. Sul finale dei titoli di coda dedica a pieno schermo al maestro e grande ispiratore di Anderson, Robert Altman.

Ritorna al formato normale

Stampa l'articolo