Nella Valle di Elah


Un film di Paul Haggis. Con Tommy Lee Jones, Charlize Theron, James Franco e Susan Sarandon.


di Antonio Cavallaro pubblicato il 12 dicembre 2007

La ricerca di un ex-sergente dell’esercito del proprio figlio “assente ingiustificato” dalla base di stanziamento dopo il rientro dall’Iraq, si trasformerà in una caccia agli assassini dopo che il corpo di quest’ultimo verrà ritrovato fatto a pezzi e bruciato ai bordi di una strada. La trama sembrerebbe comune a quella di tanti altri film se non fosse che, per la nazione e il periodo in cui è ambientato (Stati Uniti ai giorni nostri), questo film è stato definito da gran parte della critica occidentale come il film che definisce “la perdita di innocenza” degli Usa nei confronti della seconda guerra del golfo.

Sembrerebbe; ma in realtà Nella Valle di Elah è un film noioso, didascalico nella costruzione e ciò che più conta terribilmente superficiale per gli intenti che si pone. Affermare come fa Haggis con questo film, che questa maledetta guerra nell’inferno senza leggi e regole dell’odierno Iraq tramuta i giovani americani in sadici carnefici e assassini incondizionati, è come voler usare un dito per indicare il cielo ma restare fermi a fissare il dito.

Non basta, non è bastante, la scena finale dove l’inquadratura si sofferma sulla bandiera Usa issata capovolta su un pennone (“è una richiesta d’aiuto internazionale…significa che non siamo in grado di risolvere le cose nel nostro paese e abbiamo bisogno dell’aiuto degli altri paesi…” per usare pressappoco le parole del protagonista) per ritenere di aver svolto in maniera accurata il compito. Dov’è in tutte le scene de Nella Valle di Elah la società americana che ha voluto, sostenuto, permesso e permette questa guerra e tutta la tragedia e il dolore che implica? Il protagonista in tutto il film non esprime un solo dubbio, una sola accusa, né uno scatto di giustificata rabbia, neanche dopo che l’assurda vicenda che ha portato all’assassinio del figlio viene svelata. Cosa ha veramente la colpa di tutto questo?

Forse il protagonista (e quindi Haggis) issando quella bandiera in maniera capovolta vuole dire al pubblico (si il pubblico, perché chiunque realizza un film deve tenere sempre in considerazione che c’è un pubblico anche minimo che osserva, riflette, giudica e sa o dovrebbe sapere nella migliore delle ipotesi che c’è sempre dell’altro al di fuori di quello che viene mostrato sul grande schermo) che non vale più la pena combattere per il proprio paese? O forse no? Forse quel gesto è dettato dal inespresso senso di colpa per non avere ascoltato “veramente” le disperate telefonate che riceveva dal figlio in Iraq, che lo pregavo di portarlo via da lì?

Tommy Lee Jones, attore e regista part-time di grande talento, aderisce perfettamente al personaggio, è l’america che ha combattuto e forse trovato la propria dimensione di pace, che usa senza problemi la moderna tecnologia e non avrebbe bisogno di niente (è capace di stirarsi i pantaloni senza usare il ferro da stiro) ma che si scopre ancora vulnerabile. Charlize Theron interpreta il poliziotto buono e sottovalutato che affianca il protagonista nella ricerca degli assassini e rappresenta anche lei l’america. Il fondamento della speranza, la volontà di poter credere ancora nella possibilità di crescere altri, nuovi figli in modo retto, avendone cura sia pur tra mille difficoltà (qui Haggis realizza la metafora dando al poliziotto interpretato dalla Theron un figlio da crescere senza l’apporto di una figura paterna).

Se Nella Valle di Elah rappresenta quanto di meglio riesce ad esprimere quella parte di Hollywood che sente di dover fare qualche cosa nei confronti della guerra in Iraq, c’è da serbare ben poche speranze verso tutti quei film che stanno per arrivare e gli altri ancora che arriveranno. Siamo ancora al punto in cui nella situazione dell’Iraq di oggi, nella guerra, in tutte le guerre, abbiamo bisogno solo dell’indignazione?

Ritorna al formato normale

Stampa l'articolo