Effetto Butterfly e il futuro della scuola


Dispersione, alcune leggi fondamentali. Arginare la dispersione con l’effetto Butterfly (proposta di progetto: una sintesi)


di Erminia Bosnia pubblicato il 24 gennaio 2007

Interessarsi al fenomeno della dispersione scolastica significa, in questo momento storico, considerare due variabili che vengono influenzate da questo problema.

La prima riguarda la formazione dell’uomo in epoca cibernetica, dove l’ccelerazione costante rende obsolete le conoscenze in breve tempo, per cui la scuola sta combattendo la sfida di dare agli individui la capacità di “imparare ad apprendere”, affinché l’uomo possa, anche fuori dei banchi, appropriarsi delle informazioni che gli interessano. La seconda variabile riguarda l’aspetto relazionale. La famiglia è diventata nucleare; gli spazi all’aperto, ormai, sono luogo di insidie; si ha sempre meno tempo da dedicare ai rapporti umani. In questo contesto l’unica possibilità di vivere in un gruppo delle calorose relazioni umane, l’unico luogo dove sentirsi comunità ed imparare a comportarsi in modo solidale e tollerante resta la struttura scolastica.

Tuttavia è ancora presente l’allontanamento dalla scuola. Per cui il fenomeno della dispersione scolastica rappresenta, in una società post-industriale, l’aspetto delle contraddizioni che si vivono in seno alla società stessa.

In particolar modo il fenomeno della “mortalità” scolastica tocca punte molto alte, via via che si sale nei gradi scolastici. Il fenomeno della dispersione è circa uguale allo 0% nella scuola dell’obbligo, grazie alla legge 270/82 che, prevedendo il recupero delle attività diversificate, ha arenato, ma non completamente eliminato, il fenomeno. La “mortalità” scolastica si osserva maggiormente negli istituti tecnico-professionali e ciò è dovuto, probabilmente, al fallimento dei corsi di formazione professionale e la scuola in questa società post-industriale, a guisa del mondo in cui è inserita, è spinta a valutare il processo come approccio preventivo agli insuccessi. Essa deve superare il metodo dell’analisi ex-post degli “scarti”, (come è avvenuto nella produzione industriale dove, ponendosi il problema della qualità del prodotto, si sono adottate metodologie sempre più efficaci) per passare dall’analisi statistica degli insuccessi dovuti alla qualità del prodotto, all’attuazione di strategie che prevedono la diagnosi anticipata dell’insuccesso.

E’ noto che l’insuccesso scolastico non è un problema ascrivibile alla sola istituzione scolastica, ma dipende dallo scarto dei valori esistenti tra il gruppo di appartenenza e la scuola; per cui l’azione educativa deve poggiare prioritariamente il suo intervento sulla comunicazione dell’utilità del sistema scolastico in zone dove, maggiormente, viene vissuta una cultura “altra” che si pone ai margini e/o in contrasto con l’organizzazione democratica e civile della vita nello Stato. Il riferimento è chiaramente rivolto alla cultura di espedienti e/o delinquenziale a cui sono sottoposti i quartieri che conoscono manovalanza minorile ed anche infantile, poiché esiste un’organizzazione autonoma che si oppone in modo strutturato alle leggi dello Stato.

L’importanza della produzione di valori, come ruolo fondamentale dell’istruzione, ha trovato in Europa molti momenti di costruzione di una comunità che si occupa sempre di più del “fattore uomo”, incentivando l’impegno verso i giovani, la cui sintesi è espressa nel “Trattato dell’ Unione” firmato a Maastricht nel 1992.

Contemporaneamente la scuola italiana conosceva la C.M. 339/92 sulla continuità educativa tra scuola materna, elementare e media come momento essenziale per lo sviluppo effettivo della personalità dell’individuo, che deve trovare, in ogni ordine e grado della scuola, unità di formazione e di programmi. Ciò sottende che punti di arrivo di una scuola siano i pre-requisiti di partenza dell’altra; ma l’efficacia dell’azione educativa può avvenire solo con la conoscenza dei rispettivi programmi scolastici, affinchè i curricoli si strutturino in una visione verticalizzata ed evitino i “salti” che, logisticamente, esistono quando le singole istituzioni non comunicano tra loro.

Purtroppo, in questo clima formativo si osserva, oggi, un assente importante: la scuola secondaria superiore, perciò è giunto il momento di iniziare a sperimentare forme di dialogo con questo grado di scuola, in modo da produrre programmi nel biennio, che trovino già una loro continuità con gli ordini precedenti.

L’ultimo aspetto che andrebbe sottolineato, prima di passare agli indicatori specifici, è la difficoltà dell’istituzione scolastica di collaborare con l’extra-scuola, che non deve essere vissuta come antagonista o inferiore rispetto al sistema scolastico.

Già dal 1972, con il rapporto Faure, nato dalla Conferenza generale dell’Unesco che costituì una Commissione internazionale per lo sviluppo dell’educazione, si pose l’accento sul ruolo prioritario della scuola come luogo di educazione permanente, che non esaurisce i suoi compiti al mero apprendimento didattico, ma che deve porsi come struttura “aperta” in cui gli adulti possano ritrovare stimoli alla conoscenza oltre il conseguimento di un titolo scolastico, per la formazione globale dell’individuo in un processo che dura tutta la vita. E ciò in quartieri che conoscono una percentuale altissima di analfabetismo di ritorno, è sicuramente un compito essenziale, il cui feed-back non può che apportare miglioramenti all’interazione scuola-famiglia. Alcune leggi fondamentali, negli ultimi trent’anni, hanno portato la scuola primaria italiana all’avanguardia rispetto ad altre simili istituzioni in occidente, contengono tutte le strategie per un intervento ad hoc nei confronti dell’individuo ed una loro breve panoramica fornirà gli strumenti di comprensione dello spirito sottostante all’elaborazione di questo progetto contro la dispersione.

In termini cronologici la prima “rivoluzione” si ebbe con la l. 820/71 per l’eliminazione delle classi differenziali, l’abbattimento delle barriere architettoniche, il tempo pieno. Seguirono i D.D. del ‘74 dopo la legge di delega 473/73, che aprì la scuola al dialogo ed alla partecipazione delle famiglie; mentre, invece, per le classi aperte e la sperimentazione si troverà nella l. 517/77 il substrato fertile per spingere in avanti la scuola e permettere il miglior utilizzo delle risorse umane operanti nella scuola. È ancora aperto il dialogo sulla l. 148/90, ma nei gruppi umani qualsiasi innovazione consta, comunque, di un lungo periodo d’interiorizzazione e di utilizzo per i migliori aggiustamenti.

Dal 1997 la scuola è coinvolta in grandi dibattiti con la legge 59 sull’autonomia, la riforma dei cicli scolastici, l’innalzamento dell’obbligo fino al 16° anno di età, almeno, per l’equiparazione agli standard europei.

Alla luce di quanto su esposto emerge il ruolo fondamentale della scuola come organo propulsore del processo formativo, ma anche la consapevolezza che necessita la partecipazione della società circostante, per non seminare nel deserto; le attività che poi saranno illustrate sono pensate seguendo il principio che “un piccolo cambiamento può produrre una grande catena di effetti”. Attività integrate prospettate per la prevenzione al fenomeno della dispersione.

1) LA CONTINUITA’ PER CONTRASTARE LA MORTALITA’
Le attività, presentate in questo capitolo, sono approcci pensati per alunni e docenti della scuola materna e media che comportano momenti differenti di partecipazione.
Con i docenti dei tre ordini occorrerà promuovere incontri d’aggiornamento, che esulando dalla mera lettura delle finalità dei rispettivi programmi didattici, si strutturino, invece, intorno ad un progetto operativo con il quale pianificare interventi educativi atti a realizzare un “continuum” finalistico, metodologico, contenutistico, fra le istituzioni interessate.
E questo intervento, soprattutto nelle classi ponte, serve ad arginare la crisi delle classi 1^ che investe gli alunni di ogni ordine e grado.

Con la scuola media
Descrizione delle attività
1.a) Partecipazione degli alunni della scuola elementare al giornalino
1.b) Partecipazione di gruppi di alunni a laboratori interscolastici Finalità
Il punto 1.a La finalità esprime la necessità di aprire un dialogo tra le due istituzioni operanti sullo stesso territorio, e con la stessa utenza, ed il cui feed-back è la stimolazione degli alunni della scuola elementare a produrre testi di pubblica diffusione assumendosi, con la firma, la responsabilità delle proprie affermazioni.
Il punto 1.b può essere assunto come un’ulteriore possibilità d’interazione ipotizzando, insieme alla scuola suddetta, altri laboratori che vertano su attività musicali, grafico-pittoriche e/o ginniche; scambiandosi o collaborando con gruppi di alunni di entrambe le scuole, soprattutto degli anni-ponte.

Con la scuola materna
Descrizione dell’ attività
1.1.a) Festa dell’ albero
1.1.b) Festa di fine anno scolastico
Finalità
Il punto 1.1.a si può attuare ad ottobre con gli alunni di 5 anni di scuola materna che saranno accolti nel giardino della scuola elementare e pianteranno più alberi quale impegno alla loro prossima venuta. Dopo visiteranno l’edificio scolastico.
Il punto 1.1.b potrebbe coinvolgere gli alunni di entrambe le scuole in una sfilata per il quartiere quale saluto alla scuola.
N.B.
Altri interventi potrebbero essere proposti dai Collegi Docenti e dalle Commissioni Continuità.

2) TUTOR IN ERBA
Alunni delle classi quinte lavoreranno con compagni delle classi precedenti su attività trasversali.
Descrizione dell’ attività
Si prevede un intervento di 4 ore mensili per un periodo non superiore ai tre mesi (ottobre-dicembre, gennaio-marzo, aprile-giugno) durante il quale un gruppo -a rotazione- di alunni di 5^ classe interveranno nelle attività di una classe precedente in un rapporto 1:1, aiutando i compagni più piccoli a progettare e terminare insieme un compito intrapreso.
Finalità
Questo intervento segue, contemporaneamente, due finalità molto importanti.
La prima riguarda proprio l’educazione alla progettualità come capacità di cogliere il dinamismo che investe tutte le attività umane e progettare significa valorizzare l’attività intenzionale dell’agente. Nel fare, gli alunni scopriranno che il progettare non è pura e semplice tecnica, ma rappresenta l’essenza stessa della costruzione morale e sociale. Infatti si mette a confronto l’immagine che si ha di se stessi ed i propri ideali di riferimento con la realtà circostante. Questa attività diventa autoorientamento, comprensione della diversità ed abilitazione alla convivenza sociale, poiché si scopre la presenza ed il riconoscimento degli altri.

Contemporaneamente si educa al secondo fine: quello del controllo dell’aggressività e dell’intolleranza nei confronti dei meno abili. Infatti, spesso, nelle nostre classi osserviamo che molti bambini “bravi” sono insofferenti nei confronti di quelli in difficoltà, per cui ci adoperiamo, come educatori, ad abituarli al mutuo soccorso. Invitarli a collaborare con alunni “oggettivamente” meno capaci di loro e con i quali instaurare un rapporto da fratello maggiore serve a fargli vivere la difficoltà dell’ educazione e, poi, la soddisfazione del successo a risultati acquisiti.

3) CONOSCO IL MIO QUARTIERE
Gli alunni s’ impegnano in un lavoro di ricerca della storia e delle risorse del proprio quartiere.
Descrizione dell’ attività
Laboratorio di recupero della storia pregressa del proprio quartiere e delle sue tradizioni.
Finalità
La finalità di questa attività consiste nell’educare gli alunni al rispetto per il proprio quartiere e far loro scoprire che il degrado in cui attualmente versano i loro rioni sono effetto di scelte dell’amministrazione che, negli anni passati, ha tenuto poco conto del rispetto dell’ambiente. Questo è un processo che, lentamente, si può invertire cominciando a rivalutare i luoghi storici di cui, anche le famiglie, ne perdevano il ricordo.
Vivere il quartiere e riscoprirne storia e tradizioni, per partecipare nel quotidiano ad una sua ridefinizione.
L’attività può coinvolgere gli alunni di tutte le classi rispettando i precipui livelli cognitivi.

4) PROGETTO GENITORI
Coinvolgere i genitori con attività strutturate a vivere un rapporto comunicativo con gli operatori scolastici e con l’istituzione in genere.
Descrizione
Coinvolgere le famiglie in attività scolastiche, non solo del tipo istituzionale previsto dai D.D., ma anche come momenti d’incontro su tematiche discorsive e partecipazione non strutturate.
Finalità
Aprire un dialogo con le famiglie per favorire la comunicazione con l’istituzione, e lentamente, porre la scuola come luogo dell’interazione all’interno delle famiglie stesse.
Effetto Butterfly: Un piccolo cambiamento può produrre una grande catena di conseguenze

Ritorna al formato normale

Stampa l'articolo