Esiste ancora l’emigrante?


Oggi si fa un gran parlare di immigrati, di extra comunitari; di come l’Italia e l’Europa affrontano il delicato argomento. Quasi nessuno parla di emigrazione italiana. Sono 3.106.152 i cittadini italiani che vivono all’estero. Decine di milioni i discendenti dei nostri connazionali emigrati. ..


di Vincenzo Raimondo Greco pubblicato il 4 ottobre 2006

Oggi si fa un gran parlare di immigrati, di extra comunitari; di come l’Italia e l’Europa affrontano il delicato argomento. Quasi nessuno parla di emigrazione italiana. Sono 3.106.152 i cittadini italiani che vivono all’estero. Decine di milioni i discendenti dei nostri connazionali emigrati.

Di questa specificità dell’Italia rispetto ai grandi paesi industrializzati si occupa il Rapporto Italiani nel Mondo. Venti capitoli e 352 pagine nelle quali, partendo dai dati statistici e dall’abbondante documentazione prodotta in Italia e all’estero, sono presentati i più importanti aspetti di un fenomeno secolare come l’emigrazione italiana. “Chi pensa che l’emigrazione italiana sia un fatto del passato - dichiara Delfina Licata, redattrice del dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes - commette un grande errore”. Certo, assicura “non siamo sicuramente ai livelli del 1913, anno in cui si registrò il picco massimo del numero di partenze dall’Italia”. In quell’anno 900 mila persone, pari al 2,6% dell’intera popolazione, lasciarono il Paese: “Un dato incredibile!”, continua Licata. Una storia fatta di umiliazioni, di fallimenti e anche apporti negativi, come la mafia negli Stati Uniti, senza parlare dei comportamenti devianti di minore entità propri delle persone che si trovano in grave stato di bisogno. Un ricordo storico che, si legge nel Rapporto, “varrebbe la pena conservare quando si tende a parlare con malanimo di tutti gli immigrati e si trasformano i loro gruppi nel capro espiatorio di turno, dai marocchini agli albanesi, dai romeni agli zingari”.

Oggi il flusso continua ma in maniera ridotta; infatti secondo i dati Istat sulle iscrizioni e cancellazioni anagrafiche, nel periodo che va dal 1996 al 2000, i rimpatri sono stati, in media, 31.000, mentre gli espatri 43.000. Una emigrazione che, negli anni, ha interessato i quattro continenti anche se Il 60% degli italiani residenti all’estero è in Europa soprattutto in Germania, Svizzera, Francia e Belgio; seguiti da America e Argentina. “La diaspora italiana all’estero vede oggi maggiormente coinvolte le regioni del Sud Italia”, aggiunge Licata. Non a caso “tra le prime cinque regioni di origine dei nostri connazionali residenti all’estero le prime quattro sono del Sud e a seguire troviamo il Lazio. Scendendo ancora più nel dettaglio le prime 5 province sono tutte del meridione: Agrigento, Cosenza, Bari, Palermo, Napoli”. Lavorare all’estero rappresenta, quindi, anche se in misura minore, il dolce canto di una sirena.

Secondo una recente indagine campionaria ben il 37,8% degli italiani (ma la percentuale è più alta tra i laureati e i diplomati, specialmente se maschi), ha dichiarato la disponibilità ad andare a vivere all’estero. Le destinazioni preferite sono la Spagna (14,2%), la Francia (12%) e l’Inghilterra (9%), la Svizzera (7,8%) e gli Stati Uniti d’America (7,3%) e, in misura minore, la Germania (3,7%), l’Austria (2,8%) e l’Australia (2,2%). La prima motivazione del possibile esodo è la ricerca di migliori opportunità occupazionali (25,7%). Si tratta di qualcosa di ben diverso dall’esodo di massa del passato, dettato da drammatiche situazioni di bisogno e realizzato da lavoratori con un livello basso di scolarizzazione. Ovviamente non tutti i sogni si sono trasformati in realtà e molte sono, ancora, le situazioni di degrado in cui vivono i nostri connazionali. Basti ricordare che in Germania il tasso di disoccupazione degli italiani è del 18% e che i nostri connazionali sono quelli maggiormente coinvolti nei licenziamenti. Altro elemento di criticità riguarda la previdenza e la sanità. Aspetti prioritari che portano a rivalutare le tradizioni europee imperniate sulla solidarietà sociale.

Negli Stati Uniti – ricorda il Rapporto - la sanità e le pensioni sono privatizzate attraverso il meccanismo delle assicurazioni e anche quando si trova un lavoro la concorrenza è spietata: molti neoimmigrati italiani, oltretutto, non riescono ad ottenere la green card neppure quando hanno conseguito alti livelli di professionalità, perché la concorrenza da tutti i paesi del mondo è agguerrita e spesso vincente”. Anche il sistema pensionistico brasiliano prevede solo una pensione minima (tra gli 80 e i 100 euro mensili), per giunta non concessa a tutti gli stranieri anche se regolarmente residenti, ivi compresi gli italiani, e il sistema sanitario pubblico presenta gravi lacune a differenza del costoso e per tanti aspetti irraggiungibile sistema privato.

Un problema che si aggraverà con gli anni dal momento che gli italiani all’estero “diventano sempre più vecchi”. Secondo i dati contenuti nel Rapporto già, oggi, un quinto della presenza all’estero è costituito da ultrasessantacinquenni; anziani che, pur essendo pensionati, preferiscono restare accanto ai loro figli, ai loro nipoti e pronipoti. Situazioni che richiedono un impegno maggiore da parte delle istituzioni, una presenza capillare della rete diplomatica e un loro maggiore coordinamento. Ma anche una rete di accordi bilaterali e convenzioni internazionali in grado di assicurare una copertura previdenziale completa.

Vincenzo Greco

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