Il percorso di Abundia Alvarado tra ecologia, identità e resistenza


Quando la giustizia climatica incontra i diritti dei popoli


di Laura Tussi pubblicato il 2 settembre 2026

Mentre la crisi climatica si intreccia sempre più con le disuguaglianze sociali, emerge una nuova generazione di attiviste e attivisti che rifiuta di separare la difesa dell’ambiente dalla tutela dei diritti umani. La presenza in Sicilia di Abundia Alvarado, leader indigena nahuatl e apache e figura di riferimento del movimento Stop Cop City di Atlanta, offre l’occasione per riflettere su un ambientalismo che non si limita alla conservazione della natura, ma diventa lotta per la dignità delle persone, l’autodeterminazione dei popoli e la giustizia climatica.

Il panorama contemporaneo dei movimenti sociali è attraversato da una crescente consapevolezza: le battaglie per l’ambiente non possono più essere disgiunte da quelle per i diritti civili, la libertà delle comunità indigene e il riconoscimento delle soggettività storicamente marginalizzate. È in questo orizzonte che si colloca il percorso politico di Abundia Alvarado, attivista di origini nahuatl e apache, donna trans e protagonista delle mobilitazioni ecologiste e sociali nel Sud degli Stati Uniti, con base ad Atlanta.

La sua partecipazione agli incontri organizzati al Parco Falcone di Catania assume un significato che va oltre la testimonianza personale: rappresenta un tassello di quella rete internazionale di solidarietà che collega le periferie del Nord e del Sud del mondo nella difesa dei territori e dei diritti fondamentali.

La terra come identità, non come merce

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Abundia Alvarado

Per comprendere il pensiero di Alvarado è necessario superare la tradizionale separazione tra ambientalismo e diritti umani. Nella visione di molte comunità native, infatti, la terra non è una semplice risorsa economica né un bene da preservare esclusivamente in chiave naturalistica: è memoria, cultura, spiritualità e continuità della vita collettiva.

Questa prospettiva mette in discussione il modello estrattivista dominante, nel quale la natura viene ridotta a materia prima e i territori diventano spazi sacrificabili in nome della crescita economica. Secondo Alvarado, la colonizzazione non appartiene soltanto al passato: continua oggi attraverso nuove forme di sfruttamento ambientale, militarizzazione e marginalizzazione delle popolazioni indigene, delle minoranze razziali e delle persone LGBTQ+.

L’intersezionalità, in questo contesto, non è un concetto teorico, ma una realtà materiale. La violenza esercitata sugli ecosistemi si riflette sui corpi delle persone più vulnerabili, creando un legame profondo tra crisi ecologica e ingiustizia sociale.

Stop Cop City: quando una foresta diventa simbolo di democrazia

Uno dei capitoli più significativi dell’impegno di Abundia Alvarado è il movimento Stop Cop City, nato ad Atlanta tra il 2021 e il 2024 contro la costruzione del gigantesco Atlanta Public Safety Training Center.

Il progetto prevedeva la realizzazione di un centro di addestramento per forze di polizia e reparti antisommossa all’interno della foresta di Weelaunee, uno degli ultimi grandi polmoni verdi dell’area metropolitana. L’opposizione non si è limitata alla difesa di un ecosistema urbano: la foresta è diventata il simbolo di una diversa idea di città, fondata sulla cura comunitaria anziché sulla militarizzazione dello spazio pubblico.

Attorno a quella battaglia si è sviluppata una coalizione composta da ambientalisti, comunità indigene, movimenti antirazzisti, organizzazioni per i diritti civili e collettivi femministi. La tutela degli alberi si è così trasformata in una riflessione più ampia sul rapporto tra sicurezza, democrazia e partecipazione popolare.

Per Alvarado, difendere Weelaunee significava difendere la possibilità stessa di immaginare un modello di convivenza alternativo, nel quale il bene comune prevalga sugli interessi economici e sulla logica repressiva.

Dal Sud degli Stati Uniti al Mediterraneo

Il viaggio che porta l’attivista in Sicilia mette in luce un dato sempre più evidente: le geografie della resistenza sono connesse.

Le questioni affrontate ad Atlanta – consumo del suolo, speculazione immobiliare, devastazione ambientale, violenza istituzionale e discriminazione delle minoranze – trovano sorprendenti analogie con molte vertenze del Mediterraneo. Dai territori industrializzati della Sicilia alle comunità costiere minacciate dalla crisi climatica, emerge la necessità di costruire alleanze che superino i confini nazionali e mettano in dialogo esperienze diverse.

In questo senso, il contributo dei saperi indigeni assume un valore universale. Non si tratta di idealizzare culture lontane, ma di riconoscere che esistono modelli di relazione con la natura fondati sulla reciprocità, sulla responsabilità collettiva e sul limite, principi oggi quanto mai attuali di fronte all’emergenza ecologica globale.

Un ambientalismo che parla di persone

L’esperienza di Abundia Alvarado ricorda che la giustizia climatica non può essere ridotta alla sola riduzione delle emissioni o alla transizione energetica. La crisi ambientale riguarda anche l’accesso all’acqua, la salute, il diritto all’abitare, la tutela delle culture locali e la partecipazione democratica alle decisioni che trasformano i territori.

Per questo l’ecologia del XXI secolo è chiamata a diventare profondamente umana: capace di ascoltare le comunità, valorizzare le differenze e mettere al centro le persone più esposte agli effetti delle disuguaglianze ambientali.

La sfida che emerge dagli incontri di Catania non consiste soltanto nel denunciare le devastazioni del presente, ma nel costruire reti permanenti di collaborazione tra università, associazioni, movimenti e istituzioni. Solo attraverso un dialogo internazionale, fondato sulla condivisione delle pratiche e sulla solidarietà tra i popoli, sarà possibile trasformare la resistenza in una proposta concreta di futuro.

In un tempo segnato da crisi climatiche, guerre e nuove forme di esclusione, il messaggio di Abundia Alvarado invita a una scelta semplice quanto radicale: difendere la terra significa, prima di tutto, difendere la dignità di chi la abita.


Nella foto: Abundia Alvarado è un’attivista trans indigena, di origini Nahuatl e Chiricahua Apache, e migrante originaria del Messico. È nota a livello internazionale per il suo impegno ultraventennale nei movimenti per la giustizia sociale, ambientale, l’autonomia alimentare e la sovranità indigena nel sud degli Stati Uniti.

Tra la fine di agosto e la metà di settembre del 2026, l’attivista si trova in Europa per un tour di conferenze e laboratori in Italia, che tocca numerose città (tra cui Catania, Palermo, Milano, Napoli, Pisa, Roma e la Val di Susa)


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