Felicità Interna Lorda
Agent of Happiness
(Il Buthan e la felicità)
di Arun Battharai - Dorottya Zurbò
Buthan - Ungheria, 2024
Il Buthan è un piccolo Stato himalayano posto tra l’India a sud e la Cina a Nord. I suoi quasi 800.000 abitanti sono eredi di una storia che nasce con l’indipendenza ottenuta nel 1617; una storia che ha mantenuto una forte identità soprattutto religiosa, con il prevalere del buddhismo e con minoranze induiste e animiste. Si tratta di forme tutte politeiste.
Vi è ben radicato un profondo rispetto per l’ambiente; rispetto che non rappresenta una forma di ‘ecologismo’ ma affonda nella convinzione pagana e animista che la materia animale e vegetale sia animata, viva, abitata dal divino. Almeno il 60% del territorio della nazione deve essere per legge ricoperto da foreste; si evita dunque in tutti i modi la deforestazione. Anche le abitazioni devono tutte mantenere misura e armonia.
È assai diffusa l’idea che la vita di ciascuno sia frutto anche delle vite precedenti (karma) e avrà altre espressioni nel futuro (metempsicosi). La consapevolezza di quanto importante sia mantenere la propria identità di popolo è stata confermata dal più grave conflitto che questa società abbia di recente subito, quando alla fine del XX secolo molti abitanti di origine nepalese sono stati espulsi e vengono tuttora tenuti lontani dai confini.
Ho voluto dare queste sommarie indicazioni anche perché esse fanno comprendere quanto distante sia la civiltà del Buthan dalla dissoluzione dell’occidente anglosassone. Tutto bene dunque? No, naturalmente. Dove ci sono esseri umani (e in generale animali), là è conflitto e dolore. Ma questo singolare Stato ha introdotto da circa mezzo secolo un valore, definito Felicità Interna Lorda, che sia più ampio e completo rispetto al Prodotto Interno Lordo. L’obiettivo è finalizzare l’economia alla qualità della vita ampiamente intesa e non la qualità della vita all’economia ridotta a crematistica e dunque a ossessione produttiva, quantitativa, sostanzialmente meccanica e folle.
Il film racconta gli itinerari e i viaggi di due funzionari incaricati di raccogliere i dati per il FIL anche nei luoghi più isolati del Buthan. Ne emerge un quadro antropologico veramente interessante dentro il quale contadini, ballerine, studentesse, mogli (nel Buthan è permessa la poligamia), allevatori, giovani e anziani, interi nuclei e clan familiari parlano di sé in modo sobrio e senza alcun orpello, non nascondendo le difficoltà, le inquietudini, le aspirazioni, i conflitti ma rivendicando in modo del tutto naturale la propria identità, senza cedere a imitazioni di modelli che rispetto all’equilibrio di queste persone e comunità sarebbero senz’altro distruttivi.
L’elemento occidentale che è presente ovunque è il cellulare, del quale le persone meno anziane fanno un uso considerevole. Per il resto, la bellezza dei paesaggi e l’armonia delle abitazioni è davvero grande.
Ci sono insomma altri modi di vivere rispetto ai nostri. Migliori? Peggiori? Diversi, semplicemente. Un film delicato e istruttivo.