Con la scusa della "sicurezza"


Dalle agenzie di vigilanza allo spray al peperoncino. La sfida consiste nel recuperare una concezione più ampia della sicurezza che dipende dalla qualità delle relazioni sociali, la fiducia reciproca, la coesione delle comunità, l’efficienza delle istituzioni e la credibilità dello Stato di diritto.


di Massimo Stefano Russo pubblicato il 29 luglio 2026

La sicurezza costituisce una condizione fondamentale del convivere civile, indubbiamente i cittadini devono poter vivere, lavorare, muoversi e partecipare alla vita pubblica senza temere costantemente la violenza. La sicurezza rappresenta un bene collettivo, una funzione primaria dello Stato, essenziale per la qualità della vita.

Il suo significato comprende la fiducia nelle istituzioni, la prevedibilità delle relazioni sociali e la possibilità di esercitare i propri diritti senza paura. Nelle società contemporanee la sicurezza è diventata progressivamente anche un mercato.

Accanto alle politiche pubbliche si è sviluppato un articolato sistema economico che comprende imprese di vigilanza, società di videosorveglianza, produttori di sistemi d’allarme, aziende specializzate nella cybersecurity, dispositivi per l’autodifesa, consulenze, corsi di formazione e servizi assicurativi.

Quanto un tempo apparteneva quasi esclusivamente alla responsabilità dello Stato viene sempre più offerto come bene acquistabile individualmente. La sicurezza, nell’apparire come un prodotto differenziato, accessibile in misura crescente a chi dispone di maggiori risorse economiche, assume i caratteri di un bene di consumo e contribuisce anche ad accentuare le disuguaglianze sociali.

Parallelamente, diventa oggetto di propaganda e comunicazione commerciale. La pubblicità, nel vendere un sistema d’allarme, una telecamera o uno spray al peperoncino, propone una rappresentazione della realtà dove minacce, aggressioni e furti sembrano in agguato costante. Il prodotto viene presentato come la risposta naturale a un ambiente percepito come inevitabilmente ostile.

Per convincere qualcuno ad acquistare un dispositivo di protezione occorre innanzitutto persuaderlo della probabilità di diventare vittima di un reato. Il mercato della sicurezza, senza limitarsi a soddisfare una domanda di protezione, contribuisce a produrla: alimenta una cultura della vulnerabilità, col rischio continuamente evocato e amplificato.

Il risultato è la costruzione di un immaginario sociale dove il cittadino viene costantemente invitato a percepirsi potenziale vittima. L’insicurezza percepita diventa una risorsa economica. Le campagne delle agenzie di vigilanza mostrano abitazioni isolate, famiglie vulnerabili, negozi esposti ai furti e telecamere che sorvegliano spazi apparentemente tranquilli. Viene venduto un servizio tecnico e una promessa psicologica: poter vivere serenamente.

Lo stesso accade con i sistemi di videosorveglianza domestica e gli allarmi collegati agli smartphone. La possibilità di controllare continuamente la propria abitazione viene associata alla tranquillità. Paradossalmente, però, notifiche costanti, falsi allarmi e monitoraggio permanente possono alimentare nuove forme di ansia, mantenendo elevato il livello di vigilanza psicologica.

Particolarmente significativo è il caso dello spray al peperoncino. Nato come dispositivo di autodifesa, per situazioni eccezionali, è progressivamente entrato nella normalità del consumo quotidiano. Le campagne pubblicitarie ne sottolineano facilità d’uso, portabilità e capacità di garantire sicurezza personale, soprattutto a donne, anziani e lavoratori notturni. Finisce col rappresentare più di un semplice oggetto e costituisce un simbolo culturale.

Portarlo con sé significa interiorizzare la possibilità costante dell’aggressione e modificare il rapporto con lo spazio pubblico, trasformando i luoghi ordinari in spazi implicitamente percepiti come rischiosi. Questa evoluzione trasforma il concetto stesso di cittadinanza. Il cittadino non più solo destinatario della protezione garantita dalle istituzioni, viene chiamato a diventare il principale responsabile della propria sicurezza. La logica della prevenzione si individualizza e la responsabilità tende a spostarsi dalla collettività al singolo.

Il processo viene alimentato nella comunicazione politica. La sicurezza costituisce un tema efficace per mobilitare il consenso, con gli episodi criminali che ricevono spesso una visibilità mediatica sproporzionata rispetto alla loro effettiva incidenza statistica. La continua ripetizione di immagini e testimonianze produce uno scarto tra la sicurezza oggettiva e la sicurezza percepita: gli eventi più visibili vengono infatti percepiti come più frequenti di quanto siano realmente. Questo divario costituisce il terreno ideale per la propaganda politica e per la comunicazione commerciale. La prima enfatizza il pericolo per giustificare controlli più severi e politiche emergenziali; la seconda utilizza lo stesso immaginario per promuovere prodotti e servizi destinati a rassicurare i consumatori.

La criminalità esiste e i dispositivi di protezione hanno una loro l’utilità, con i furti, le aggressioni e le truffe rappresentare problemi reali che richiedono risposte efficaci. Si rischia che la paura diventi il principale criterio per orientare il mercato e il dibattito pubblico.

Quando la sicurezza si trasforma prevalentemente in messaggio pubblicitario e strumento di propaganda, perde progressivamente la sua natura di bene comune, col mercato della sicurezza che finisce per alimentarsi della stessa insicurezza che promette di ridurre. Ogni innovazione tecnologica offre nuove possibilità di protezione e nel ricordare continuamente l’esistenza della minaccia, contribuisce a mantenere elevata la domanda di sicurezza.

La sfida consiste nel recuperare una concezione più ampia della sicurezza che dipende oltre che da telecamere, allarmi o strumenti di autodifesa, dalla qualità delle relazioni sociali, la fiducia reciproca, la coesione delle comunità, l’efficienza delle istituzioni e la credibilità dello Stato di diritto. Solo ricondurre la sicurezza a questa dimensione collettiva consente di condividere la vita democratica, fondata, sul costruire la fiducia e senza coltivare la paura.


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