Dalla svolta securitaria ai decreti sicurezza


Le radici profonde dell’approccio repressivo nei confronti della marginalità sociale, delle migrazioni e del dissenso


di Laura Tussi pubblicato il 8 luglio 2026

Nel panorama politico e sociale contemporaneo, il concetto di sicurezza ha subito una profonda metamorfosi: da pilastro del patto sociale e garanzia dei diritti fondamentali è progressivamente scivolato verso uno strumento di esclusione, controllo e disciplinamento. Questa trasformazione si è consolidata attraverso la stagione delle politiche securitarie e, più recentemente, con l’introduzione dei cosiddetti decreti sicurezza, che hanno segnato un ulteriore irrigidimento dell’approccio repressivo nei confronti della marginalità sociale, delle migrazioni e del dissenso.

In questo quadro, la sicurezza non viene più declinata come tutela universale dei diritti, ma come dispositivo selettivo che distingue tra chi deve essere protetto e chi, invece, deve essere controllato, contenuto o respinto. È qui che si inserisce una delle fratture più profonde della democrazia contemporanea: la costruzione di categorie sociali “a rischio” che finiscono per coincidere, sempre più spesso, con soggettività migranti, povere o periferiche, trasformando il confine tra legalità e sospetto in una linea mobile e arbitraria.

Per comprendere la radicalità di questa deriva è impossibile rimuovere la memoria dei fatti di Genova 2001 e, in particolare, delle violenze avvenute nella caserma di Bolzaneto, dove numerosi manifestanti fermati durante il G8 furono sottoposti a trattamenti degradanti, umiliazioni e percosse. Quegli episodi, successivamente oggetto di accertamenti giudiziari, hanno mostrato in modo drammatico come, in condizioni di forte tensione politica e istituzionale, il principio di tutela della dignità umana possa essere sospeso proprio nei luoghi deputati alla sua garanzia.

È in questa continuità storica che la riflessione sulla sicurezza assume un significato più ampio. La logica emergenziale, alimentata dalla paura sociale e dalla spettacolarizzazione del pericolo, tende infatti a legittimare dispositivi sempre più invasivi, in cui la prevenzione del rischio diventa spesso giustificazione per la compressione dei diritti. Il risultato è una progressiva normalizzazione dell’eccezione, in cui pratiche repressive e forme di controllo straordinario vengono percepite come strumenti ordinari di governo della società.

In questo processo, la marginalità non è più solo una condizione sociale, ma diventa una categoria politica. La distinzione tra “sicuro” e “pericoloso” si sovrappone a quella tra cittadinanza piena e cittadinanza ridotta, contribuendo alla costruzione di un sistema in cui il diritto tende a funzionare in modo differenziale. È qui che le dinamiche securitarie rischiano di intrecciarsi con nuove forme di neorazzismo sistemico, meno esplicite ma non meno pervasive, fondate su pratiche di esclusione amministrativa, controllo dei corpi e gestione selettiva della mobilità.

La sfida che si pone oggi non riguarda soltanto la critica alle singole misure legislative, ma la rimessa in discussione dell’intero paradigma che lega sicurezza e controllo. La lezione che arriva anche da Genova e da Bolzaneto è chiara: quando la tutela dell’ordine pubblico si sgancia dal primato della dignità umana, il rischio è quello di trasformare l’eccezione in regola e il diritto in strumento di esclusione. Ripensare la sicurezza significa allora riportarla alla sua funzione originaria: non la difesa contro il “nemico interno”, ma la costruzione di una comunità fondata su uguaglianza, diritti universali e giustizia sociale.


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