Provenzano... il giorno dopo


Si può provare a dare una chiave di lettura all’epilogo di questa latitanza, durata quarantatré anni. A parte il rischio di contraddirsi, spesso, occorre ricordare che in Italia, i misteri rimangono misteri. Per sempre.


di Piero Buscemi pubblicato il 12 aprile 2006

A vederlo quasi sorridente, dietro gli occhiali da pensionato integrato al minimo, si ha la sensazione che stia continuando a prenderci per il culo. Lui, e chi da quarantatré anni di latitanza, non ancora compiuti, quasi coatta e guidata con sagacia, ha voluto crearne un mito.

Qualche sospetto nasce facendo il paragone con Totò Riina e con la sua cattura. Quando a gennaio del ’93, vedemmo quel metro e cinquanta, brizzolato, farfugliante nel suo dialetto arcaico mischiato all’italiano stile brookkolino e mani tozze da contadino, qualche dubbio che fossimo in presenza anche del cervello fino della tradizione, si è annidato nelle nostre menti. E neanche la cattura di Provenzano, è riuscita a scardinarli.

Sarebbe stato come accettare che, l’evoluzione culturale della mafia, che potremmo far iniziare dall’invasione degli americani in Sicilia nella Seconda Guerra Mondiale, attuata per liberare l’Italia dal fascismo, fosse stata affidata e custodita alla durezza dei calli di Totò ‘u curtu. Un’invasione, quella del ’43, patrocinata da una mafia che, già allora, mostrava segnali di competenza politica difficilmente conciliabile con un seguito, nei decenni a venire, di un mero caso di folclore isolano proposto ai turisti con le statuine-souvenir ‘u mafiusu, in bella mostra sulle bancarelle.

C’è qualcosa di più della faccia pulita e, lo ripetiamo, quasi sorridente di Bernardo Provenzano, davanti alle telecamere e con le braccia serrate dai due agenti incappucciati. Qualcosa di più di un’immagine reale, troppo differente dalle icone degli identikit pubblicati sui giornali. Qualcosa di più di quei settantatré anni, portati bene.

Sarebbe come rassegnarsi, oggi, che il potere del coordinamento del malaffare italiano, e non solo, degli ultimi cinquanta anni, sia stato un passaggio di consegne tra un lavoratore della terra, come si è definito Riina, e un amante della comunicazione epistolare da libro Cuore.

Non è possibile accettare la versione che vuole Provenzano, capo indiscusso di Cosa Nostra. Non è possibile farlo, se si segue il filo logico che, indicato da Falcone e Borsellino, ha costretto a guardare oltre a una coppola e ad un fucile a canne mozze. No, non è possibile credere che il teorema Buscetta, che dimostrò l’esistenza di un sottilissimo confine, così sottile da non riuscirlo più a vedere, tra mafia, politica, servizi segreti, banche e quant’altro ricollegabile al potere occulto, possa essere stato ideato, concepito, gestito da un metro e sessanta di violenza, omicidi e pizzini.

Perché da quel lontano 1963, in Italia, ne sono accadute di cose. Sin dal terzo e quarto Governo Fanfani che chiusero la Terza Legislatura post-fascismo, il 15 maggio di quell’anno. Sin dal primo Governo Leone. Breve. Sei mesi. Prima dei cinque anni monopolizzati da primo, secondo e terzo Governo Moro. Tre nomi illustri della politica italiana, protagonisti della storia e della cronaca del nostro paese. Un’eredità politico-culturale che si è trascinata fino ai giorni nostri.

Si, ne sono accadute di cose. Iniziò la fine del boom economico, polvere negli occhi per chi aveva creduto al miracolo delle vacche grasse. Ci fu il tentativo di sfruttamento dell’energia nucleare, bloccato da Saragat, ma ci fu anche il primo tentativo di Aldo Moro a mettere insieme le forze politiche di centro e di sinistra. In pratica, la DC e il PSI.

Questo tentativo di compromesso storico, che Moro ricostruì nella sua mente e nei documenti spariti durante il suo sequestro del 1978, rappresentò un prima avvisaglia di un metodo, oggi ormai consolidato e perfezionato, di ripristino degli equilibri occulti tramite la strategia del terrore, come abbiamo preferito ribattezzarla.

Non è altrimenti spiegabile il mistero, uno dei tanti, dei tumulti di Piazza Venezia a Roma del 9 ottobre 1963. Tumulti scoppiati tra polizia e manifestanti sindacali che porteranno all’arresto di centinaia di persone, dopo ore angosciose di barricate, auto incendiate e lancio di pietre. Questa brutta vicenda di piazza, bissata in Piazza Statuto a Torino, lasciò gravi sospetti su infiltrati addestrati ad hoc per seminare disordini e screditare le masse in protesta. Trentasette anni dopo, ripeto, TRENTASETTE anni dopo, una Commissione di inchiesta paventò la possibilità che i servizi segreti deviati in Gladio, avrebbero avuto le loro riconosciute responsabilità.

Ma perché tutto questo?

Perché il connubio mafia-politica era già operativo. Perché Gladio era nata con l’obbiettivo principale di impedire l’invasione comunista nel nostro paese. Perché, guarda caso, gli addestramenti degli uomini che ne facevano parte, si sarebbe scoperto in seguito, avevano già da tempo come base operativa, la Sicilia. Perché a dicembre di quel fatidico 1963, Moro riuscì a formare un governo di centro-sinistra, trascinandosi il PSI e nel frattempo, il Partito Comunista alla tornata elettorale di aprile, era passato dal 22,7% dei consensi al 25,3%.

E’ perdendosi tra questi tasselli di potere, e nel tentativo di rimetterli insieme, che si può proiettare gli eventi di questi quarantatré anni di latitanza Provenzano alle possibili conseguenze della sua cattura.

Tre sono i momenti essenziali sui quali appoggiare il nostro tentativo di spiegazione logica a quanto sta accadendo:

1. la strategia della tensione con lo sfruttamento del terrorismo di sinistra e di destra, atta inizialmente ad arginare il fenomeno del ’68, e culminata con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro;

2. la rivoluzione politica e la frammentazione della Democrazia Cristiana, dopo l’avvento di Tangentopoli, e la successiva “scesa in campo” di Berlusconi;

3. 1992-1993: strage di Capaci e Via D’Amelio, gli attentati di Firenze, Roma e Milano. Il tutto seguito da un periodo di pseudo-tranquillità, determinata da quell’accordo siglato dal vertice mafioso del 1995 (presieduto da Provenzano) e oscure figure dei servizi segreti, durante il quale il boss latitante avrebbe promesso una tregua di 7 anni, a condizione di particolari disattenzioni dello Stato sul fenomeno mafia.

Quest’ultimo punto, sembrerebbe riabilitare la figura di Provenzano all’interno dei giochi di potere, caratteristica da sempre, del nostro paese. Ma, a che conclusioni arriviamo se, alla tradizionale sequenza “mafia-politica”, contrapponiamo quella inversa di politica-mafia?

In poche parole: quale realmente utilizza l’altra?

E’ indubbio che, riuscire a rispondere a questa domanda, ci avvicinerebbe almeno in parte alla verità. Ma visti i tempi medi che occorrono in Italia, per giungere a conclusioni mai del tutto definitive, occorre mantenersi in salute per i prossimi trent’anni per toglierci il dubbio che Provenzano possa essere stato solo un paravento.

Considerazione finale, ma sicuramente non ultima: appare quantomeno singolare la previsione, quasi già scritta e chissà da quanto tempo, dei nomi destinati a sostituire il capo di Cosa Nostra. Accadde con la cattura di Riina ed oggi, con quella di Provenzano. Eppoi, preoccupa la paventata guerra di mafia che ne potrebbe seguire. Un’ipotesi che, riusciremmo a fatica a non collegare con la vecchia e sempre efficace strategia del terrore.

C’è davvero qualcosa in più, di quella faccia quasi sorridente.


Lo speciale di Girodivite su Bernardo Provenzano

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