La Storia e i tribunali


Il controllo giudiziario della storiografia


di Alberto Giovanni Biuso pubblicato il 14 dicembre 2005

La Repubblica Ceca ha approvato una riforma penale che prevede il reato di “negazione del genocidio attuato dai comunisti in Cecoslovacchia”; lo storico inglese David Irving rischia seriamente la condanna a numerosi anni di galera perché esprime posizioni scettiche, fino a volte al negazionismo, sullo sterminio degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale.

Sono segnali molto pericolosi di una volontà di controllo della ricerca storica da parte dei poteri costituiti, siano essi giudiziari, politici, accademici. Più in generale, serpeggia nel tessuto sociale e culturale la volontà di porre il libero dibattito delle idee sotto il controllo di Nuove Inquisizioni, che in nome del politically correct stabiliscono che cosa si può dire e che cosa no.

Di fronte al rischio delle censure ideologiche, della Storia di Stato, dei Valori Assoluti, va detto con chiarezza che:

l’essere umano si caratterizza in primo luogo per le facoltà del pensare, parlare, comunicare. Ogni controllo esercitato sul pensiero è un controllo integrale sulle vite;

la storiografia, come ogni altro ambito del sapere, è per sua natura dinamica; se uno degli elementi che caratterizzano le scienze empiriche è la possibilità di rivedere le tesi dominanti, tanto più esso vale per le scienze umane;

a portare la storia in giudizio sono sempre stati e sempre saranno i vincitori, e ciò vale sia per i tribunali reali (Norimberga, Milosevic, Saddam Hussein), che per quelli metaforici;

non esistono valori eterni ma ogni criterio umano è delimitato dal tempo e dallo spazio; e anzi in nome dell’assolutezza dei valori sono stati perpetrati ogni volta crimini gravissimi;

uno dei grandi contributi di Nietzsche alla liberazione dell’umano dai suoi vincoli è la constatazione che “direi: no, proprio i fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni” (Frammenti postumi 1885-1887); il prospettivismo delle verità implica che anche il soggetto interpretante diventi un’interpretazione, un’invenzione, un’ipotesi e la verità altro non sia che il vagare nomade della mente nel territorio senza limiti della conoscenza e dell’essere;

alle affermazioni storiografiche che vengono ritenute assurde, si risponde con un lavoro di ricerca più rigoroso, con documenti, testimonianze, argomentazioni, e non mettendo in galera chi sostiene una tesi, qualunque sia il suo contenuto;

nel Trattato teologico-politico, Spinoza dichiara che la libertà di espressione deve essere garantita a tutti. Infatti, non potendo le autorità reprimere il pensiero ma solo la sua pubblica manifestazione, ogni divieto condurrebbe all’ipocrisia: la gente penserebbe una cosa e ne direbbe un’altra. A essere controllate debbono essere le azioni, non le opinioni;

il potere guadagna sempre dalla sorveglianza giudiziaria sulle idee -storiche, scientifiche, filosofiche, estetiche che siano...; l’anarchia è prima di tutto, invece, libertà di pensare e dire, senza padroni e senza maestri di Stato.

www.biuso.it

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