Riaprire in sicurezza, la pandemia lo impone


Ho fatto un sogno: vedevo il ministro dell’istruzione annaspare in una pozzanghera melmosa, senza chiedere aiuto a nessuno...


di Evaristo Lodi pubblicato il 24 luglio 2022

Ho fatto un sogno: vedevo il ministro dell’istruzione annaspare in una pozzanghera melmosa, senza chiedere aiuto a nessuno. La cosa più strana e particolare era che quel ministro non aveva un volto, come in un film di fantascienza. Non si capiva nemmeno a quale universo di genere appartenesse e mi scuseranno le donne se ho usato l’articolo e il sostantivo al maschile. D’altronde negli ultimi vent’anni il conteggio risulterebbe in perfetta parità: sette ministri e sette ministre che sono saliti al soglio della Pubblica Istruzione, la “quota rosa” è salva.

‎Mi sento un po’ Don Abbondio quando mi chiedo: Fioramonti, chi era costui?. Solo scorrendo su Wikipedia (non me ne vogliano gli insegnati inorriditi) la lunga lista dei ministri dell’istruzione, sono riuscito a risalire a questo cognome a cui, per dignità, voglio assegnare anche il nome di battesimo, Lorenzo. Il Ministro Fioramonti si dimise dal suo dicastero dopo solo 3 mesi e 20 giorni dalla sua nomina. Correva l’anno 2019 e il governo Conte 2 era appena sorto. Le sue dimissioni furono dettate dal fatto che il Consiglio dei Ministri non avallò la sua richiesta di un miliardo di euro per risanare l’edilizia scolastica. Ora stiamo a discutere di più di venti miliardi, se non ricordo male, previsti dal PNRR di cui non ci è dato di sapere come verranno spesi. Dopo le sue dimissioni, il ministero si è diviso in due fra la scuola e l’università [1] creando ancora più confusione fra i non addetti ai lavori. Non conosco personalmente Lorenzo Fioramonti ma credo che il suo gesto sia da attribuire a quelle visioni profetiche che rimangono inascoltate e, comunque, che sia stato compiuto da una persona onesta. A prescindere da quale casacca partitica indossasse che, peraltro, voglio scientemente ignorare.

Quando è scoppiata la crisi del governo Draghi, ho un’immagine vivida e sconfortante del Ministro dell’Istruzione fra i banchi del governo a palazzo Madama, completamente solo e con la testa sconsolatamente appoggiata a un braccio. Si stavano svolgendo le votazioni per la fiducia ma, del governo, era rimasto solo lui al suo posto.

Ho sognato poi Don Milani (anche lui Lorenzo, che sia un caso?) che affogava nel Maelstrom della retorica e della demagogia. Lui sì che aveva la sua faccia , il suo volto: quello di un sacerdote che negli anni del boom economico combatteva le ingiustizie scolastiche che venivano perpetrate fra i “pierini” e i figli dei contadini che non avevano ancora beneficiato dei miracoli della Ricostruzione. Molte scuole sono state intestate a lui, se ne sente sempre più spesso parlare, ma la natura dei suoi scritti è lontana anni luce dalle pratiche scolastiche che inondano la penisola. Lo scritto più conosciuto è naturalmente “Lettera a una professoressa” che diventò l’apripista della riforma scolastica degli anni Sessanta.

“(…) oggi un confronto fra le due categorie non può valere. Perché l’una è figlia di «privilegiati» d’un mondo in agonia che Dio sta forse accecando per castigarlo di aver troppo e troppo male usato dell’intelletto, oppure di non averne fatto parte agli infelici. L’altra del mondo degli oppressi, di coloro che hanno troppo poco usato dell’intelletto e ai quali Dio riserva un futuro pieno di promesse, un uso del dono dell’intelletto finalmente degno di creature sue.” [2]

I privilegiati in un mondo in agonia, sembra una frase profetica, che si adatta perfettamente alla nostra società. E alla scuola? Non nascondiamoci dietro a Don Lorenzo. Lui è stato un pioniere e un profeta nella società italiana che è riuscito a portare la cultura alle classi inizialmente escluse dalla società dei consumi. Ora invece quella stessa società annaspa in un consumismo sfrenato che non vede nessuno escluso se non un gruppo eterogeneo che, dal covid in poi, ha trovato sempre più difficoltà a garantirsi un tenore di vita elevato. Molti, per comodità, chiamano questo gruppo “la classe media”, che sta sparendo, favorendo sempre maggiori disuguaglianze fra la popolazione. Un altro gruppo, ancor più eterogeneo, è costituito dagli stranieri che sempre più accorrono al suadente canto delle “sirene benestanti”. E alla scuola italiana cosa possono interessare argomenti di questo tipo?

A tal proposito, ci viene sempre in aiuto Don Lorenzo: “[…] della sua vecchia idea fissa e cioè che a noi poveri ci manca solo l’italiano. […] Una parola da nulla diventava un mondo, ci diceva da dove veniva e come la si può usare e mille frasi diverse in cui serve e tutte le sfumature dei suoi significati e come la si ritrova in altre lingue e come si compone con altre parole […] Io so che vi occorre solo la lingua e la lingua è fatta delle parole di tutte le materie diverse messe insieme. Se ti insegnassi solo a disegnare saresti una bestia che disegna e non serviresti né a te né a nessuno.” [3]

Ed ecco arrivare “l’educazione civica” in ogni scuola di ogni ordine e grado. Come si può affermare che la scuola italiana non abbia bisogno di un insegnamento del vivere sociale, del vivere in comune. Ma chi deve insegnare una materia tanto delicata, chi ha l’abilitazione per farlo: tutti. Tanto l’insegnante professionalmente competente, ligio al proprio dovere, alla propria “missione”; sia l’insegnante “medio”, quello che, come me, cerca di svolgere il proprio dovere nell’ambito delle proprie possibilità (e sono la maggioranza); sia l’insegnante “pierino” che svolge i propri compiti facendoli soggiacere ai propri interessi personali. Se fossimo all’epoca di Don Lorenzo, non ci sarebbero difficoltà ad insegnare l’Educazione Civica, in base alla Costituzione, ma adesso la situazione è molto differente e, fra gli studenti, i pierini si sono moltiplicati come i cellulari nelle nostre vite [4]. Un tempo si sarebbe detto: Che fare? Ma ora la società è molto più fluida e, anche se l’Ocse ci avverte che i nostri studenti sono nella parte bassa della classifica europea per “comprensione del testo” (ecco un’analogia con gli studenti/contadini degli anni Cinquanta) e per l’apprendimento della matematica, non si capisce come gli insegnanti dovrebbe promuovere il vivere civile con profitto per tutti.

La mia non è una critica agli insegnanti e/o agli studenti; la mia è una critica al sistema dell’Istruzione in Italia e, per estensione, di tutti i paesi dove il consumismo la fa da padrone. Da tempo la scuola non trasmette alle nuove generazioni dei valori ma solo delle regole che spesso vengono disattese anche da chi, queste regole, le dovrebbe imporre. Che cosa è successo? Credo sia un lungo percorso verso la democrazia a scuola che, paradossalmente, è iniziato con Don Lorenzo e forse anche prima [5]. E non è nemmeno una critica al nozionismo, visto e considerato che sono stato allevato [6] a nozionismo ma, spesso, mi ha fatto comodo. E allora cosa è successo? Forse il progresso, forse la crisi della Democrazia, sicuramente l’ennesimo carico di responsabilità affidate al mondo della scuola che non è più in grado di continuare a portare il peso di tutte le storture che la società propone. Mi sento sconfitto, allevato, chiuso in una prigione dell’anti cultura, o meglio dell’anti istruzione.

Lasciatemi un po’ di nostalgia “contro culturale” … Quando, da studente, si diceva che tutto era politica: da come ti vestivi a quello che mangiavi e ti dovevi schierare per forza, non avevi via di scampo, dovevi scegliere [7]. Poi, da insegnante, l’impatto democratico è cresciuto a dismisura: negli anni Ottanta le graduatorie per l’insegnamento si contavano sulle dita di una mano. Provate a farlo ora… Ma certo i computer ci hanno permesso un controllo maggiore di tutte le procedure burocratiche ma democratiche, in modo che nessuno possa prevalere su un altro e non vi sia così un pregiudizio classista.

Ma la democrazia sembra essere al suo tramonto [8] e le nuove generazioni devono combattere per non farsi metabolizzare dal sistema e non rientrare nella generale omologazione che ci soffoca. Dopo gli anni Ottanta sono scappato dal mondo della scuola per rifugiarmi nel mondo del lavoro pubblico e privato, illudendomi di avere valvole di sfogo e possibilità di crescita. Poi, quasi tre lustri fa, sono rientrato mestamente, sperando che uno straccio di meritocrazia fosse rimasto nei luoghi democratici adibiti all’istruzione. Mi sbagliavo ancora e, in questa torrida estate del 2022, mi sono reso conto che la crisi della democrazia, non solo italiana, è ormai endemica e che la crisi del mondo della scuola è devastante: ora che i soldi dovrebbero esserci e che potremmo provvedere a una riforma scolastica, degna di questo nome. Dagli anni del boom economico non esiste una sola riforma che sia degna di essere chiamata tale [9]. Il principio di Don Lorenzo di una scuola che dia una possibilità di emancipazione culturale a tutti sottende alle iniziative ministeriali e alle ricerche universitarie (che obbligano i futuri insegnanti a sostenere esami e conoscere le teorie pedagogiche, peraltro anche queste provenienti dal mondo anglosassone, per poter svolgere la professione, a prescindere dalla materia insegnata). Purtroppo ci si è concentrati sulla scuola primaria e su pochi anni della secondaria di primo grado; ci si è concentrati sull’età preadolescenziale, lasciando allo sbando chi si deve confrontare con una platea di adolescenti (o adulti) che, a seconda della scuola che frequentano, sono molto più agguerriti sulle critiche, sulle esigenze, sulle rivendicazioni e su tutte le possibilità che la democrazia a scuola ha comportato. Generalizzare su una scuola, per lo più generalista, è un enorme errore ma provate a confrontare l’utenza (ormai si dice così anche a scuola, riferendosi agli studenti e/o ai genitori) di un liceo classico e di una scuola professionale o serale. Per non parlare dell’inclusione scolastica dei diversamente abili nella scuola superiore che spesso viene affidata al buonismo degli insegnanti curricolari (a volte, la responsabilità dell’inclusione viene imposta dall’alto e all’insegnante coscienzioso, non rimane altro che obbedire).

La politica è letteralmente collassata e ci dobbiamo tutti affidare al responso che avverrà il 25 settembre. Ho sempre votato nella mia vita ma oggi provo un potente fastidio perché chiunque voglia prendere il potere urla di responsabilità di salvaguardia, di sicurezza, di lavoro, di istruzione per tutti. Sembra davvero che il mese di settembre sia cruciale per l’Italia e speriamo che il prossimo non ci faccia ripetere, con amarezza, “si salvi chi può”. Oggi in Europa è scoppiata una guerra e, a questo punto, ci viene in aiuto ancora una volta Don Lorenzo, nella sua celeberrima “Lettera ai giudici”:

“A Norimberga e a Gerusalemme son stati condannati uomini che avevano obbedito. L’umanità intera consenta che essi non dovevano obbedire, perché c’è una legge che gli uomini non hanno forse ancora ben scritta nei loro codici, ma che è scritta nel loro cuore. Una gran parte dell’umanità la chiama legge di Dio, l’altra parte la chiama legge della Coscienza. Quelli che non credono né nell’una né nell’altra non sono che un’infima minoranza malata. Sono i cultori dell’obbedienza cieca.” E conclude con amarezza: “Siamo dunque tragicamente nel reale. Allora la guerra difensiva non esiste più. Allora non esiste più una “guerra giusta” né per la Chiesa né per la Costituzione.” [10]

Speriamo di poter continuare a sognare una scuola che insegni davvero materie, principi e valori esenti dalla retorica e dalla demagogia… Speriamo a settembre, dopo due anni di false e timide prove, di poter riaprire in sicurezza tutta la società. Ma, per favore, evitiamo a tutti i costi la prossemica, soprattutto per gli adolescenti; la pandemia lo impone. Ci penseranno i “consigli per gli acquisti” a ristabilire l’equilibrio.


[1] Anche tra il 2006 e il 2008 il ministero era stato scorporato.

[2] Cfr. “Don Milani. Tutte le opere”, Mondadori, I Meridiani, volume primo, Cles (TN), prima edizione 2017, “Le conseguenze dell’inferiorità culturale”, pag. 227

[3] Cfr. “Don Milani. Tutte le opere”, cit., “Ho aperto gli occhi”, pag. 1015-1016

[4] Provate a confrontarvi con gli adolescenti e gli strumenti elettronici e vi sentirete dei Don Chisciotte. Tempo fa correva su internet un video di un insegnante cinese che, colto da un impeto d’ira, distruggeva con furia pedestre, lo strumento elettronico che aveva distratto dalla lezione il malcapitato studente. Ma si sa, nel lontani Oriente i diritti umani e la democrazia non sono molto di moda, purtroppo.

[5] I grandi protagonisti della pedagogia italiana che hanno fatto la storia della pedagogia mondiale: Da Maria Montessori a Alberto Manzi, per citare solo i primi due che mi vengono alla mente.

[6] Cfr., Giorgio Gaber, “Polli d’allevamento”.

[7] Cfr., Giorgio Gaber, “Destra-Sinistra”.

[8] Vedi numerosi autori che si sono occupati e si occupano di questo da Julien Benda a Anne Applebaum, da Thimoty Snider a Zygmunt Bauman tra i più conosciuti.

[9] “Si sapeva che ci saremmo tirati addosso un mucchio di dispiaceri [con la «Lettera ai giudici»]. Però questo è … è il destino quotidiano della scuola: se la scuola vuole veramente influire sulla società bisogna che contraddica le usanze.”, Don Lorenzo Milani, “Strumenti e condizionamenti dell’informazione”, cit., pag. 1337

[10] Cfr., Don Lorenzo Milani, “Lettera ai giudici”, cit., pag. 952 e 960

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