Guerra: italiani insoddisfatti


Richiamo dell’OdG sullo “show dell’orrore” – Ancora polemiche per Damilano mentre il papa è censurato – Canone Rai: come fanno gli altri Paesi – Prestigioso premio alla giornalista Natale


di Adriano Todaro pubblicato il 27 aprile 2022

ANCORA POLEMICHE PER DAMILANO ‒ Non si placano le polemiche per l’accordo fra l’ex direttore de L’Espresso Marco Damilano e la Rai per una striscia informativa quotidiana di dieci minuti su Rai3. L’accordo, come abbiamo già scritto, era stato contestato dai giornalisti Rai sia per la collocazione della striscia serale che si sovrappone con il TG2 e sia per la scelta di un esterno malgrado i numerosi giornalisti già assunti alla Rai. Ora un articolo del Fatto Quotidiano, ha riaperto le polemiche. Secondo il quotidiano, Damilano riceverebbe un compenso di 2 mila euro a puntata, per un totale mensile di 50 mila euro. La Rai smentisce e comunica che il compenso di Damilano sarebbe, comunque, inferiore al tetto dei 240 mila euro lordi. Subito sono spuntate le interrogazioni da parte di Fratelli d’Italia e Lega.

CENSURATO IL PAPA ‒ Dopo essere stato a Malta, papa Francesco si è trovato, di nuovo, censurato. Si tratta della Tv pubblica maltese Tvm e del canale televisivo One (laburisti). Le due emittenti sono state le sole a non dare conto delle parole che il Papa ha pronunciato contro la corruzione, del suo invito a una politica più onesta che fermi la speculazione edilizia. La censura ha un peso particolare considerato che Malta sta facendo ancora i conti sull’omicidio di Daphne Caruana Galizia evidentemente commissionato, rimarca l’Ansa, per farla tacere dopo le sue rivelazioni sui legami corruttivi tra esponenti del governo Muscat e Yorgen Fenech, il tycoon poi arrestato come mandante dell’assassinio.

RICHIAMO DELL’ORDINE DEI GIORNALISTI ‒ Un forte richiamo a utilizzare umanità e professionalità nel raccontare la guerra, viene dall’Ordine dei Giornalisti che raccomanda di evitare «di cadere nello show dell’orrore. Le norme deontologiche dei giornalisti indicano un percorso preciso: verità sostanziale dei fatti, nei limiti del possibile e delle fonti, e continenza nel linguaggio e nell’uso delle immagini». La nota prosegue richiamando specialmente i direttori delle grandi testate, in particolare, quelle televisive «a un uso rispettoso e responsabile dei video e delle riprese, per il racconto del conflitto in Ucraina. È soprattutto in momenti come questi che dobbiamo riscoprire la nostra professione come un servizio da svolgere in modo attento e rigoroso».

GUERRA: ITALIANI NON SODDISFATTI ‒ Sembra proprio che gli italiani siano insoddisfatti da come viene raccontata, dai media, la guerra fra Russia e Ucraìna. Secondo un sondaggio Demos risulta che la Tv è il media principale per sapere della guerra, ma poco soddisfatti dal ruolo svolto dai talk show che enfatizzano il conflitto in Ucraina, fino a trasformarlo in un «spettacolo permanente» nel quale, di fronte alle immagini della tragedia, recitano «attori» di diversa professione e impostazione. Esperti di geopolitica e di guerra, cronisti, giornalisti, analisti, opinionisti, politici e militari. Hanno occupato la scena dove prima intervenivano altri «specialisti della paura», ovvero virologi e medici che si occupavano del Covid. Quasi metà degli italiani intervistati da Demos ritiene l’informazione sul conflitto «distorta e pilotata». Quasi una persona su quattro, in particolare, la ritiene faziosa e ritengono che le notizie e le immagini dei massacri compiuti siano largamente false o falsificate, costruite ad arte dal governo ucraino per delegittimare Putin. La diffidenza verso l’informazione sulla guerra appare diffusa e politicamente trasversale, ma risulta particolarmente estesa nelle componenti che si collocano più a destra. Fra gli elettori dei Fratelli d’Italia è al 60%. Ed è maggioritaria anche nella base della Lega e del Movimento Cinque Stelle. E, appena più ridotta, tra chi vota Forza Italia. Solo gli elettori del Pd affermano, in gran parte, di credere alla rappresentazione della guerra proposta dai media.

CANONE RAI: COSA FANNO GLI ALTRI ‒ Dopo che la deputata del gruppo Misto, Maria Laura Paxia ha chiesto al governo di eliminare il canone Rai dalla bolletta elettrica dal 2023 perché, come al solito, “ce lo chiede l’Europa”, vediamo rapidamente come fanno gli altri Paesi. In Francia, è una tassa sulla casa; nel Regno Unito e in Svizzera la riscossione del canone sulla Tv di Stato è affidata a società di recupero crediti; in Israele è pagata come una tassa sull’auto. Altra soluzione è quella di abolire del tutto il canone cosa che fanno in Spagna, Belgio, Russia, Ungheria, Norvegia. Una cosa certa è che, in Italia, non si tornerà al passato quando l’invito a pagare il canone era demandato al senso civico e alla persuasione con campagne mirate. Una scelta che ha portato il bilancio del 2014 a livelli disastrosi, il 27% dei nuclei familiari evadeva la tassa, tra il 2011 e il 2014 sono stati tolti alla Tv di Stato circa 500 milioni di entrate. Una ipotesi sembra essere quella di farla diventare una voce del 730, il modello per la dichiarazione dei redditi dedicato ai lavoratori dipendenti e pensionati. Eliminare definitivamente il canone Rai potrebbe essere l’opzione più semplice e indolore. Le Nazioni scandinave, ad esempio, hanno scelto già da anni di farlo. Il denaro arriva comunque da famiglie e imprese pagando le tasse generali dell’anno, senza la percezione di una voce specifica. In Italia l’assegno statale che il governo dovrebbe alla Rai dal 2019 si attesterebbe attorno ai 1.630 milioni. Questo schema permetterebbe alla televisione pubblica di contrastare anche l’evasione del canone speciale, l’imposta a cui sono chiamati gli uffici pubblici, le aziende, i ristoranti, gli hotel e che attualmente è ancora soggetta a non poca evasione: nel 2019 le entrate Rai dal canone speciale sono state 85,1 milioni di euro, nel 2020 (primo anno della pandemia) solo 61.

PRESTIGIOSO PREMIO A MARILENA NATALE ‒ La giornalista Marilena Natale è la vincitrice della quinta edizione del “Premio Leali delle Notizie in memoria di Daphne Caruana Galizia” (la giornalista maltese assassinata nel 2017 a causa delle sue inchieste sulla corruzione). Il premio viene assegnato, ogni anno, a un operatore dell’informazione che si è distinto in Italia come all’estero con le sue inchieste e le sue ricerche, mettendo in pericolo la sua vita e quella dei propri cari. La prima edizione del premio era stata vinta da Federica Angeli, la seconda da Sandro Ruotolo, la terza da Fabiana Pacella e la quarta da Paolo Berizzi. La motivazione del premio sottolinea che «Marilena Natale vive sotto scorta dal 2017 a seguito delle pesanti minacce provenienti dal clan dei Casalesi, ma non ha abbandonato la sua città, Aversa, in Campania. Le ultime intimidazioni le sono arrivate via WhatsApp in gennaio: insieme agli insulti, la proibizione di nominare un boss della camorra, Michele Zagaria, condannato all’ergastolo. Nonostante le difficoltà che il vivere sotto scorta comporta, con coraggio e determinazione Marilena Natale porta avanti le sue inchieste in un territorio difficile come le province di Napoli e Caserta, dove la camorra sta rialzando la testa. Eppure, nonostante le intimidazioni, continua a occuparsi d’infiltrazioni camorristiche, traffico di rifiuti, inquinamento e salute pubblica, ed è anche grazie ai suoi articoli che alcuni Comuni sono stati sciolti per mafia».

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