Stefano Mormile al liceo Cottini: la lunga notte della Repubblica italiana


È il secondo ospite, nel corso di quest’anno scolastico, al liceo. Il primo è stato Salvatore Borsellino. Ospiti di un breve ciclo, “testimonianze”, nato da un accordo tra l’istituto scolastico e la sezione torinese del movimento delle Agende rosse


di francoplat pubblicato il 23 marzo 2022

Stefano Mormile si presenta puntuale all’appuntamento con gli studenti del liceo artistico torinese “Renato Cottini”. Alle otto del mattino, il suo viso compare sul video, a disposizione degli allievi presenti in aula magna e di quelli nelle rispettive classi, ai quali l’ospite giunge su una LIM o su un video o un proiettore. Chiede di poter colloquiare vedendo i volti dei discenti, vuole comunicare con loro. La telecamera è rivolta verso i giovani seduti che si preparano ad ascoltarlo. È il secondo ospite, nel corso di quest’anno scolastico, al liceo. Il primo è stato Salvatore Borsellino. Ospiti di un breve ciclo, “testimonianze”, nato da un accordo tra l’istituto scolastico e la sezione torinese del movimento delle Agende rosse, alla pari di altre attività organizzate dalle due istituzioni e volte a sollecitare gli studenti verso l’acquisizione di una maggiore consapevolezza della storia del Paese in cui si trovano a vivere.

Come Salvatore Borsellino, Stefano è un uomo che ha perduto un fratello, due anni prima che in via d’Amelio scoppiasse l’inferno. È l’11 aprile 1990 quando Umberto, fratello di Stefano ed educatore carcerario presso il penitenziario Opera di Milano, viene ucciso da due uomini su una motocicletta, coperti dal casco integrale che lo freddano scaricandogli addosso l’odio mafioso. Stefano non cerca la suspense, anticipa i tempi e i temi dell’incontro. Non solo di odio mafioso si tratta, lo dice chiaramente, «è riduttivo parlare di mafia», perché, aggiunge, se è vero che è stato ucciso da sicari della ‘ndrangheta, inviati da boss della ‘ndrangheta, è anche vero che in quell’omicidio esistono responsabilità di apparati deviati dello Stato.

È una scelta narrativa ben precisa quella di Stefano, che rifugge la dimensione emotiva del discorso, che scansa il richiamo alla “pancia” e cerca di arrivare dritta dritta alla ragione. Vuole evitare, riuscendovi, un’immersione totale nell’ambito privato, un resoconto dettagliato e fotografico della propria vicenda privata. Lo fa inserendo Umberto, suo fratello, in una galleria di biografie esemplari del sistema del depistaggio che scatta non appena un morto e i suoi familiari cercano di trovare giustizia, ma non possono riuscirvi perché quel morto è finito nel gioco grande dei misteri d’Italia. La galleria a cui si fa cenno comprende, oltre Umberto, Peppino Impastato e Attilio Manca. Li accomuna, è Stefano a dirlo, la giovane età, gravitante attorno ai trent’anni e poco più, e, appunto, l’ignobile meccanismo del depistaggio. Impastato, giusta la macchina del fango che deve ricoprirlo, emerge alle cronache come criminale e terrorista, Attilio Manca è un tossico depresso e Umberto Mormile un corrotto.

L’ospite, prima di fotografare l’immagine distorta e porta all’opinione pubblica dalle menti raffinate, se non proprio raffinatissime, degli assassini, disegna un breve profilo biografico dei tre giovani, che usa come controcanto lirico delle icone negative che una certa stampa e una certa magistratura consegnano al pubblico. Spiega ai discenti, cioè, l’impegno di Peppino, il suo coraggio, la sua ostilità alle sue stesse radici familiari, così come illumina Attilio Manca in una cornice ben diversa da quella che resta vergata sui verbali del Tribunale di Viterbo e che lo crocifigge come drogato. Stefano, con pochi tocchi, mette in evidenza incongruenze e lassismo delle indagini, accondiscendenze e silenzi della stampa e delle forze dell’ordine, così come suggerisce agli studenti che il caso di Peppino Impastato trova una diversa analisi nella riflessione della Commissione parlamentare di inchiesta che, nel 1998, viene istituita al riguardo e che, due anni dopo, produce una relazione, un j’accuse verso gli investigatori: Subranni, mormora Stefano, ricordatevi questo nome.

Passa, quindi, alla tragedia famigliare. Umberto e il suo omicidio. Si muore, anzi, si viene uccisi per una ragione, dice l’ospite, questo vale per tutti, anche per quel giovane educatore carcerario. Allora, Stefano consegna la causa, quella informale, non ufficiale: Umberto, nel carcere, ha assistito a incontri inconfessabili tra membri del Sisde e boss della ‘ndrangheta; ciò, precisa il relatore, già quando si trovava a Parma, prima di approdare a Opera. Domenico Papalia è uno dei boss da cui si recano gli agenti deviati, dice. Un capo della ‘ndrangheta importante in Lombardia, che, in virtù di quegli incontri riservati e mai registrati come richiederebbe la legge, ottiene importanti benefici: permessi premio, la possibilità di lavorare all’esterno. Che vanno a fare i membri del Sisde da Papalia? Un accordo, sostiene Mormile, precisando che si tratta di rilievi avanzati da alcuni pentiti: la ‘ndrangheta avrebbe dovuto attenuare i sequestri di persona per limitare il clamore mediatico e i boss avrebbero potuto beneficiare di permessi e, magari, di una certa tranquillità nella gestione del traffico di stupefacenti in Lombardia.

Tutto ciò, ossia i colloqui riservati e segreti, avveniva a dispetto della legge e con indubbi appoggi dentro l’istituzione carceraria che avrebbe dovuto, invece, garantire il rispetto delle procedure, a partire dalla verifica del permesso fornito dal giudice di sorveglianza per il colloquio. Umberto Mormile vede e comprende e commette l’errore di parlare di questa situazione a qualcuno, qualcuno che comunica a Papalia che l’educatore carcerario intende denunciare questa prassi illegale. L’ospite del Cottini, come in altri momenti del suo discorso, allarga la prospettiva: questi rapporti osceni non erano, forse, una peculiarità del carcere milanese, forse in tutta Italia erano presenti accordi stretti fra il Sisde e la componente mafiosa. Del resto, spostandosi ad Ascoli Piceno, per liberare l’assessore campano Ciro Cirillo, lo Stato non andò a colloquiare con il capo della Nuova camorra organizzata, con Raffaele Cutolo?

Stefano ritorna sul fratello. Alla morte di Umberto si attiva il depistaggio: è un corrotto il morto, anzi era un corrotto, che aveva preso 30 milioni da Domenico Papalia per fargli ottenere un permesso di uscita e che, dopo averli intascati, aveva ricusato l’aiuto. Alle dichiarazioni dei pentiti, falsi a detta di Stefano, non seguono accertamenti approfonditi: sarebbe stato facile verificare la presenza di quei milioni tra i beni di Umberto, aggiunge l’ospite; eppure non viene approntata nessuna verifica. È il passaggio successivo quello che il relatore utilizza per ampliare ulteriormente la vicenda e farla diventare paradigma di una situazione nazionale. Spiega ai ragazzi, senza entrare troppo nei dettagli, che l’omicidio è stato rivendicato dalla “Falange armata carceraria”; una sigla, precisa, che compare per la prima volta proprio in occasione dell’assassinio di Umberto e che continuerà a comparire in altri momenti della storia nazionale, almeno sino al 1994. Perché proprio con Umberto? Forse, spiega Stefano, perché quello dell’educatore carcerario è il primo di una serie di atti volti a destabilizzare il Paese.

La platea tende le orecchie, per quanto si tratti di orecchie ancora grezze e poco abituate a un affondo del genere. Si avverte che questo passaggio è decisivo, non è solo una questione privata. Nel 1990, continua l’ospite, in Italia mutano gli assetti politici, sociali, economici, la classe politica viene spazzata via da Tangentopoli, mentre il mondo sta cambiando con la caduta del muro di Berlino. Al vecchio ceto politico, si sostituisce una lobby economico-finanziaria, tutt’ora presente, che governa al posto dei poteri politici istituzionali. Stefano non entra nei particolari di questo passaggio, lo enuncia come un fatto, un dato acquisito. E aggiunge che è questo “nuovo” potere che ingloba in sé uno strumento primario della democrazia, ossia l’informazione. Anziché «fare le pulci» al potere, la stampa, i media in generale, annacquano le notizie, le insabbiano, in un gioco di complicità con quei poteri forti che incrinano il valore stesso della democrazia in Italia. Tutto ciò, aggiunge Stefano, non significa che non esistano giornalisti dalla schiena dritta, e cita Paolo Borrometi e le intimidazioni che il suo lavoro di indagine gli procura.

Si giunge al centro concettuale del senso dell’intervento di Mormile. Il tema reale è la democrazia infangata, violata, incrinata, parziale, relativa. Non importa come definirla, è chiaro il senso: una democrazia sulla carta, contraddetta dalla storia e dai fatti. Non è solo un proclama, quello di Stefano Mormile. È una tesi argomentata. E l’argomentazione è lasciata a una lunga carrellata di vicende che, insieme alle biografie esemplari sopra riportate, fornisce un quadro impressionistico, ma veritiero, della notte della nostra Repubblica. Il dramma della campana “terra dei fuochi” e il silenzio garantito dal segreto di Stato attorno alla vicenda, il rapimento nel 2003 dell’imam di Milano, Abu Omar, a opera di agenti della Cia con la collaborazione del Sismi al fine di trasferirlo in Egitto per interrogarlo in quanto sospettato di terrorismo. Pure su questa vicenda, almeno per ciò che concerne gli agenti italiani, cala il segreto di Stato che porta al proscioglimento degli imputati.

Stefano prosegue con l’enumerazione delle storture democratiche: è la volta del “protocollo farfalla”, del 2004, che attesta un accordo tra l’amministrazione penitenziaria, diretta al tempo da Giovanni Tinebra, e il Sisde di Mario Mori, un canale di comunicazione diretta tra carceri e servizi segreti volto a raccogliere informazioni sui detenuti, sul personale delle carceri. Ai padrini, in sostanza, sarebbero arrivate somme di denaro per fornire informazioni al Sisde, attraverso dei centri di ascolto nei penitenziari, legati a esponenti di Cosa nostra, della ‘ndrangheta e della Sacra corona unita. Pure su questa vicenda si impone il segreto di Stato, anche se, nel 2014, l’allora premier, Matteo Renzi, lo elimina. Tuttavia, i nomi delle persone coinvolte e gli accordi segreti impongono un richiamo alla questione della trattativa Stato-mafia. L’ospite del Cottini non si ferma al passato, il suo intervento e le sue notazioni sulla sghemba democrazia in cui ci si trova a vivere giungono sino al presente, sino alla guerra in Ucraina. È un’osservazione veloce, sul fatto che quel conflitto viene alimentato con armi italiane, rispetto al cui invio i cittadini non vengono interpellati.

È chiaro, a questo punto, l’obiettivo di Stefano Mormile. Il suo percorso narrativo – per quanto non sempre recepibile dagli studenti a cui mancano alcune cornici generali utili alla comprensione dei singoli casi – dipinge un ritratto graffiato dei valori democratici a cui ci si richiama quotidianamente, sui quali, almeno a livello ideale, si fonda il nostro senso di appartenenza. Forse, non a caso, è stato evocato il conflitto odierno in Ucraina, quello narrato come polarità fra dittatura e libertà. Di fatto, Mormile ritorna su Umberto, sul fratello. Precisa ai ragazzi i termini della questione giudiziaria: ci sono condannati per l’atto materiale dell’omicidio e condannati in qualità di mandanti, almeno sulla sponda mafiosa, mentre manca l’accertamento della verità a un altro livello, quello istituzionale. E spiega come la vicenda trovi sponde anche in altri processi, ad esempio, quello condotto dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, dal nome “ndrangheta stragista”, a dimostrazione della complessa vicenda italiana di quei decenni, in cui mafie, servizi segreti deviati, massoneria e politici corrotti stringevano accordi ben distanti da ciò che in una democrazia dovrebbe essere centrale, ossia la trasparenza e l’agire in funzione degli interessi collettivi.

Stefano si avvia alla conclusione, osserva come, di recente, il gip di Milano abbia accolto la richiesta del suo avvocato, Fabio Repici, di riaprire le indagini e ciò lo porta a sperare che, finalmente, si giunga a verificare e ad accertare le responsabilità delle istituzioni deviate. Ciò anche per rimediare a un’altra morte, quella di Armida Miserere, compagna di Umberto, mente, a detta di Stefano, delle indagini private seguite alla morte dell’educatore carcerario; indagini di cui Stefano è stato il braccio, come dice alla platea. Indagini private, spiega, determinate dal fatto che quelle pubbliche erano arenate, condotte da una donna determinata e capace, a cui tali qualità costarono lo spostamento da un carcere all’altro – Pianosa, Ucciardone, Voghera ecc. – sino a quando, nel 2003, Armida non si è suicidata. Forse. Forse si è suicidata, aggiunge Mormile, perché qualche dubbio lo lascia il cuscino sul volto, qualche dubbio lo lascia il fatto che, nella lettera trovata su un tavolino, abbia sbagliato il numero di telefono del fratello, qualche dubbio lo lascia la stessa lettera, nella quale sembrano alternarsi due stili diversi, come se non fosse stata scritta dalla stessa mano.

«Non voglio insinuare nulla», dice Stefano. Ma insinua, in realtà. Ed è chiaro che la vicenda di Armida è stato un ulteriore colpo, l’ennesimo di una vicenda privata che non è affatto privata, di una morte sottratta all’intimità del dolore dei congiunti, come tante altre morti, perché nata nel pentolone nebbioso dei misteri d’Italia, della Repubblica delle stragi e dei silenzi. «Non fidatevi di me, cercate conferma a quanto ho detto», chiude il suo intervento l’ospite, invitando i discenti a non fermarsi alle apparenze, alle narrazioni dominanti. Lo saluta un applauso collettivo, riconoscente e, insieme, un po’ disorientato. Negli sguardi dei discenti c’è come una specie di dubbio e il dubbio è un posto scomodo nel quale vivere. Ma questa scomodità potrebbe, forse, garantirci un giorno cittadini più consapevoli.

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Umberto Mormile

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