Matteo va alla guerra


Quando l’arrestarono e gli fecero indossare la divisa nera da galeotto si dovette ricredere. Imputato in un processo politico per istigazione...


di Deborah A. Simoncini pubblicato il 15 marzo 2022

Matteo I°, quasi sempre arrabbiato finiva le serate il più delle volte ubriaco e al mattino teneva la gola irritata. “Io so camminare sotto la pioggia, senza bagnarmi e per questo non finirò in prigione”. Quando l’arrestarono e gli fecero indossare la divisa nera da galeotto si dovette ricredere. Imputato in un processo politico per istigazione, fu il Presidente dell’UE il primo a comunicare che non sarebbe intervenuto, seguirono i Presidenti di Polonia, Ungheria e Germania e infine quello americano, in pieno accordo con la Presidente della Commissione Europea. Un gruppo di cinquanta leghisti sottoscrisse una lettera aperta: “Ci auguriamo che tu possa farcela.”

Entrato nel primo anno di prigionia, senza intravederne la fine, Matteo divenne il detenuto più celebre del paese. Iniziò uno sciopero della fame di protesta contro le razioni misere e le sedici ore al giorno di lavoro a cui lo costringevano nella colonia penale, dove c’erano delle regole alimentari curiose: i pomodori consentiti, i cetrioli vietati. Vladimir era disposto a lasciarlo morire di fame. La brutalità della polizia penitenziaria russa superava ogni immaginazione. Matteo cominciò a vomitare sangue.

All’esterno intanto innalzavano le barricate, utilizzando pneumatici di automobili e camion, frammenti di pavimentazione e blocchi di pietre fatti a pezzi e messi in sacchi. Armati di fucili da caccia, fionda e bottiglie Molotov i manifestanti si riunirono a cantare l’inno nazionale. Occuparono Piazza dell’Indipendenza, insieme a un paio di strade adiacenti. Giorgia, da parte sua, calzò i tacchi alti, si mise tanto trucco e andò sulle barricate. Arrivò dipinta come un guerriero e si mise a parlare con i soldati che presidiavano gli edifici governativi. Incendiati vecchi ed enormi pneumatici e date alle fiamme le barricate davanti a sé vide la sagoma gigantesca di una lunga veste nera, un prete ortodosso. I tacchi sprofondati nella neve capì che sarebbe stata guerra.

“Non puoi passare. Ti ci vuole un elmetto, se non vuoi farti ammazzare.” “Non preoccuparti: sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono una cristiana. I proiettili non mi colpiranno. “D’accordo, come dici e vuoi tu!”, disse il soldato, arretrando un tratto di barriera, “Ma non avvicinarti troppo alle “aquile d’oro”, ci rimetteresti la pelle. I Berkut sono assassini li riconosci dai passamontagna nera che indossano.” I barbari scorrazzavano liberamente per le città e i disordini duravano da più di vent’anni. La situazione generale nelle campagne andò deteriorandosi. In una sola notte furono ammazzate 700 pecore. Il patrimonio zootecnico falcidiato dalla furiosa e ininterrotta macellazione del bestiame. Quello ovino si ridusse di quasi due terzi.

Vladimir Vladimirovich dichiarò in pubblico: “Dedico tutta la mia attività, il mio lavoro, il mio tempo all’interesse pubblico, in senso assoluto.” Quando lo videro sparare con la carabina e girare a torso nudo in groppa al suo cavallo, nel pieno delle forze e impegnato in attività di “vero maschio,” molte signore ne apprezzarono il fisico. Fu Alina a costruire col Presidente un solido rapporto e una carriera fortunata in politica e negli affari. Lavorava sodo, ostinatamente e senza compromesso, dedita seriamente alla politica estera, ma ebbe qualche incidente di percorso e lo scandalo dell’avvelenamento le danneggiò la reputazione. L’accusarono di essere mandante di omicidi, quando sotto i bombardamenti vennero democraticamente seppellite migliaia di persone. Si diede così il via alla distruzione e si aprirono le porte alla guerra e al terrorismo.

Volodja, Il politico più aggressivo del mondo, era solo il ragazzo che a pugni stretti e al fianco degli amici, difendeva il proprio territorio e il proprio quartiere dai visitatori indesiderati. Cresciuti nel benessere e lontani dalle dinamiche criminali delle strade cosa si può capire? In numerose occasioni mostrava al mondo i suoi pugni. Sapeva che da soldato semplice, nello scalino più basso della gerarchia, non si era nessuno. Il sistema in sé chiuso è schiavista e l’ufficiale può far fare al soldato tutto quello che gli passa per la testa. La guerra sarà una catastrofe, come fa a non rendersene conto? L’economia collassata, il paese senza un futuro.

Silvio uscì dall’ingresso laterale della prigione, con gli effetti personali in una borsa a tracolla, per marciare in testa al corteo, in mezzo a una fila di persone, con Giorgia e Matteo II° che sorreggevano uno striscione con la scritta: “Giù le mani dall’Ucraina.” Sussurrò agli orecchi di Mariano: “Ras-Putin è malato, ma non semplicemente malato, è anche uomo cinico e disonesto, per governare a vita vuole occuparsi dell’Ucraina.”

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