Panopticon, Godot e i nomotechi di oggi


Una riflessione sul nostro rapporto con le regole a partire dalla ricerca teatrale della performance "era una poco di buono" dell’Accademia Minima del Teatro Urgente


di Francesco Chiantese pubblicato il 27 ottobre 2005

Mi appresto a scrivere un pezzo noioso. Sono consapevole di questo piccolo trauma che il mio lettore dovrà superare nella stessa misura in cui sono speranzoso che possa interessarlo. Uno più uno qui fa zero. Oltretutto mi scuserete se è l’ennesimo pezzo in cui si parla direttamente delle mie esperienze teatrali; ma qui, il mio teatro è un punto di partenza per arrivare a parlare d’altro. Qui si parte da me per parlare di noi. E’ questo lo spazio giusto per un articolo di questo tipo? Credo di si. Quello che si scopre con la scienza non ha utilità se non è diffuso (qualcuno diceva qualcosa di simile, ma ahimè, le mie citazioni sono e rimarranno sempre vaghe come la mia memoria), idem possaimo dire della ricerca teatrale. Quindi, se vi va, armatevi di un pò di pazienza, una decina di minuti di tempo, e poi leggete.

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Rosso su blu
La scena del rogo del libro

Una performance per cominciare Partiamo da una performance spettacolo avvenuta lo scorso luglio in tre città italiane Modena, Roma e Montepulciano (Siena). La performance nasce da un mio studio per conto dell’Accademia Minima del Teatro Urgente. Aveva tre caratteristiche fondamentali di cui una sola ci interesserà qui e che potrete riconoscere eprchè sarà l’ultima che citerò. In primo luogo lo spettacolo partiva da un testo autobiografico di H.C.Andersen "Era una poco di buono", esattamente partiva da un’istante di questa favola. In secondo luogo era uno spettacolo montato per essere recepito con la stessa intensità sia dagli udenti che dai sordi; su questo vorrei potermi soffermare molto, ma non qui, non adesso, insomma se vi interessa mandatemi una mail. Terzo punto, per noi qui cruciale, lo spettacolo era costruito in modo che, chiunque volesse prendervi parte, doveva fare un piccolo sforzo: avvicinarsi ad una paerete di stoffa, infilare la testa in uno strappo di questa stoffa e guardare.

Necessità di uno sforzo cognitivo Abbiamo scoperto (l’acqua calda qualcuno dirà, ma ce ne siamo accorti adesso, quindi per noi è una scoperta) che per avere l’attenzione dello spettatore dobbiamo renderlo partecipe. Il che non vuol dire necesariamente sbatterlo contro un muro, spogliarlo e stuprarlo deridendolo come altri fanno, l’essenziale e chiedere a chi osserva di attivarsi anche mimamente nei confronti di ciò che accade nello spazio scenico. Anche solo aprire una porta, dargli la possibilità di "scegliere" se e come prendere parte. Una volta che chi osserva ha fatto il passo è disposto a prendere tutto con maggiore energia in quanto dentro se pretende dall’attore di ricevere qualcosa in cabmio dello sforzo fatto. In pratica pretende dall’attore quello che l’attore vuol dargli.

La struttura, il superfluo. Lo spettacolo aveva una struttura semplice. I due attori all’interno vivevano alcune scene di ordine quotidiano, ponendo l’accento sui rapporti di forza che sempre si stipulano tra due persone di cui non era evidenziata alcuna dicotomia...potevano essere madre e figlio, due amanti, due fratelli, due conoscenti...il pubblico qui ha lavorato di fantasia in risposta ai nostri stimoli ed ha autocostruito storie e nessi. L’unica cosa certa è che questi due individui erano costretti alla coesistenza Come a significare che ciò che realmente interessa a chi ascolta un racconto è la tensione nei rapporti, le qualità ed i colori di cui si dipingono le relazioni: il resto, in questo specifico caso, era superfluo.

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Rapporti di potere
Alcune scene all’interno definivano in qualche modo un’ipotesi su quanto sarebbe potuto accadere fuori.

La meccanica del gioco L’azione si svolgeva all’interno di una struttura di stoffa, un grande cubo di tre metri per tre metri per tre metri, costruito con tessuto non tessuto nero ed illuminato dall’interno. L’illuminazione, quattro neon blu dal basso ed una lampadina opaca calda sospesa al centro dello spazio, da questo punto di vista (c’è n’è un’altro ma...dopo...dopo.) serviva a evidenziare ancora di più i cambi feroci nella dinamica dei rapporti tra i due. Intorno al "cubo" alla distanza di circa due metri e mezzo una fila di sedie. Nello spazio tra sedie e cubo delle piccole candele e dei pezzetti si carta con la frase di riferimento della fiaba di Andersen Lungo le pareti del cubo, come dicevo prima, gli strappi nella stoffa necessari alla visione dello spettacolo.

Prime reazioni, la paura del silenzio. Il pubblico invitato ad enrare in sala trovandola così organizzata immediatamente si disponeva a sedere. Realmente nessuno degli spettatori delle sei repliche a cui qui facciamo riferimento si ’è mai avvicinato subito al cubo. Tutti, proprio tutti, si sono messi a sedere.

Anche all’interno della convenzione teatrale, chi prende parte ad uno spettacolo si pone il problema del ruolo. Nonostante decenni di sperimentazione aggressiva sul rapporto attore-spettatore ancora adesso lo spettatore si riconosce, com’è naturale che sia, nel suo ruolo e si dispone a viverlo. Lo spettatore è pronto ad officiare la cerimonia come lo è l’attore.

Qui accade la prima cosa interessante. Lo spettacolo infatti, per nsotra scelta, non aveva inizio prima che qualcuno non si fosse alzato e diretto al cubo. In una replica romana (eravamo al Rialto Sant’Ambrogio spazio teatrale che ha un pubblico abituato a performance di teatro di ricerca) abbiamo atteso quasi quattro minuti prima di poter dare il via. Con qualcuno spazientito da un improbabile guasto tecnico. Nessuno infatti poteva aspettarsi in silenzio così lungo e vuoto perché è realmente fuori da quella convenzione teatrale di fatto che ci si aspetta di trovare. Siamo abituati come spettatori ad essere stuprati e non come pubblico ad essere realmente partecipi con la nostra "attenzione". Eppure in"era una poco di buono" l’interazione con il pubblico avveniva realmente soltanto sul piano dell’attenzione. L’interazione che in teoria dovrebbe essere la più classica nel teatro, ma che solitamente si risolve in una richiesta di attenzione o in un furto d’attenzione da parte dell’attore, ma mai in una offerta d’attenzione da parte del pubblico.

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La guardia ed il detenuto
Nello spettacolo la drammaturgia era quasi inesistente, quello che accadeva in scena era una rappresentazione scheletrica dei rapporti tra esseri umani costretti a coesistere nello stesso spazio.

Stare nel gioco, governare il gioco Arriviamo adesso nel punto in cui lo spettacolo ha inizio. Le azioni, su cui qui non ci soffermeremo (venite a vedere lo spettacolo quando nel prossimo anno sarà in replica), si svolgono all’interno del cubo ed il pubblico, intanto, osserva dagli strappi (infilando la testa dentro alcuni, osservando a distanza pochi altri...ma comunque alzandosi dalla postazione a sedere) ciò che accade. Qui ci siamo resi conti di dover dare al pubblico un ulteriore stimolo. Erano pronti ad interagire, probabilmente, ma gli mancava il "permesso" che consente di interrompere così bruscamente la convenzione teatrale. Ecco lo stimolo da noi scelto. Gli oggetti di scena, calati dall’alto (ovvio, nel cubo) attraverso piccoli fili e carrucole venivano, una volta utilizzati, passati al pubblico e lo spettacolo si sospendeva finchè qualcuno all’esterno non avesse afferrato l’oggetto. E’ stato nella pratica come dire al pubblico "si si, è proprio vero, lo puoi proprio fare, puoi giocare anche tu".

A questo punto abbiamo assistito in molte repliche alla cosa forse più interessante. Una volta che il pubblico aveva offerto la propria attenzione per far aprtire il gioco, una volta che era stata stabilita tra attore e spettatore una variante alla convenzione teatrale per cui il pubblico poteva intervenire sulle azioni degli attori...ecco che, gli esseri umani all’esterno del cubo, scelgono di interagire con il cubo. Strappano la stoffa, smontano i fili, giocano con gli oggetti di scena, si allontanano e si avvicinano agli strappi per cambiare prospettiva, salgono sulle sedie per cercare di osservare dagli strappi in alto. Scelgono (ovviamente parliamo di una maggioranza) di relazionarsi, giocare, con il contenitore e non con gli esseri umani che erano il conenuto. Cosa accade?

Panopticon, una diversa prospettiva di molte cose Facciamo una piccola digressione per accennare qui all’esistenza di un modello teorico (e poi pratico) a cui ci è comodo in questa analisi fare riferimento. Dall’idea con cui Piero della Francesca, durante il Rinascimento, teorizzò in pittura la prospettiva, nasce uno dei modelli cognitivi e sociali più importanti mai avuti nel contemporaneo per studiare i fenomeni sociali. La prospettiva infatti può essere colta pienamente dallo sguardo solo se colui che osserva occupa un posto preciso nello spazio reale. In quel punto però può collocarsi un unico individuo per volta. E’ il Godot della situazione, che non è in scena essendo, nel contempo, guardiano della scena. Da quel momento molti si sono concentrati nello sutdio di quell’unico punto di vista. Durante l’Illuminismo Jeremy Bentham in alcune sue lettere, scritte dalla Russia ad un amico, rese concreto il potere determinato dall’occupare quel posto che garantisce l’unico punto di vista.

Lo chiamò il panopticon. Il panopticon era un edificio che prevedeva al proprio interno, nel suo centro, una torre di osservazione. Il funzionario, il guardiano che la occupa, può , tramite un ingegnoso gioco di luce e controluce, controllare lo spazio circolare circostante senza essere visto da coloro che vivono nei diversi livelli di celle. In pratica le celle erano disposte lungo un anello perimetrale che da un lato, dava su un cortile, e dall’altro aveva una apertura (con sbarre ovviamente) che dava all’esterno. La luce passava da questa apertura e poiettava sul cortile l’ombra deld etenuto in modo che il guardiano potesse vederla dalla sua torre. Lui guardava senza essere visto. Godot. Egli è l’Uno che tutti osserva. L’applicazione evidente del progetto era rivolta alla costruzione di prigioni, ospedali e manicomi (le famose zone Coletti dei manicomi prima della 180). Bentham non era pienamente consapevole della portata della sua invenzione; in quel momento pensava di migliorare, con un’organizzazione razionale dello spazio, le condizioni di vita di quell’umanità abbruttita che esisteva in luoghi di reclusione sub-umani. La studio della comunicazione di massa applicata al mercato ed alla politica ha fatto, nei secoli, il resto ovviamente.

Quello che ci interessa è, anche questo è ovvio, il ruolo del detenuto. Esso sa di essere osservato, sa che deve rispettare una serie di regole (una convenzione) anche se non vede eprsonalmente chi controlla, anzi...non ha neanche la certezza, non può averla, che questo "qualcuno ci sia". (State pensando alla religione? State pensando alle regole morali? Fate bene, anche io ci penso; ma questo è un’altro aspetto).

Ecco...un’ultimo sforzo di fantasia: cosa accade se, uno sconosciuto che si identifica come "il guardiano" va ad aprire una cella? Il detenuto del nostro modello panopticon non uscira subito, o forse non uscirà per niente. Non identifica infatto il "potere" come un individuo, ma lo identifica con un sistema di regole che "qualcuno" di cui non riconosce che la posizione (in alto, onnivedente) controlla che lui rispetti. Non ordina, controlla. Il controllo, il contesto sociale e le sue regole del gioco sono, se è vera l’esperienza del panopticon, quello che l’individuo convenzionalmente considera il potere.

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Schema di panopticon
Ecco un semplice schema di come funziona la teoria del panopticon.

Nometeca Abbiamo bisogno, per spiegarci meglio e procedere verso una conclusione di un’altra breve digressione che, essendo buoni, mi concederete. Il concetto di nomoteca, cioè "colui che da il nome alle cose, colui che classifica in base a delle leggi". L’essere umano nella sua mitologia cristiana viene invitato a dare "il nome alle piante ed algi animali" come a tutte le cose; anche la scineza ci conferma questa necessità di classificare, determinare, costruire leggi e regole che decidano per noi il comportamento nei confronti o all’interno di qualcosa. L’essere un "nomoteca" è una caratteristica quindi innata dell’individuo ed, in un senso diverso, del suo gruppo di appartenenza. Ma in un sistema in cui tutto ha già un nome ed una regola cosa accade se offri all’essere umano di "cambiare" le regole senza una rottura drastica, senza una rivoluzione, senza unos travolgimento dei poteri e dell’occupazione di quel "punto di vista" di cui parlavamo sopra? Cosa accade se chi rappresenta le regole autoimposte offre all’uomo pacificamente di cambiarle, di determinarne altre? Cosa accade se la guardia del panopticon scende ed apre la cella?

La sindrome dell’atopia dei nomotechi: amplificare l’attenzione. Cerchiamo di reiterare quanto da me sopra proposto alla luce della esperienza pratica e laboratoriale costituita dalla performance "era una poco di buono". Partiamo dalla prima fase cioè quando la gente entra in sala, vede il cubo, e non ne riconosce con esattezza la funzione "ma che ci fa sto cubo in mezzo alla stanza con le candele attorno?"; poi vede le sedie e, quelle si che sanno a cosa servono, ci si vanno a sedere: "questo è il nostro spazio sedia=spettatori" e identificano in base a questo la funzione del cubo "allora quello davanti alle sedie è lo spazio degli attori".

Poi c’è il momento di silenzio di cui parlavamo prima che è in realtà un’attesa nei confronti del pubblico che deve rendere "attiva" la propria attenzione affinchè tutto inizi; ma anche qui abbiamo una giustificazione che fa aderire il tutto al sistema di cose conosciuto "ma che fanno? Ci sarà un problema tecnico...ce ne sono sempre in questi spettacoli strani; apsettiamo".

Quando il silenzio si prolunga appare negli spettatori il padre di qualsiasi azione teatrale: il dubbio. Nella lunga attesa, non sapendo cosa fare, si concentrano sui dettagli dell’unica cosa che hanno davanti: il nostro cubo di tessuto non tessuto. Ne osservano i dettagli, si accorgono che ha degli strappi, dei buchi. Essendo natura dell’uomo davanti ad un buco (niente battute, fingiamo di essere seri) quella di guardarci dentro c’è sempre qualcuno, qualcuno e non tutti subito, che si alza e va a dare un’occhio. Ecco. Ecco finalmente il nostro eretico che fa un passo fuori dalla convenzione teatrale mentre magari gli altri osservandolo si dicono "guarda che cafone, si alza e va a rompere le scatole, va a scuriosare".

Fermiamoci un’attimo qui. Possiamo definire quqesto primo stato dei nostri spettatori come "atopia". Atopia è incapacità di classificare. Incapacita di definire in che situazione siamo e che regole vanno applicate a questa situazione. Davanti ad un contesto di apparente assoluta libertà (avrebbero potuto fare qualsiasi cosa, almeno chiacchierare come semrpe prima degli spettacoli) non si riesce a definire cosa accade ed allora si resta in silenzio, amplificando l’attenzione in modo da poter sentire, percepire, quanto prima il complesso di regole di cui si ha bisogno per regolare il propio comportamento. Ecco il primo risultato ottenuto. Un’ampliamento della propia attenzione.

Cambiare il panopticon Appena il nostro buon eretico si avvicina ad uno dei buchi ecco, all’interno del cubo, accendersi le luci di scena (azione visibile ovviamente anche da chise ne era stato buono buono asedere in attesa) ed iniziare la parte dello spettacolo affidata ai due attori (per la cronaca Valeria Bassi del Teatro Urgente e Costanzo Carta). Ecco il segnale che tutti aspettavano: "si accendono le luci, sta a vedere che bisogna veramente guardà là dentro!". La gente si alza, si avvicina al cubo e continua ad osservare incuriosita prendendo intanto confidenza con la struttra (ovviamente: gli era stato davanti fin a quel momento incuriosendoli nell’attesa, ed oltretutto erano costretti a toccarlo, ad allargare gli strappi di stoffa, per guardare dentro).

Dopo poco gli attori mettono tra le mani del pubblico il novo stimolo: passano loro degli oggetti, senza guardarli direttamente: glieli passano attraverso i bichi come li avrebbero infilati su uno scaffale e restano immobili finchè qualcuno non lì prende. "Allora possiamo anche giocare con gli attori" pensa probabilmente il nostro spettatore medio. Ed allora? diciamo noi. In parte ci saremmo aspettato che lo spettatore giocasse con gli attori. Invece no. Ecco che si accanisce, sperimenta, gioca, si diverte interagisce con il cubo. Per gli attori diventa addirittura difficile tenere ferma la loro attenzione alla storia: essi sono oramai presi dalla scenografia.

Torniamo al nostro carcere panopticon per un istante. La nostra guardia libera il nostro detenuto, gli dice di poter fare qualsiasi cosa, e gli da gli strumenti per farlo. Ciascun detenuto così liberato, immaginiamo e spriamo, abbia davanti a questa libertà una reazione diversa: qualcuno si richiuderà in cella impaurito dall’assenza di regole, ma la maggioranza (che ha trovato obiettivamente quelle regole dure e che ha ancora abbastanza stimoli da volerle cambiare) farà altro. Qualcuno abbatterà il panopticon, qualcuno lo renderà diverso, qualcuno scapperà. Probabilmente nessuno, nessuno, sceglierà di avere un’interazione con la guardia. Perché la guardia non esisteva, non veniva vista, durante la detenzione ed il potere era rappresentato dalle regole.

Si dice che ogni rivoluzione abbia creato per prima cosa un suo vocabolario, un suo insieme di termini, di "nuove regole" da proporre alla sconfitta di quelle precedenti; non è un caso che l’anarchia sia demonizzata da ogni società, anche da quelle postrivoluzionarie.

In "Era una poco di buono" è stato nostra cura rendere le "regole" del gioco (a cui erano sottoposti gli stessi attori) più in evidenza rispetto al contenuto. Le regole erano lì davanti e fisicamente rappresentate, mentre la guadia, passatemi il termine, sarei stato io che non c’ero...o meglio ero nel pubblico senza che questi riconoscessero in me la figura del regista. Quindi non c’ero: perché è così che funziona.

Ecco perché, quando il pubblico ha capito di avere all’interno della performance una grandissima libertà, anche quella di interagire con gli attori (che ripeto, erano a portata di mano nel vero senso della parola), ha espresso la propria libertà cercando di modificare o comunque interagire direttamente con le "regole del gioco" nella loro rappresentazione fisica (tra l’altro nella performance effettivamente le regole, o alcune di esse come la costrizione a vedere attraverso un buco o quella di muoversi all’interno di uno spazio delimitato per gli attori, erano determinate dal cubo) e visibile.

Prendere il potere! Si, vabbeh, però, in parte. Facciamo anche un breve passaggio sull’ultima cosa che abbiamo potuto osservare mentre eravamo in "era una poco di buono" con i nostri spettatori. Il gioco, da parte loro, è diventato più invitante, più stimolante, insomma lì ha presi maggiormente quando si sono accorti che, modificando le regole del gioco gli attori dovevano ubbidire a nuove regole. Se un pezzo di scena veniva smontato, gli attori dovevano agire all’interno della "nuova scena"; se il pubblico respingeva gli oggetti passati fuori all’interno della scena (tra cui c’era una padella in cui friggeva una frittata...e non potete immaginare cosa sia arrivato a fare il pubblico con qeusto oggetto) gli attori dovevano interagire con questa "nuova regola". Cioè il gioco è diventato in qualche punto quasi violento nel momento in cui gli spettatori si accorgevano che non solo potevano interagire con le "regole del gioco" ma che così facendo avevano anche a disposizione dei "sudditi" che dovevano ubidire alle loro regole.

Ancora un dubbio? Se gli è tanto piaciuto mettere in difficoltà gli attori cambiando le regole con maggiore forza, perché non hanno ostacolato direttamente loro?

Nessuno ha seguito lo stimolo (speriamo lo abbiano avuto) di sovvertire totalmente la regola base del teatro: "esiste un attore, esiste uno spettatore".

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Panopticon reale
Il panopticon è stato realmente utilizzato per la costruzione di carceri e manicomi.

Teatro come laboratorio Il teatro fa parte della vita nella stessa misura in cui la vita ne fa parte. Per chi assolve a questa funzione essenziale, il creare attrverso il linguaggio teatrale, non può prescindere da questo. Non si può in alcun modo non tener conto della società delle sue regole e delle regole con cui si formano le regole, quando si fa teatro. Allo stesso modo questo linguaggio può utilmente diventare un laboratorio del quotidiano in cui controllare cosa accade quando si modifica uno o più parametri del reale. Ovviamente non è questo il ruolo che rivendichiamo per il teatro, ma questo è forse uno dei passaggi necessari pr ricostruire un teatro che abbia una sua funzione autentica, cioè un teatro che è teatro, all’interno del complesso di cose in cui si muove l’essere umano. Anche un teatro.laboratorio ha senso se quello che si persegue è un teatro-teatro.

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