Il sorriso del professore


A maggio, Bob Dylan compirà ottant’anni. Per festeggiarlo parliamo dell’intervista rilasciata da Alessandro Portelli a Sara Ammenti, portavoce del Centro Studi Americani di Roma.


di Alessandra Calanchi pubblicato il 10 marzo 2021

Quest’anno, a maggio, Bob Dylan compirà ottant’anni. Per festeggiarlo abbiamo scelto di parlare dell’intervista rilasciata da Alessandro Portelli, autore di Bob Dylan: pioggia e veleno (Donzelli 2018), a Sara Ammenti, portavoce del Centro Studi Americani di Roma, nell’ambito di una serie di incontri con la letteratura americana (15 febbraio 2021) trasmessa sul canale youtube del Centro.

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Copertina del libro di Portelli - Bob Dylan Pioggia e veleno

Ricordiamo che dal 2018 a oggi, Portelli, già docente all’Università di Roma La sapienza e massimo esperto di musica, letteratura e storia della cultura orale, ha scritto altri due libri che vale la pena segnalare, Bruce Springsteen’s America: A Dream Deferred (2019) e We shall not be moved. Voci e musiche dagli Stati Uniti (1969-2018), con 4 CD-Audio (2020) [1]. Ci concentreremo dunque oggi sul volume dedicato a Bob Dylan che, come nel caso della recensione precedente, è stato oggetto di una riflessione e discussione condivisa con i miei studenti e studentesse del corso di Cultura americana della laurea magistrale di Lingue dell’Università degli Studi di Urbino.

Partendo dal presupposto che non tutti gli studenti e le studentesse del corso sono – per loro stessa ammissione – appassionati di musica, e che non tutti/e conoscevano Bob Dylan, i diciannove studenti e studentesse che hanno partecipato al brainstorming di scrittura (e che per ragioni di spazio non posso qui citare tutti/e) hanno espresso all’unanimità interesse per l’intervista e apprezzamento per i suoi contenuti. Alcuni/e hanno addirittura svolto ricerche autonome per conoscere meglio “la celebrità multipremiata di Bob Dylan” e sono stati “emozionati e sorpresi” dalle sue canzoni; in particolare, scrive Ilaria Giorgetti, “Blowin’ in the wind viene descritta come una canzone con una visione prettamente pessimista; tuttavia ha scatenato in me numerosi pensieri relativamente a diverse circostanze anche attuali non totalmente negative. In primo luogo, con i suoi soli 21 anni di età, Dylan si pone domande sul percorso da affrontare per essere considerato davvero un uomo e conseguentemente, quasi 60 anni dopo, mi ritrovo a pormi lo stesso quesito, pensando al fatto che crescere è una condizione involontaria, che ogni esperienza non fa altro che incentivare questa crescita e che l’unica cosa da fare è camminare avanti con coraggio e fierezza. Poi, inevitabilmente, il riferimento al wind mi riporta subito alla pandemia che stiamo vivendo da un anno a questa parte; credo che noi tutti siamo diventati più consapevoli del fatto che la vita è come un vento che soffia in una direzione ma che può cambiare rotta improvvisamente anche in situazioni di calma apparente e che la vera forza sta nel trovare il modo di trarne la parte migliore”.

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Alessandro Portelli

Dylan smuove anche ricordi personali: è il caso di Victoria Berardi, che scrive: “I temi trattati da Dylan sono estremamente profondi e denotano una certa sensibilità e conoscenza della tradizione storica e popolare della sua terra. Ricordo ancora il giorno in cui, nell’ora di ricreazione alle scuole elementari, il mio maestro Roberto prese in mano la chitarra e, di fronte a noi bambini seduti a gambe incrociate attorno a lui, cominciò a intonare la famosa Blowin’ in the wind. Non eravamo però grandi abbastanza per comprendere il senso di quella canzone che per noi aveva solo una melodia orecchiabile e si prestava bene per essere canticchiata.”

Bisogna crescere un po’, dunque, per apprezzare pienamente quei dischi venuti da lontano. Giulia Mandolini spiega che “il Bob Dylan che ha conosciuto Alessandro Portelli è il portavoce dei primi anni ’60, rappresentante di quello spirito che domina un decennio intero e che esploderà poi nel 1968. Le parole delle sue canzoni rivelano un’immensa sensibilità nei confronti dei temi cruciali di quel periodo: il rifiuto della guerra, il problema del razzismo, le armi chimiche, e così via. E nel momento in cui il professore ha citato uno dei capolavori di Bob Dylan, With God on Our Side, per me è stato inevitabile pensare al festival di Woodstock, in particolare a I Feel Like I’m Fixin’ To Die Rag, cantata da Country Joe McDonald su quel palco che è passato alla storia. I due brani hanno molto in comune, soprattutto la forte critica nei confronti di quelle guerre che li costringevano a combattere, e a volte anche a morire, per un motivo che non gli apparteneva o che addirittura nemmeno conoscevano.”

È parere condiviso da parte di tutti gli studenti che le canzoni di Bob Dylan ci permettano ancora oggi di comprendere e di rivivere, almeno in piccola parte, quello spirito rivoluzionario che dominava i loro animi: quella voglia irrefrenabile di cambiare il mondo, di eliminare le ingiustizie, di riprendersi i diritti che gli spettavano. Silvia Marconi ricorda infatti che “il professor Portelli incontra Bob Dylan nei primi anni sessanta, quanto la sua voce riempie la stanza da letto dell’allora giovane professore di ritorno da un anno negli Stati Uniti. In Italia Bob Dylan, così come tutta la musica politica, non è ancora arrivato e il padre di Portelli si fa portatore di questo rifiuto, chiedendogli di spegnere il giradischi.”

Ma perché, nel 2016, Dylan vince il Nobel per la Letteratura? Ne parla Rebecca Calvaresi: “La notizia suscitò parecchie polemiche, ma anche l’applauso dei suoi fan e dei cantautori, che si sono visti inclusi fra i poeti, fra coloro che contribuiscono a ‘fare letteratura’” E si chiede: “si può parlare di musica come letteratura? La lingua delle canzoni può essere considerata poesia?” Il problema, per Portelli, non sta nella – meritatissima – assegnazione del Nobel, quanto nella motivazione, la cui parte focale riguarda il fatto di “aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”. Come riporta Silvia Marconi, secondo il professore “l’assegnazione è corretta, ma la motivazione no: il grande merito di Dylan è quello di aver saputo intrecciare la sua sensibilità modernista e generazionale una conoscenza profonda delle culture popolari e della tradizione orale di mezzo millennio.” Riprendendo le parole di Portelli, “il bel canto non ci interessa, ci interessa un’altra cosa”, Elisa Orsetti aggiunge: “Ci interessano la grinta e la rabbia che animano il celebre autore folk a scrivere versi di protesta, ballate e accattivanti motivi blues che denunciano le controversie sociali della sua tanto amata e odiata America. Ed è proprio forse questa sua prospettiva contingente, ma pur sempre attuale, a renderlo un autore trasversale e transgenerazionale, un autore tanto sfaccettato quanto complesso.

Per concludere, scrive Enrico Rugini, Bob Dylan è “una figura anti-establishment contro la guerra e il razzismo, con un forte spessore culturale radicato non nella storia scritta dai vincenti, bensì nel passato del popolo americano non raccontato, muto e silenziato. Un artista che, come nei suoi primi anni, anche oggi mette in discussione. Tira violentemente nella controversia temi secolari come il concetto di letteratura e continua imperterrito a pizzicare quella casta ideologica che crede che la cultura sia qualcosa da ritenere, bloccare e ingabbiare. Qualcuno che, formatosi nel passato, rompe e ricostruisce la storia sulla base della realtà, ‘sporcando’ le vesti puritane di coloro che ostacolano un cambiamento possibile. Il sorriso attraverso il quale il professore racconta Bob Dylan è segno inequivocabile di come abbia influenzato generazioni di donne e uomini e di come quest’uomo si sia fatto portavoce di un’America differente, che in sé vedeva il riflesso della diversità universale ben oltre i confini oceanici.”


Alessandra Calanchi e il suo corso di Cultura Angloamericana (Università degli Studi di Urbino). Contributi di: Victoria Berardi, Rebecca Calvaresi, Ilaria Giorgetti, Giulia Mandolini, Silvia Marconi, Elisa Orsetti, Enrico Rugini.



[1] Di quest’ultimo abbiamo già parlato in una recensione intitolata “Cantare per r/esistere", pubblicata in Linguae & Rivista di Lingue e culture moderne vol. 19, n. 1/2020, p. 209.

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