Dalla Terra alla Luna: il Ponte sullo Stretto di Messina


3.300 metri di un sogno avveniristico. Un preventivo spesa di circa 5 miliardi di euro. Dubbi ed incertezze sul più “grosso” progetto pensato e voluto dalla dinastia berlusconiana. Sull’argomento, intervista a Saro Visicaro, uno dei responsabili di messinasenzaponte.it


di Piero Buscemi pubblicato il 13 ottobre 2005

Se un giorno dovessimo avere l’incombenza di essere testimoni, in questo avvio di XXI secolo, alla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina, quel giorno, qualsiasi conseguenza che potesse ricadere sulle nostre vite, avremmo la possibilità di indirizzare le nostre rimostranze contro una fonte ben definita: la Legge n. 443 del 2001. Molto più elegantemente definita: Legge Obiettivo.

Questo prodotto dell’era berlusconiana, che si è avvalso della preziosa collaborazione dell’ex (o è ancora in carica?) Ministro dell’Economia e Finanza, Tremonti; del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Lunardi; del Ministro delle Attività produttive, Marzano; del Ministro dell’Ambiente, Matteoli e della firma in calce del Guardasigilli, Castelli, è nato il 21 dicembre del 2001.

L’intento era quello di semplificare l’annosa burocrazia decisionale delle Regioni, "...in materia di infrastrutture pubbliche e private e di insediamenti produttivi strategici e di preminente interesse nazionale da realizzare per la modernizzazione e lo sviluppo del Paese", come cita l’art.1, comma 1 della legge 443/2001.

Rimarrà una magra consolazione, ma la possibilità di conoscere a priori, la fonte di questo parto legislativo, forse, avvicinerà gli abitanti delle due sponde dello Stretto, molto di più del Ponte stesso, che ambisce a questo ruolo. Ma se anche questa eventualità dovesse tradire le aspettative, un destino comune potrebbe accomunare le 250 realtà diverse del resto di Italia, inseriti da questa legge in una lista di interventi da destinare sul territorio nazionale, le cui conseguenze, non sono state del tutto chiarite.

E’ certo l’ammontare della cifra che, per motivi misteriosi, sembra destinata ad essere “doverosamente” spesa. Si parla di 120 miliardi di euro (232.352.400.000 lire, per i nostalgici!). Con queste cifre dai molti zeri, i 5 miliardi di euro destinati alla costruzione del Ponte sullo Stretto sembrano irrisori. Sembrano.

Poi, però, la mente ci riporta ai 5 miliardi e mezzo previsti per la realizzazione della Salerno-Reggio Calabria, con i risultati poco incoraggianti che hanno riempito le pagine dei giornali negli ultimi mesi. Perché, scindere la vicenda Ponte dalla Salerno-Reggio Calabria, è opera ardua e rischiosa. Vista la stretta correlazione tra le ipotetiche motivazioni, che giustificano la “creazione” del primo e l’ammodernamento della seconda, sarà difficile spiegare al mondo di turisti, che invadono il sud Italia, quale logica giustifichi 10 miliardi di euro (5 del Ponte e 5 dell’autostrada A3) se i 443 km non rappresentato, ad oggi, una sicurezza viaria. Timori giustificati dai restrittivi limiti di velocità (80 km/h ed anche 60 km/h in alcuni tratti) che appaiono alquanto “strani” se abbinati a rettilinei, molte volte in discesa, di quella che impunemente, viene chiamata: autostrada.

Questi dilemmi sembrano essere stati sciolti dalla Igli S.p.A., costituita da Gruppo Gavio, Gruppo Techint, Autostrade spa, Efibanca e Sirti e con i capitali di Gemina, Banca Popolare di Milano, Assicurazioni Generali S.p.A. e Lazard. Un insieme di cordate finanziarie, conosciute semplicemente con il nome di Impregilo. In pratica, la società che, già impegnata sulla Salerno-Reggio Calabria, da ieri è stata nominata unico General Contractor per la costruzione del Ponte. Per ottenere la nomina, la Impregilo ha applicato uno sconto del 12,33% sul base d’asta originario di 4,43 miliardi di euro, fissando la sua proposta a 3,88 miliardi e ha addirittura promesso che, per il completamento dell’opera, le saranno sufficienti circa 70 mesi.

Questi dilemmi diventano problemi, se oltrepassiamo questo lembo di mare, sia con il ferry-boat che sul ponte. Perché, da questa parte, c’è una città che, giustamente è stata definita un “verminaio”, visti i sotterfugi e gli accordi sottobanco fatti tra i vari strati dell’amministrazione, dell’università e del malaffare.

Una città conosciuta al resto del paese, dove puoi finire schiacciato dai Tir che scendono per il Viale Boccetta, mentre ti stai recando alla vicina Facoltà di Magistero. Una città dove si diventa medico, perché questo attributo rappresenta il trampolino di lancio per una “sana” e sicura carriera politica nei paesi della provincia. Una città che, di questi dottorati in medicina dai dubbi meriti, paga lo scotto di giovani strappati alla vita per interventi chirurgici, che nel 2005 definire “stupidi”, è quasi scontato.

Una città dove, chi è stato preposto per risanare le sorti economiche dell’Ente Fiera, è stato arrestato per peculato e truffa ai danni dello Stato. Una città che, da due anni aspetta un sindaco che dia un senso di normalità alla sua quotidiana amministrazione. Una città dove, chi si è adeguato, è rimasto ad osservare lo scempio che l’attanaglia, e chi non l’ha fatto, è già andato via. Una città che dal 1908 aspetta un altro terremoto per fare un po’ di pulizia.

Una città per la quale, alla luce delle sue annose "faccende", che abbiamo provato a sintetizzare, l’idea della costruzione del ponte sullo Stretto non necessita di preoccupazioni sull’impatto ambientale, sulla sorte degli abitanti delle due sponde, su quella di chi lavora sui traghetti, sulle conseguenze di uno scisma sismico o su come possano essere impiegati, in alternativa, i 5 miliardi di euro.

Quest’idea non necessita di pareri confortanti del Consiglio di Stato per capire che, la latitanza dei nostri governanti sulla risoluzione dei malanni dell’intera isola, sta creando un divario sempre più ampio che, nessuno megaprogetto a campata unica di 3.300 metri potrà mai colmare.

Sull’argomento, qualche giorno fa, abbiamo intervistato Saro Visicaro. Impegnato da oltre 30 anni in lotte ambientaliste e pacifiste, Saro Visicaro ha realizzato il sito messinasenzaponte.it con la collaborazione del Comitato "La Nostra Città".

Se dovesse semplificare in poche parole, pur essendo difficile, le ragioni del NO al Ponte, quali sono per lei le motivazioni più importanti per manifestare contro questo progetto?

Il ponte non si potrà realizzare per mancanza di capitali sufficienti e per carenza di progettazione esecutiva. Questi due elementi, se fossero chiariti e spiegati, potrebbero convincere anche coloro che per motivi vari sono favorevoli alla realizzazione ed hanno ancora un briciolo di onestà intellettuale.

Messina è conosciuta come la "provincia babba", anche se questo attributo è facile associarlo alla passività dei cittadini di fronte agli eventi, che hanno sconvolto la città negli anni. Come hanno reagito i messinesi alla possibilità della costruzione del Ponte?

I messinesi che hanno reagito alla ipotesi della costruzione del ponte sono quelli che hanno avuto la possibilità di informarsi e documentarsi. In troppi però hanno come unica voce di informazione o la Gazzetta del Sud, diretta da Calarco che è coinvolto nella società stretto di Messina spa, oppure le emittenti locali che non si sbilanciano mai.

Di contro, quale è stata la reazione della parte calabrese dello Stretto, visto che il progetto porterà delle conseguenze anche sull’altra sponda?

In Calabria c’è stata una maggiore resistenza da parte delle istituzioni. Non grandi cose ma qualche elemento positivo come quello emerso dal Comune di Villa S. Giovanni.

Quando si parla di “costruire”, in una realtà come quella di Messina, la mente ricade per inerzia agli “interessi” della mafia sulla possibilità di mettere le mani su una grossa fetta di finanziamenti pubblici e privati. Quale è il suo parere in merito?

La Mafia è ormai dentro le istituzioni e quasi tutti i partiti politici. C’è quindi convergenza piena d’interessi tra le cosche calabresi e siciliane e i “colletti bianchi.” A loro non interessa la realizzazione del ponte ma l’apertura dei cantieri e lo scorrere dei fiumi di danaro. Impregilo e Astaldi, le due imprese concorrenti per l’appalto, conoscono benissimo, per esperienza diretta, i meccanismi che legano mafia, politica e appalti.

Come, secondo lei, potrebbero essere impiegati i capitali destinati alla realizzazione del Ponte, al fine di dare un aspetto migliore alla città? Si è parlato di progetti abbandonati nei cassetti della burocrazia, dopo che il Ponte è tornato di moda. Può citarne qualcuno?

Messina e Villa S. Giovanni sono invase quotidianamente dal passaggio di oltre 3.500 tir. Negli ultimi 30 anni sono stati bruciati progetti e miliardi per risolvere un problema che i traghettatori privati non vogliono venga risolto. L’elenco delle altre priorità sarebbe troppo lungo da riportare.

Università nelle mani di un potere occulto, comune commissariato da quasi due anni, l’Ente Fiera protagonista di vicende di peculato, il tram che ha peggiorato la circolazione stradale, i TIR assassini sul Viale Boccetta. Anche la squadra di calcio in serie A, con la quale si è provato a coprire i problemi veri della città, ha dimostrato di nascondere lacune poco chiare. Ogni anno personaggi della cultura, dello spettacolo o della politica lasciano la città. Uno scenario sconsolante. Come vede il futuro di Messina?

Nerissimo. Basta riflettere sul fatto che i partiti della sinistra hanno scelto come candidato a sindaco quel Francantonio Genovese che è socio in tutte le attività del gruppo finanziario dominante a Messina. Ovvero traghetti, calcio, alberghi, cultura, informazione, impianti sportivi, grande e piccola distribuzione, finanza, ecc. Una prospettiva fotocopia di quella del cavaliere nazionale.

(Messina 8 ottobre 2005)

Ritorna al formato normale

Stampa l'articolo