Cogliamo questo tempo per garantire a tutti i bambini l’accesso all’istruzione


In questo mondo, colto di sorpresa, ma forse non tanto, si stanno ridefinendo le nuove dinamiche di comunicazione. Un’esortazione di Francesco Barone, docente universitario, missionario e portavoce del premio Nobel per la Pace Denis Mukwege


di Francesco Barone pubblicato il 24 aprile 2020 , di Fabio Iuliano pubblicato il 24 aprile 2020

L’attuale epidemia non solo non ci consente di uscire, ma sta impedendo a tanti bambini di “entrare” a scuola e accedere all’istruzione, infatti, sono numerosi gli alunni che non dispongono di attrezzature informatiche, necessarie per lo svolgimento della didattica a distanza. Per entrare in questa nuova cultura digitale tutti dobbiamo imparare un nuovo vocabolario comunicativo. Bisogna farlo in fretta per abituarsi a questo ritmo caratterizzato dai tutorial e da marchingegni sovrastimolanti che non consentono la possibilità di un’analisi critica e di profonda riflessione personale.

Tutto deve essere fatto velocemente, a testa bassa e senza ragionamento. In questo mondo, colto di sorpresa, ma forse non tanto, si stanno ridefinendo le nuove dinamiche di comunicazione. Tuttavia, per ragioni legate a precarie condizioni socio-economiche troppi ne restano esclusi. Il momento che stiamo vivendo è privo della giusta armonia tra la tradizione e l’innovazione tecnologica. Nel mondo virtuale, l’individuo rischia di essere trasparente all’altro, nel mondo reale, invece, noi siamo anche il riflesso e il bisogno degli altri.

Mi viene in mente uno scritto dal titolo Tu non sei un gadget, in cui risulta chiara l’analisi relativa ai cambiamenti conseguenti alle nuove tecnologie. Vengono analizzati tutti gli aspetti di un universo digitale, mettendoci in guardia dai siti web che troppo spesso privilegiano “l’intelligenza collettiva", ponendo così in crisi l’idea stessa di sapere. Il rischio, dunque, è anche quello di trasformarci in individui standardizzati, privi di originalità e in costante “overdose online”.

Il timore è che a lungo andare ci si abitua nascondendo la preoccupazione che si abituino anche coloro chiamati a decidere per noi e per una scuola fatta di tasti, scanner, video e altro ancora. È importante sottolineare che l’enorme potenziale tecnologico a disposizione non può sostituirsi alla scuola. E’ vero, può fare anche scuola, ma in questo caso non a scuola e quindi, scomodando Marc Augé vorrei dire che questo tipo di scuola è un non-luogo, caratterizzato dal presente e rappresentativo della nostra epoca, precaria, provvisoria e colma di veloci transiti. Lungi dal voler demonizzare i mezzi tecnologici, che appaiono necessari in questo periodo, non possiamo esimerci da ritenere che tutti ne debbano disporre.

Ma soprattutto speriamo che al termine di questa triste esperienza, i bambini possano tornare a giocare e a correre, a riempire gli spazi all’aperto. E inoltre, sperare di non incontrarli nei ristoranti intenti a interagire con i tablet anestetizzanti e con accanto i genitori disattenti. Mentre navighiamo in rete, fuori c’è un mare in tempesta. Un mondo reale. Quando la globalizzazione annulla o modifica i valori di riferimento può accadere che si dimentichino tutti i soggetti “indeboliti dalla vita”.

Soverchiata da un progresso scientifico, l’umanità sembra rimasta orfana dei suoi valori etici e culturali e in questa sorta di presente, sempre intriso e bisognoso di illusorio ed eterno futuro, aumentano le disuguaglianze. Per questo diviene essenziale il processo educativo in cui i principali riferimenti sono la pace, il rispetto dei diritti umani e la solidarietà. La scuola, quindi, deve divenire lo spazio privilegiato, sempre aperta a tutti. Perché non è più tollerabile restare in silenzio di fronte allo sfruttamento delle bambine e dei bambini.

Perché è importante gridare che tutti i bambini del mondo devono poter avere accesso all’istruzione, anche quei bambini a cui si ordina di stare in casa, mentre una casa non ce l’hanno. È il paradosso dell’attuale società. Si chiede di restare chiusi a chi è costretto a vivere all’aperto, con il cielo come unico tetto. In questa attuale nostra ricerca di equilibrio, dipende e si costruisce il nostro futuro. Dipende soltanto da noi. Viviamo in questo pianeta situato ai margini dell’universo e mi piace ancora pensare e sperare che ne costituiamo il centro intellettuale e spirituale. Quando tutte le nostre coscienze avranno la volontà e la capacità di stringersi le mani, la vita si arricchirà di sorrisi e sensorialità.

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Foto di Francesco Barone

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