Parasite


Un film del 2019 diretto da Bong Joon-ho


di Piero Buscemi pubblicato il 4 marzo 2020

Vincere l’Oscar è il sogno coronamento di una carriera che prende forma e rimane indelebile nella vita di un artista cinematografico, qualsiasi sia poi il ruolo rivestito nella settima arte. Per un regista, poi, è di fatto l’apertura di quelle porte che collocano il vincitore tra i grandi di ogni tempo. Ma per vincere l’Oscar, in modo particolare da autore straniero, occorre rientrare in determinati canoni hollywoodiani, se non proprio di natura statunitense.

Sono valutazioni che allo spettatore sfuggono nell’interezza. Si possono fare supposizioni o congetture, sostenute dalla stampa del settore, da dichiarazioni estemporanee da parte dei critici o di chiunque abbia riconosciuto il titolo di poter esprimere un parere che, spesso, in base alla notorietà di chi lo ha espresso, finiscono per condizionare e uniformare la gloria o la stroncatura di un film.

Analizzando l’ultimo film del regista sudcoreano Bong Joon-ho, la predestinazione di un successo annunciato, inizialmente almeno per quanto riguarda la critica e in seguito anche dalla presenza del pubblico nelle sale, si è manifestata già dal riconoscimento della Palma d’oro a Cannes, prima ancora delle quattro statuette conseguite a Los Angeles.

Come per qualsiasi opera dell’ingegno dell’uomo, un’idea personale è possibile concretizzarla dopo aver visto il film. La trama è fin troppo nota. Una famiglia coreana, padre madre figlio figlia, che vive un appartamento malridotto sotto il livello della strada, mantenendosi con un irrisorio assegno di disoccupazione. L’unico problema, apparentemente condiviso dai quattro familiari, è quello di poter scroccare l’utilizzo del wi-fi ed accedere senza costi aggiuntivi alla messaggeria di whatsapp. Una condizione condivisa con la realtà dei tempi moderni in qualsiasi latitudine o longitudine del mondo.

La svolta è l’offerta di lavoro che un amico del figlio offre allo stesso ragazzo, dovendoci rinunciare egli stesso per un trasferimento all’estero, consistente in lezioni di ripetizioni di inglese da impartire alla figlia adolescente di una famiglia ricca. Sarà il pretesto per mettere a contatto due realtà diverse di uno stesso contesto sociale, una metafora allargabile al resto del mondo ed enfatizzata dalle divagazioni, a volte follie, che il mondo moderno ci consegna tutti i giorni.

La particolarità del film di Bong Joon-ho è quella di una forma appunto di globalizzazione del pensiero, che traspare dalle prime immagini. Per spiegarci meglio, solo i connotati tipicamente asiatici ci fanno capire che stiamo assistendo ad una storia cinematografica ambientata in un luogo ben definito. I contenuti, i dialoghi, le situazioni che si susseguono se immaginariamente si ascoltassero soltanto, potremmo ambientare il tutto in qualsiasi posto ci venga in mente.

Molto probabilmente è una caratteristica voluta dallo stesso regista. In questa ipotesi, si può affermare con certezza che sia riuscito nell’intento. Come dicevamo all’inizio dell’articolo, occorre di più per ambire a mettere tutti d’accordo i componenti della giuria di Hollywood. Ed ecco che mistura, ricercata fino allo spasimo, di diversi stili narrativi, ci fa attraversare uno spazio ampissimo di generi, passando e ritornando sugli stessi passi più volte, da una spiccata commedia in pieno stile grottesco e ingenuo, quasi da televisione nipponica, a puro thrilling se non addirittura horror.

Agli americani piacciono le scene crude e realistiche dove il sangue, le ferite quasi mortali, i coltelli che entrano nella carne, le teste fracassate, la follia degenerativa che ci ha regalato negli tanti episodi di cronaca nera, siano il filo conduttore di una sceneggiatura. Una moda, se così la si può definire, che ha preso piede, e facilmente, anche nel nostro paese, basti pensare alle statistiche dei telespettatori affascinati dalle trasmissioni che trattano omicidi e violenza di qualsiasi genere.

Il regista forse ha voluto far presa su questi gusti particolari del pubblico e della critica cinematografica internazionale. Tutto lo fa pensare. E dello sviluppo, o meglio degenerazione, dello stile durante le oltre due ore del film, si ha modo di apprezzarne la capacità di racconto e la giusta attesa che precede l’evento scatenante che stravolge la storia descritta dalle immagini.

A nostro parere, il film appare leggermente lento. Diremmo eccessivamente. E dopo la prima ora abbondante diventa quasi prevedibile. L’occhio attento di uno spettatore allenato ha la possibilità di anticipare gli eventi, collegandoli con dei preludi che frazioni di immagine suggeriscono. Un frammento di roccia, che esposto su un piedistallo come soprammobile, ci ha fatto pensare al Gran Sasso, recuperato nello scantinato abitato dalla famiglia protagonista e allagato da un’alluvione, per le sequenze viste fino a quel momento, non possono non indurci a pensare che diventerà l’oggetto di una violenza.

Sotto l’aspetto stilistico, l’utilizzo degli interni per buona parte del film, lascia pensare ad una voluta metafora tra una illusoria sensazione di sicurezza all’interno delle mura domestiche della famiglia ricca (Park) da contrapporre ad un ostile mondo esterno del quale, gli stessi protagonisti sembrano non curarsene. Un mondo esterno, quello della famiglia povera (Kim) che proprio da questo distacco socio-economico si vedranno costretti ad entrare in contatto con l’obiettivo di un possibile progresso da realizzare a qualsiasi costo.

Tornando sulle tecniche per aggraziarsi la giuria statunitense, nel film sono inserite alcune scene di erotismo velato, delle quali non si riesce bene a capire l’utilità nello sviluppo del film. Sicuramente accattivanti per ottenere consenso. In ultima analisi, nella versione italiana, ci riferiamo al doppiaggio, ci sono un paio di utilizzi del congiuntivo che giudicheremmo "creativi" o al passo coi tempi. Per chiudere, tra i vari riconoscimenti ottenuti, crediamo che potesse rientrare a pieno titolo l’oscar per la fotografia.

Interpreti e personaggi

Song Kang-ho: Kim Ki-taek
 Lee Sun-kyun: Park Dong-ik
 Cho Yeo-jeong: Choi Yeon-kyo
 Choi Woo-shik: Kim Ki-woo
 Park So-dam: Kim Ki-jung
 Lee Jung-eun: Gook Moon-gwang
 Park Myeong-hoon: Geun-se
 Chang Hyae-jin: Kim Chung-sook
 Jung Ziso: Park Da-hye
 Jung Hyeon-jun: Park Da-song
 Park Seo-joon: Min-hyuk

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