Le arance, Don Sturzo e il Meridione


Un avvenire di consumatori e prestatori d’opera per noi del Sud?


di Emanuele G. pubblicato il 13 agosto 2014

In questi giorni pensavo all’amaro destino delle arance in Sicilia. Sembra che il 90 % del potenziale raccolto sia rimasto sugli alberi! Un dato allarmante ed angosciante. Se continua di questo passo sarà invalidato per sempre il lavoro oscuro, eroico e duro dei nostri nonni e padri che riuscirono a trasformare in floridi e lussureggianti agrumeti distese più o meno incolte di terreno. Da qui si evince che non si tratta di un problema meramente economico, ma sociale e culturale. Per molte aree della Sicilia l’arancio rappresentava l’item culturale di riferimento. Il suo venir meno rischia di porgerci territori anonimi e senza identità. E quando un territorio non ha identità il suo avvenire non è certamente roseo. Tutt’altro!

Nello stesso tempo ho cominciato ad interessarmi di Don Luigi Sturzo. Una delle figure cardine del cattolicesimo italiano. Era originario di Caltagirone e quindi era perfettamente a conoscenza dell’economia del calatino allora basata proprio sull’agricoltura. E mica il prete rimase con le mani in mano. Si operò attivamente nel campo sociale ed economico promuovendo la costituzione di una cooperativa e la creazione di una cassa rurale dedicata a San Giacomo tutt’ora in attività. Siamo nel 1897. Naturalmente i benpensanti, i massoni e i ricchi proprietari terrieri storsero il naso per tanto ardire. Questo attivismo di Don Luigi Sturzo non era dettato da orgoglio personale bensì da una chiara visione del Meridione. Una visione pessimista.

Lasciamo che parli Gabriele De Rosa emerito studioso del pensiero di Don Luigi Sturzo. Fu anche presidente dell’Istituto Luigi Sturzo dal 1979 al 2009 anno della sua morte. "Pochi - scrive Gabriele De Rosa - ebbero, come Sturzo, la conoscenza specifica della struttura agraria e artigianale siciliana e la sua capacità di analisi degli effetti negativi del processo di espansione del capitalismo industriale sui fragili mercati del Sud e sulla piccola e media borghesia agricola e artigiana locale, che si sfaldava sotto i colpi di una impossibile concorrenza. Tra le cause della disgregazione dei vari ceti artigianali in Sicilia, Sturzo indicava la ’forte concorrenza delle grandi fabbriche estere o nazionali di materie prime’; la lotta ’rovinosa’ che si facevano gli artigiani locali, la mancanza di capitali, l’indebitamento, l’impoverimento delle campagne dovuto alla crisi agraria" (De Rosa 1982, p. 616).

Come, allora, uscire da tale situazione non certo favorevole per il Meridione? Don Luigi Sturzo è favorevole ad un decentramento regionale amministrativo e finanziario e ad una federazione tra regioni. È favorevole alla lotta sociale, ovvero all’organizzazione della resistenza contadina e del credito agrario attraverso le casse rurali e le cooperative, in vista della crescita di una piccola e media proprietà agricola, a fianco della quale deve svilupparsi anche la piccola e media industria. Il Comune rappresenta, secondo Sturzo, la vera base della vita civile, libero dalle ingerenze dello Stato, non più un ente burocratizzato con funzioni delegate, ma padrone e gestore delle proprie attività economiche, a cominciare dai servizi pubblici, autentica espressione di governo amministrativo locale. Ecco i punti saldi secondo Don Luigi Sturzo: decentramento, solidarietà, cooperativismo e Comuni. Le speranze di Don Luigi Sturzo si sono avverate con il tempo? No, purtroppo... Il decentramento ha causato un’esplosione dei costi. C’è si un sistema economico basato sulla solidarietà e il cooperativismo, ma è stritolato dalla mancanza di credito. Infine, i Comuni sono quello che paventava Don Luigi Sturzo: nulla più che enti burocratici.

Avete capito perché il Meridione arranca? E’ schiacciato da sistemi economici più evoluti, aggressivi e performanti. Il che spiega il motivo per cui l’arancio siciliano non trova spazio nell’economia sempre più globale del mondo attuale. Non ha abbastanza forza di imporsi in quanto i suoi competitor hanno molte più frecce al loro arco. A questo punto si può delineare un avvenire per il nostro "buttanissimo" Sud. Si e a scanso di equivoci esso è negativo. Secondo i parametri imposti dalla globalizzazione il Meridione può aspirare a due ruoli: quello di consumatore (finché gireranno i pochi risparmi delle famiglie) o di prestatori di opera (emigranti). Un avvenire fosco, molto fosco. Avremo la forza di uscirne?

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