L’affanno dei verbi servili


L’affanno dei verbi servili. Poesie di Cettina Caliò


di Maria Gabriella Canfarelli pubblicato il 10 dicembre 2012

La freschezza espressiva con cui Cettina Caliò affronta il disagio e la fatica di vivere in L’affanno dei verbi servili (Bastogi, 2005) è data da una scrittura agile, ironica e reattiva, efficace ad affrontare il tema del dolore e dell’assenza, del sentimento del mondo filtrato da una osservazione lucida la cui trascrizione su pagina è data da un verso asciutto, misuratissimo, essenziale come davvero / non hai mai imparato / nulla / dai morsi di ieri / sempre sei / la polvere / sui giorni / di qualcun altro.

Nella raccolta, il termine ricorrente è appunto la ‘polvere’, a indicare tanto la parcellizzazione dell’esperienza vissuta quanto quella da vivere ancora, il tempo futuro granulare, quasi impalpabile, neppure immaginato; la vita è allora uno sterminato giorno / di lutto, prassi quotidiana nella quale prende forma e sostanza una visione deformata, ciò che l’autrice definisce incubo imbellettato. Del senso di perdita che per rito di scrittura tenta di elaborare, l’autrice sviluppa alcuni punti-cardine: l’emozione come grumo, slancio trattenuto, il respiro strozzato nell’angolo, nel recinto del tedium vitae, figlio d’un pessimismo reale cui talvolta si tenta di sfuggire cercando di comunicare, condividere emozioni e ragioni.

Le parole, però, sembrano insufficienti a sostenere la dura grammatica dell’esistenza, talmente dura da provocare lo straniamento dell’io soprattutto quando i predicati verbali di genere volitivo, potere- volere, soccombono o sono più che emarginati, schiacciati dal verbo servile ‘dovere’: respiriamo / perché dobbiamo, atto meccanico, involontario che non basta / ad allargare i giorni / tra muro e muro né basta al superamento della delusione per i piccoli desideri sviliti (vorresti / l’ascensore / ti toccano / le scale / la luce / ti lascia / a metà).

L’ironia di Cettina Caliò è talvolta commista a un certo disincanto, a un orgoglioso atto di rifiuto, a gesti di scongiuro che accompagnano propositi risolutivi; Meglio sarebbe sputare / al di là del fosso / decidersi ad augurare / buongiorno / alla Signora / che tanto non serve / grattarsi / meglio sarebbe / smettere / di promettere aria, scrive a proposito del tempo-morte, realtà cui non si sfugge, del dolore che ci segue da presso, presente già alla nascita di ogni nuova esistenza: Mia madre mi partorì / tra i lutti / non era di casa / l’allegria / così è che appresso mi porto / il sapore / delle lacrime / che furono.

La vita, allora, è momentanea euforia alla quale segue la quaresima, il tempo della penitenza; pentimento solo per averla provata, l’euforica speranza alla fine della quale restano residuali tracce, il retrogusto amaro della ubriacatura, polvere o cenere: Abbiamo fatto un salto / (...) sopra carnevale / ci siamo ritrovati chini / su una panca (...) / con una croce di cenere / in fronte / (...) / sono rimasti sul marciapiede / i coriandoli (...) / dopo la baldoria / e marzo capriccioso / ci spinge / in volo basso/ tra le scarpe frettolose / e le pozzanghere.

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