Ribellarsi alla riforma del lavoro è giusto


Bisogna sostenere l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, resistere agli attacchi del Governo contro il lavoro e le pensioni e chiedere a gran voce il rinnovo dei contratti nazionali di lavoro.


di Nello Russo pubblicato il 3 aprile 2012

E’ uno strano momento storico questo, così aspramente segnato dalla preoccupante tendenza della politica a divenire incapace ed irrazionale, fino al punto di perdere la propria caratteristica di strumento, a cui deve fare ricorso la Ragione stessa, per studiare e comprendere ogni fenomeno, ogni circostanza, ogni aspetto sociale ed economico di questo nuovo secolo, nel quale sembra che essa abbia perduto la strada per la risoluzione di una nuova povertà allarmante e gravemente ancorata ai bisogni individuali e collettivi.

Se da un lato il processo della globalizzazione avviato negli anni ’90 sembra avere migliorato la qualità della comunicazione interpersonale tra gli individui, avere agevolato il contatto tra i gruppi e gli insiemi di singoli, dall’altro sembra purtroppo che abbia strozzato il percorso verso uno sviluppo economico equo e sostenibile, e che, esasperando il processo della liberalizzazione estrema di qualsiasi attività produttiva, abbia permesso la costruzione di un sistema di relazioni e di rapporti economici e finanziari, sui quali a dismisura cresce e si concentra il potere nelle mani di pochi. In questo modo la globalizzazione mondiale ha dato ad ristretta minoranza l’insano diritto di disporre delle facoltà dell’individuo, al quale, sebbene organizzato in gruppi macrodimensionati, sfugge ogni disciplina di difesa e di tutela, come ad essere condizionato dai processi del controllo e della suggestione attivati da questa oligarchia sui bisogni singoli e collettivi.

La biopolitica si fa scienza e, nello stesso tempo, metodo di oppressione della moltitudine. La società del terzo millennio sembra avere perduto la sua fisionomia storica, quella dell’essere cresciuta suddivisa in classi. Gli operai, gli artigiani, gli agricoltori, gli impiegati, gli imprenditori sembrano non esistere più nella loro organizzazione e dimensione tradizionale, bensì strutturati in soli due organisimi: l’oligarchia, da un lato, composta dai nuovi mercanti, quei pochi e potenti plutocrati, che con arroganza dettano le regole della convivenza nel mondo intero e, dall’altro, la manovalanza dipendente, che soffre e si attorciglia nelle briglie della disoccupazione e dell’occupazione instabile o incerta e dello sfruttamento, abbandonata a volte alla difficoltà di una forte reazione.

Quindi, su un versante l’oligopolio del mercantilismo sfrenato, che dirige e detta regole, sull’altro una macrostruttura sociale notevole, povera di fatto, quasi disorientata. E su questo terreno, allora, che dovrebbe mettersi in gioco la politica, per stabilire quelle regole universali, che devono garantire equità e sviluppo, libertà e capacità di scelta. Invece la politica sembra essere stata commissariata dall’economia e dalla finanza, lasciando che il mercato spadroneggi su tutto e su tutti senza lasciare spazio di manovra all’individuo ed alla moltitudine. Tuttavia, se l’Europa del centro-nord sembra essere ingessata a valle dei fattori economici e finanziari, l’Europa del sud, quella composta dai Paesi del bacino del mediterraneo, non vuole farsi infagottare e così da segni di insofferenza verso l’oligarchia dominante, reagisce allo sfruttamento ed alla povertà ed esplode nella protesta con tutta la sua rabbia.

Qui entrano in ballo le riforme del lavoro e della pensione, la pressione fiscale sui redditi da lavoro dipendente, a sostegno delle quali i governi europei agiscono da gabellieri, per mantenere nell’incertezza e nella precariaetà la classe della moltitudine. La classe dei mercanti ha bisogno di minimizzare le tutele dei lavoratori, fino al punto di lasciarli privi di ogni di garanzia sulla stabilità ed sulla certezza del presente, insomma i mercanti dell’europa hanno deciso di giocare con i bisogni dell’uomo.

La riforma dell’articolo 18 è solo un segmento di una lunga linea tracciata, per segnare il limite invalicabile oltre al quale i lavoratori non possono andare, perchè violerebbero i bisogni dei mercanti.

Bisogna dire, allora, con forza che i lavoratori e le lavoratrici non devono essere oggetto dei giochi di potere, che l’articolo 18 dello Statuto non deve assolutamente essere riformato, che invece è necessario che la politica scenda in campo, si riappropri del suo ruolo, cacci questi nuovi mercanti del terzo millennio e programmi interventi strutturali, per assicurare la stabilità a coloro che hanno già un lavoro ed una tangibile prospettiva a quanti ne sono alla ricerca.

L’avvento della privatizzazione del pubblico impiego ha consentito che lo Statuto dei Lavoratori si applicasse in pieno anche ai suoi lavoratori e pertanto ogni mutamento o stravolgimento della legge non li esime dai suoi effetti. E’ necessario dunque contrastare la spamodica attività del governo tesa al compimento di riforme, con le quali esso intende assoggettare i lavoratori, i precari ed i disoccupati al vincolo della necessità ed occupare gli spazi della democrazia partecipativa annullando la libertà sindacale sul tema della contrattazione.

Escludere del tutto dal processo produttivo ed occupazionale i lavoratori, portando alla necrosi il loro potere negoziale, è l’obiettivo principale postosi dal governo Monti e dalle lobby economico-finanziarie, che hanno fatto calare il silenzio persino su quel poco che è rimasto del movimento partitocratico. Lottare ad oltranza in ogni luogo di lavoro, è la parola d’ordine per le r.s.u., poichè è proprio nelle località che si muoverà lo scontro per difendere salario e diritti, per salvaguardare i lavoratori dall’inganno della precarietà e dalla minaccia dei licenziamenti. In Sicilia la problematica ultraventennale che riguarda circa 30 mila precari in servizio negli enti pubblici, è più forte che nel resto d’Italia. In quella Regione l’abbraccio tra la politica del consenso ed il sindacalismo ottuso ha prodotto solo un notevole bacino di precariato, la cui instabilità occupazionale ha marchiato la speranza di tanti giovani con il timbro dell’insicurezza. Proprio in questo ambito l’articolo 18 riformato produrrà i suoi primi nefasti effetti.

La riforma del lavoro e del sistema pensionistico è il ponte per il passaggio definitivo dalla democrazia all’oligocrazia e gli attacchi balistici mossi anche dalla Confindustria sul lavoro dipendente ne sono la testimonianza. Pressare sui bisogni per accendere la conflittualità, è il nuovo disegno dell’apparato economico-finanziario, per dominare la politica e successivamente unidimensionare la libertà.

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