L’ortoepia delle vocali ‘e’ ed ‘o’ in italiano



di Ferdinando Gattuccio pubblicato il 7 marzo 2011

Queste mie brevi considerazioni, che potrebbero apparire una mera provocazione ma non lo sono, muovono da una constatazione: l’ortoepia delle vocali ‘e’ ed ’o’ in italiano (ovvero, la distinzione tra la pronuncia aperta o chiusa delle dette vocali, quando toniche) è ormai appannaggio dei soli ‘addetti ai lavori’, ovvero gli attori (non tutti), i giornalisti radiotelevisivi (non tutti) e i doppiatori. Questo è un caso tutto italiano; in tanti altri Paesi ci si aspetta una pronuncia perfetta delle parole anche dai manager, dai politici, dai professionisti, insomma da tutta la classe dirigente; nel nostro Paese è già sorprendente che un politico locale non parli soltanto il dialetto. Se a ciò si aggiunge che - a differenza di altre lingue, come il francese - è anche graficamente scomparsa in italiano l’accentazione delle vocali all’interno della parola, non può che trarsene una conclusione: l’ortoepia delle vocali (quando toniche) ‘e’ ed ‘o’ è una forzatura, una finzione ormai inutile persino per distinguere i termini omografi ma non omofoni, unica residua applicazione - apparentemente utile - della distinzione (mi chiedo chi, a parte i citati ‘addetti ai lavori’, sia in grado di distinguere tra la pésca e la pèsca). La mia proposta è quella di decretare la morte della ‘o’ aperta e della ‘e’ aperta, salvando le loro sorelle ‘e’ ed ‘o’ chiuse, perché comunque più gradevoli ed eleganti. Con buona pace dei maestri di dizione, che comunque hanno tante altre cose da insegnarci. Ferdinando Gattuccio

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