La parola bruciante di un poeta, di Attilio Lolini


Il «Libro necessario» di Salvo Basso, versi degli anni ottanta per le edizioni L’obliquo Il progetto, a cura di Renato Pennisi, di pubblicazione di tutti gli inediti del poeta siciliano votato alla scrittura e all’impegno civile


di Redazione pubblicato il 13 febbraio 2005

di ATTILIO LOLINI, Il Manifesto, 10 febbraio 2005

Nato a Giarre in provincia di Catania nel 1963 e scomparso nel 2002, Salvo Basso manifestò assai giovane una vocazione letteraria e civile che lo accompagnò fino alla precoce morte. La scrittura seguì costantemente un’intensa attività politica, tanto che nel 1994 fu assessore alla pubblica istruzione del comune di Scordia e successivamente vicesindaco. Animatore dell’associazione culturale Nadir organizzò, in una provincia difficile, un appassionato programma politico rivolto alla crescita culturale della popolazione della Sicilia sud-orientale coinvolgendo altri giovani letterati della sua terra. Pubblicò in vita una decina di plaquettes lasciando un considerevole numero di inediti. Ora, a cura di Renato Pennisi, è stato varato un progetto per la pubblicazione di tutti i suoi lavori inediti che ha visto, come primo risultato Egomeio (Salvoesie 1979-81), e il recentissimo Libro necessario (Edizioni l’Obliquo, 60 pagine, 11 euro). Sono poesie improvvise, buttate giù, spesso di getto, negli intricati e dispersivi anni ottanta, frutto delle suggestioni più disparate, talune contrassegnate dal concreto impegno politico di quegli anni ma anche resti, tracce di quell’avanguardia ortodossa che cominciava a essere rifiutata dal «movimento» come contigua all’accademia letteraria. Ma si leggono qua e là sorprendenti versi dialettali che arricchiscono i testi, proiettando sulle pagine una trama arcaica magnificamente evocativa. Un’attenzione per la poesia, per la parola che non ha riserve e attenua la malinconia di fondo di queste liriche che si vanno al di sopra dei confusi palinsesti pubblicati (magari in ciclostile) in quegli anni.

Pare che Salvo Basso avesse inteso appieno la desolata constatazione fortiniana sull’inutilità della poesia e, di conseguenza, sulla sua necessità. In questi lavori giovanili trapela appena l’impegno politico che segnerà poi la breve vita pubblica di questo poeta, un’assenza che rimanda al canto, alla melodia come in quell’«improvviso» che inizia: Sotto il letto oppure in Guardo di eliotiana ascendenza. Si nota in questi lavori una cognizione vasta della poesia del secondo Novecento e, in particolare, di quella dialettale.

Del resto Salvo Basso ha la forza di «spiegare» come debba essere la poesia: libertà d’espressione, spontaneità ma anche voce dell’anima. Nei primi anni Ottanta si usava dichiarare che la poesia doveva essere «contro il potere» e dunque antiletteraria anche se poi, a legger bene, i suoi versi sono, per fortuna, assai ricercati e seguono regole e modelli che il poeta dice, a parole, di rifiutare. In Aforismi, frammenti e appunti, si legge che la dolcezza è una sfumatura dell’amarezza; un lieve pessimismo vien fuori da ogni pagina di questa raccolta, anche da quelle in qualche modo più vicine alle mode volontaristiche e dichiaratorie. A Basso sta a cuore, come dice chiaramente, la persona dell’artista, la sua originalità.

In una sua poesia Basso afferma che non esistono libri necessari ma probabilmente nel senso che la poesia nasce a caso, come i funghi nel bosco, e spesso sfiorisce rapidamente senza che nessuno se ne accorga. Probabilmente i versi più belli sono già «scritti» nella memoria; messi nella pagina tendono a svanire e ci sono certo poeti che non conosciamo più grandi di quelli tanto celebrati. Chiunque scriva versi sa che la pagina tradisce; la «trama» che uno aveva pensato non è traducibile, rifiuta anche la più accurata trascrizione. La notte, segna Basso in un frammento, è sempre l’aperitivo dell’alba specie per chi dorme poco o mai. La notte sparge cattivi pensieri; i sogni che ricordiamo insinuano il sospetto che il mondo che supponiamo reale (la luce, il giorno) sia un trucco e le verità in cui crediamo scampolo di una più grande e imprenetrabile bugia. Salvo Basso trascrisse in dialetto siciliano l’Ecclesiaste, ridando vita e grazia alla più radicale poesia di tutti i tempi.

Da questi testi già si rivela un sicuro poeta e ciò che appare, a prima vista, inconcluso e provvisorio, è in realtà la chiave per aderire a questa scrittura con le sue accensioni: Ti tengo / polverosa luce dei miei occhi /..., con la sua acerba grazia adolescenziale, segno che spesso la poesia è dono della prima o primissima età. Ne è testimonianza, in questo Libro necessario, lo scritto più ampio: Un regalo in questo ottobre già tanto pieno di guai, dove si percepisce un progetto autobiografico.

Tra i poeti della sua generazione Salvo Basso è tra quelli che più crede nella parola, nella sua caduta e rinascita, nella poesia come «dono», nella sua funzione in qualche modo salvatrice o, meglio, come un anestetico contro il male del mondo. C’è un testo esemplare in questa raccolta, scritto in dialetto: ’A fogghia di squisita fattura, quasi un richiamo all’epigramma greco: beata la foglia nata sul ramo più basso che quando cadrà avrà meno dolore.

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