Dizionario del nuovo millennio: da "spinster" a Mary Daly, passando per Dio-padre


"... una donna che chiedesse la parità nella Chiesa avrebbe potuto essere paragonata a un negro che chiedesse la parità nel Ku Klux Klan"


di Pina La Villa pubblicato il 4 dicembre 2004

Spinster (zitella): "una donna la cui occupazione è quella di filare (spin) [...] Colei che ha scelto il proprio Sé, che definisce il proprio Sé, per propria scelta e non in relazione ai figli o all’uomo, e si dà la propria identità, è una spinster, una turbinante derviscia che fila/volteggia in un tempo/spazio nuovo" (Mary Daly, Gin/Ecology. The Metaethics of Radical Feminism (1978).

Mary Daly ha scritto nel 1968 uno dei primi testi di teologia femminista, The Church and the Second Sex (La Chiesa e il secondo sesso, trad. ital. Rizzoli, Milano, 1982). Per poter studiare teologia, l’americana Mary Daly aveva dovuto trasferirsi in Europa, alla facoltà teologica di Friburgo, la quale, essendo statale, non poteva legalmente escludere le donne. Frequentare questa città e questa università fu una esperienza particolare: "Per esempio significava sedere in un’aula ad ascoltare lezioni in latino impartite da preti domenicani in lunghi abiti bianchi, le cui lezioni talvolta avevano più senso quando non si capiva la lingua che quando la si capiva. E la stranezza di questa situazione era accresciuta dal fatto che quasi tutti i miei compagni di classe erano preti o seminaristi [...] e che nelle aule affollate avveniva spesso che intorno a me restassero dei posti vuoti, perché i miei "compagni" avevano paura delle tentazioni che avrebbe potuto suscitare in loro lo star seduti vicino a una femmina".

In questo suo primo, e fondamentale, testo, Mary Daly si interroga sulla questione posta da Simone de Beauvoir ne Il secondo sesso, secondo la quale l’ideologia cristiana ha contribuito non poco alla schiavitù della donna. L’autrice, pur partendo da prospettive opposte a quelle di Simone de Beauvoir ha dovuto concludere che la storia del cristianesimo è una storia di contraddizioni e che, se la Chiesa non attua una profonda trasformazione "non ci sarà più risposta al crescente sospetto di molti che il cristianesimo, particolarmente come si esprime nella chiesa cattolica, è inevitabilmente ostile al progresso umano".

Il libro di Mary Daly è centrale nella teologia femminista, e mi sembra oggi di particolare interesse, considerando anche il percorso dell’autrice.

La tradizione della teologia femminista ha inizio negli Stati Uniti con Elizabeth Cady Stanton (insieme ad altre religiose di area protestante pubblicò tra il 1895 e il 1898 la Woman’s Bible, letta in una prospettiva critica che denunciava l’androcentrismo del testo sacro). Poi, nel decennio 1956-65, anche in Europa la maggior parte delle chiese protestanti tradizionali, generalizzando una prassi diffusa nelle chiese libere d’America sin dal 1853, decisero di ammettere le donne al sacerdozio. Da qui una serie di iniziative, di studi e di stimoli che culminano nell’opera di Mary Daly.

A partire da questo libro le teologhe femministe si muovono in due direzioni. La prima è quella del femminismo cristiano, la seconda quella del femminismo radicale post-cristiano, che parte dall’impossibilità di conciliare il femminismo con la Chiesa cristiana.

In quest’area ritroviamo, anni dopo, la stessa Mary Daly che rivede le sue posizioni in direzione appunto del femminismo post-cristiano, pubblicando nel 1975 la nuova edizione del suo libro. Particolare interessante: l’autrice vi premette una Prefazione autobiografica (presente nell’edizione italiana) ed una Introduzione post-cristiana (assente, non si sa perchè, nell’edizione italiana).

In queste avvertenze la filosofa avanzava il dubbio che il cosiddetto femminismo cristiano fosse una sorta di mostro logico e sosteneva che ogni pretesa di conciliare cristianesimo e femminismo si riduceva, in fondo, ad una illusione soggettiva destinata a tradursi in mistificazione oggettiva. Da ciò il rifiuto delle posizioni da lei stessa espresse nel suo libro del 1968 e la denuncia del carattere utopistico di ogni tentativo volto a liberare le donne in nome di un’ideologia (il cristianesimo) e di una struttura (la Chiesa) che le hanno oppresse per secoli.

"Andai nel mio studio e presi il libro dallo scaffale. Aprendolo con riluttanza, ebbi l’impressione che si trattasse del diario di un’antenata ormai pressoché dimenticata, un diario la cui eccentricità doveva essere vista nel suo contesto storico e trattata con il dovuto rispetto. Aprendo a caso il libro [...] vidi che l’autrice proponeva che si arrivasse alla parità tra uomini e donne nella Chiesa (sic, con la C maiuscola). E mi domandai perché mai qualcuno potesse desiderare la parità nella Chiesa. In una dichiarazione che avevo rilasciato alla stampa solo tre o quattro anni donna/luce prima, avevo spiegato che una donna che chiedesse la parità nella Chiesa avrebbe potuto essere paragonata a un negro che chiedesse la parità nel Ku Klux Klan. Come aveva potuto essere tanto ottusa, l’autrice di quel libro?"

Anche per quanto riguarda la Bibbia, dice Mary Daly, tutti gli sforzi - compiuti dalle teologhe femministe in quegli anni - di reinterpretarne i testi, non possono modificarne "il carattere prevalentemente patriarcale": non è possibile distinguere fra la presunta "essenza" o "sostanza" della parola sacra e gli accadimenti storico-contingenti e mitico-oppressivi che ne veicolano il messaggio" perché "quando si tratta di miti, il veicolo è il messaggio".

L’idea che il cristianesimo abbia contribuito a tenere soggiogate le donne non per cause esterne ed accidentali, ma in virtù della sua congenita visione sessista del mondo, costituisce il filo conduttore del secondo libro di Mary Daly, Beyond God the Father. Toward a Philosophy of Women’s Liberation (1975). La polemica è contro uno dei simboli qualificanti del cristianesimo: la fede in Dio Padre: "Se Dio è maschio, allora il maschio è Dio". Sì, certo, le espressioni maschili della teologia sono simboliche e analogiche. Ma, in quanto simboli determinano l’immaginario collettivo, e agiscono a livello conscio, e soprattutto insconcio, generando inevitabilmente una mentalità androcentrica. "Il patriarca divino continua a castrare le donne finché gli si consente di vivere nell’immaginazione [...]. Il problema consiste nel trasformare l’immaginario collettivo in modo che questa deformazione dell’aspirazione umana alla trascendenza perda credibilità".

Mary Daly, come altre teologhe post-cristiane, ha trovato altre forme di spiritualità, legate ad una ricerca di una diversa simbologia, di una diversa storia.

E nella critica del linguaggio ha trovato il suo ultimo approdo (Gin/Ecology. The Metaethics of Radical Feminism, 1978).

P.S.: Ho proposto questa pensatrice perché mi pare che la ripresa, anzi la "presa", del discorso religioso oggi (vedi gli Stati Uniti protestanti di Bush e il rilancio cattolico nella versione della difesa dell’occidente) sia da contrastare in tutti i modi, non ultimo la messa in circolazione delle idee del pensiero critico femminista, cristiano ma non solo.

Una cosa curiosa, ma non troppo: leggendo lo studio da cui ho tratto alcune delle cose dette fin qui - Franco Restaino e Giovanni Fornero, in Storia della filosofia, vol. IV, Utet - ho scoperto che la bibliografia sul pensiero femminista è tutta in lingua inglese, compreso un testo fondamentale che raccoglie la storia dei luoghi, delle iniziative e degli scritti delle femministe italiane, Italian Feminist Thought. A Reader, pubblicato a Londra dall’editore Blackwell, a cura di Paola Bono e Sandra Kemp, e che non è ancora (dal 1991!) stato tradotto in italiano.

Diverso il caso delle femministe cristiane, a cui in Italia l’editoria cattolica ha prestato maggiore attenzione, e su cui quindi possediamo in italiano alcuni testi importanti, raccolte, documenti.

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