La riforma universitaria


Cerchiamo di fare chiarezza nella riforma dell’università e della ricerca che sta smuovendo moltissimi atenei (e non solo la componente studentesca, ma ancor di più i docenti) e istituti collegati alla ricerca.


di Pascal Allegra

Cerchiamo di fare chiarezza nella riforma dell’università e della ricerca che sta smuovendo moltissimi atenei (e non solo la componente studentesca, ma ancor di più i docenti) e istituti collegati alla ricerca. Io non conoscevo molto bene in cosa consisteva la ricerca, quindi dopo un pò di ricerca su internet ho iniziato a comprendere il perché di questa massiccia mobilitazione.

Nella riforma universitaria, i professori, ordinari e associati verranno reclutati attraverso concorsi nazionali distinti a cadenza annuale. Il numero di posti disponibili per settore, sarà pari al fabbisogno indicato dalle università più un 20% per consentire una flessibilità maggiore. Assumeranno più gente di quella che serve in modo da tenersi una scorta di vincitori di concorsi che non avranno un effettivo incarico ma disponibili in caso di necessità. Gli incarichi a tempo determinato potranno avere una durata di due anni, rinnovabile una volta sola, ma con la possibilità di essere trasformati in contratti a tempo indeterminato. Così si effettua la precarizzazione della docenza universitaria. Inoltre viene abolita la differenza fra tempo pieno e tempo parziale per i docenti, chi sceglie la seconda ipotesi avrà uno stipendio ridotto, e quindi si verrà a consolidare la prassi di considerare l’impiego nell’università come un secondo lavoro da affiancare a quello professionale, con perdita di qualità per la docenza.

Per quanto riguarda i "contratti di ricerca", è previsto che non verranno istituiti nuovi ricercatori, quindi in un’Italia dove già avevamo un gap enorme nella ricerca, proprio perché storicamente non si era mai messa in mostra per i soldi investiti in ricerca, ormai si stipuleranno contratti a collaborazione coordinata e continuativa (i famosi Co.Co.Co). Però la legge specifica che alla fine dell’incarico l’attività svolta presso la struttura universitaria costituisce un titolo preferenziale nei concorsi pubblici. Quindi se fai il Co.Co.Co. all’interno dell’università forse avrai qualche chances in più per il "mitico" posto pubblico.

Perché questa riforma precarizza il lavoro accademico. Perché prevede un precariato di 29 anni. Il ministero considera un tale periodo di gavetta partendo dal dottorato, passando per una serie di contratti di cui non si comprende bene la natura, fino al concorso nazionale per l’ordinariato. Chi aspira alla carriera universitaria deve rinunciare, per 29 anni, a qualunque certezza, con il rischi che dopo 20 anni di studi, ci si veda un bel giorno senza nessuna reale opportunità.

Il presidente del CNR, Lucio Bianco ha dato le dimissioni per contrasti con il ministro dell’istruzioni sul nuovo riordino della ricerca in Italia. Infatti, in un’intervista, Bianco ha affermato che con il riordino, è venuta meno l’autonomia del CNR, in quanto tutte le delibere del Consiglio direttivo salvo il piano triennale, con l’ultima riforma del 1999, erano immediatamente esecutive e non dovevano essere approvate da nessuno, invece col nuovo decreto è il ministro che le deve preventivamente approvare. Inoltre, attraverso l’istituzione di nuove strutture dipartimentali a cui gli attuali istituti dovrebbero fare riferimento, si delinea un modello organizzativo burocratico-verticistico, avendo potere di veto sulle decisioni. In poche parole si lede l’art. 33 della Costituzione che sancisce l’autonomia e la libertà della ricerca.

La riforma prevede anche un rafforzamento dei rapporti fra innovazione e impresa. In realtà il rapporti tre il CNR e le imprese esiste già ed è consolidato, dei 108 istituti di cui è costituito, 94 hanno rapporti con 1800 imprese. Con la riforma del 1999 già veniva consentito ai ricercatori di avviare spin-off con enti privati, il problema sta nel fatto che il governo, con i suoi finanziamenti non riesce a coprire nemmeno le spese fisse, quindi tutta la ricerca italiana non è finanziata dal denaro pubblico. Di conseguenza, si corre il rischio che non essendoci fondi per la ricerca istituzionale tutto viene affidato al mercato privilegiando esigenze di breve periodo e tralasciando al ricerca di lungo periodo.

E’ anche nato "l’Osservatorio per la ricerca" un movimento che pur non criticando apertamente il decreto dubita fortemente sull’attuazione di questo. Questo è un movimento di base che dà voce a tutti quei ricercatori degli enti che temono di perdere l’autonomia. Il decreto di riordino della ricerca in Italia sembra avere l’obiettivo di mettere delle persone di nomina politica che controllino l’attività di ricerca. Questo, insieme al timore di un’ingerenza estrema del mondo industriale, distruggerebbe totalmente il campo della ricerca nazionale.

Queste sono le parole con cui Bianco, nella sua lettera al Presidente del Consiglio, dà le dimissioni e che sintetizzano il sentire comune: «con l’attuale sistema di governo della ricerca, non si riesce a discutere nel merito dei problemi, stante una visione a monte che sostanzialmente nega l’utilità di una ricerca nazionale intesa come avanzamento delle conoscenze non necessariamente legate ad una immediata ricaduta pratica».

Tutto questo, unito alla riforma globale dell’istruzione, che comprende anche la scuola dell’obbligo, sembra orientare la spersonalizzazione del sistema d’istruzione nazionale, in poche parole, viene meno la concezione dell’istruzione come forma di comprensione di ciò che ci circonda. In effetti, sembra che si stia portando avanti un sistema scolastico, universitario e di ricerca atto a creare una serie di soggetti funzionali al rapido inserimento in contesti lavorativi, quindi sfruttabili quando servono e poi da parcheggiare.

Il 15 novembre i sindacati hanno dichiarato uno sciopero generale per dire «no» alla riforma.

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