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La rivalutazione dei vitalizi degli ex deputati per recuperare l’inflazione degli anni passati, ai sensi della delibera 14/2018, non fa giustizia bensì crea nuovi privilegi e nuove discriminazioni. Il costo di questa misura per la Camera sarà superiore - sia in termini di arretrati 2021-26, sia in termini di spesa corrente per gli assegni rivalutati - al riconoscimento del vitalizio pieno alla metà circa di ex deputati (un migliaio) che sono rimasti i soli a pagare con un taglio del loro assegno (fino al 50%) la demagogica operazione spacciata come “taglio dei vitalizi”.
Tutti gli ex senatori hanno infatti recuperato il vitalizio intero dall’ottobre del 2022 e la metà degli ex deputati non ha mai subito alcun taglio per le correzioni della delibera originaria ordinate in sede giurisdizionale. Questo a dispetto del M5St che continua a vantare il taglio dei vitalizi: “i” vitalizi non sono mai stati tagliati, come dicono i 5St. Sono stati tagliati infatti soltanto i vitalizi della metà degli ex deputati, pari a un terzo dell’intera platea di ex parlamentari interessati dalle delibere Camera 14/2018 e Senato 6/2018.
Ora mentre al Senato i tagli sono stati aboliti per intero e mentre i 5St si vantano di avere eliminato, a partire dal 2027, la norma della delibera, di cui vanno tanto fieri, che prevede il recupero dell’inflazione per gli assegni degli ex deputati, la Camera dovrà provvedere a rivalutare gli assegni di tutti gli ex deputati e a versare loro gli arretrati, spendendo così molto di più di quanto sarebbe costato alla Camera dichiarare decaduta la delibera 14/2018 come ha già fatto il Senato con la delibera gemella 6/2018 (si veda tabella allegata).
La rivalutazione peraltro non farà giustizia, ma creerà invece nuovi privilegi e nuove discriminazioni tra ex deputati e tra ex deputati ed ex senatori. Il motivo è semplice: consideriamo pari a 100 i vitalizi interi (di cui già gode la metà degli ex deputati) e a scalare da 90 a 50 i vitalizi tagliati (che interessa l’altra metà di ex deputati) e consideriamo pari al 20% la rivalutazione a cui ogni titolare di assegno avrà diritto per recuperare il tasso di inflazione accumulato tra il 2021 e il 2026 e vedremo che nella platea degli ex-deputati si creerà questa situazione:
1. chi ha 100 avrà 120 - premium+
2. chi ha 90 avrà 108 - premium
3. chi ha 80 avrà 96 - quasi pari
4. chi ha 70 avrà 84 - meno
5. chi ha 60 avrà 72 - meno meno
6. chi ha 50 avrà 62 - meno meno +
Un vero capolavoro di creazione di discriminazioni e privilegi: complimenti.
Riceviamo e pubblichiamo.
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Cane che abbaia non morde
(Barking Dogs Never Bite)
di Bong Joon-ho
Corea del Sud, 2000
Con: Sung-jae Lee (Yun-ju), Bae Doona (Hyun-nam)
Dentro il condominio di una città coreana abitano personaggi falliti: una ragazza che arriva sempre in ritardo al lavoro; la sua amica che gestisce un negozio dove non entra mai nessuno; un barbone rintanato nelle cantine; un portinaio che mangia cani in segreto; una signora e una bambina alle quali i cani spariscono. E soprattutto un ricercatore universitario dalla carriera bloccata perché non ha i soldi necessari a corrompere il preside. Anche per questo viene dominato dalla moglie incinta e tiranna, la quale un giorno porta a casa un cane.
Vivono tutti un livello esistenziale ed etico ai limiti del vuoto, dentro il quale l’unica via d’uscita sembra il partecipare a un concorso per diventare personaggi televisivi. Vuoto che si coniuga a una descrizione satirica ed efficace del profondo classismo della società sudcoreana, la quale è uno dei grandi avamposti tecnologici e politici dell’occidente.
L’opera prima di Bong Joon-ho disegna un’umanità priva di intelligenza e di luce, un’umanità quindi realistica anche se grottesca. Per la più parte del tempo i personaggi stanno in orizzontale o seduti. Dormono, mangiano, oppure - al contrario - corrono fuggendo. Le inquadrature sono sempre ristrette, come è la loro mente, l’orizzonte, i pensieri. I cani - amati, coccolati, uccisi, mangiati - costituiscono lo specchio infranto dell’umano, come accade con precisione nella scena finale nella quale le due amiche passeggiano, si girano, si rivolgono alla cinepresa, utilizzano uno specchietto retrovisore che hanno rubato e con questo abbagliano lo spettatore.
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A Navi Pillay un Nobel per la Pace contro apartheid e genocidio
Il comitato di Oslo ha affermato che la giurista sudafricana ha svolto un ruolo determinante nel garantire che i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità e il genocidio vengano perseguiti
Il Comitato norvegese per il Premio Nobel ha assegnato quest’anno il Premio Nobel per la Pace 2026 alla sudafricana Navanethem Pillay, nota come “Navi”.
L’annuncio odierno del comitato ha spiegato che il riconoscimento è stato assegnato alla giurista sudafricana per il suo lavoro di promozione della pace e del diritto internazionale.
Il comitato di Oslo ha affermato in una dichiarazione che Pillay, ex Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha svolto un ruolo determinante nel garantire che i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità e il genocidio vengano perseguiti.
«In un momento di sfide esistenziali – tra cui un numero di guerre e conflitti senza precedenti da molto tempo – il diritto internazionale non è più solo un complemento alla pace e alla sicurezza. È una necessità assoluta», si legge nella dichiarazione che poi prosegue: «L’impegno di Navi Pillay a favore dei principi giuridici universali e la sua salda bussola morale sono stati una costante nella sua lunga carriera. Un filo conduttore collega il suo lavoro iniziale in difesa di Nelson Mandela e di altri che si sono opposti all’apartheid al suo ruolo di giudice in alcuni dei più importanti casi giudiziari internazionali del nostro tempo»
Il presidente della commissione, Jorgen Watne Frydnes, ha affermato che il sistema del diritto internazionale è «sottoposto a una pressione enorme» e le sue istituzioni sono «sotto attacco».
Di origini tamil indiane, e per questo sottoposta a pesanti discriminazioni nel Sudafrica dell’apartheid, la 85enne Pillay è stata la prima donna ad avviare uno studio legale nella provincia del Natal, nel 1967, quando essendo “di colore” non poteva neanche presentarsi davanti ad un giudice.
È stata avvocata difensore di Nelson Mandela, a sua volta insignito del premio Nobel per la pace, e di altri attivisti anti-apartheid, ed è stata la prima donna di colore a far parte dell’Alta Corte del Sudafrica, nominata proprio dal leader dell’African National Congress dopo la sua scarcerazione e la sua elezione alla presidenza.
In seguito ha fatto parte del Tribunale penale internazionale per il Ruanda e della Corte penale internazionale, ed è stata responsabile per i diritti umani presso le Nazioni Unite.
La commissione di Oslo ha sottolineato il suo ruolo, durante il suo incarico presso il tribunale per il Ruanda, nell’aver stabilito che lo stupro e la violenza sessuale possono costituire crimini contro l’umanità e genocidio.
Pillay ha presieduto la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, che lo scorso anno ha concluso che Israele ha commesso un genocidio a Gaza. Nel settembre del 2025, presentando il rapporto della Commissione a Ginevra, Pillay spiegò: «La Commissione ha concluso che Israele ha commesso genocidio contro il popolo palestinese a Gaza e che continua a commetterlo». «La comunità internazionale non può rimanere in silenzio di fronte alla campagna genocida di Israele contro il popolo palestinese a Gaza», disse. «Quando emergono chiari segni e prove di genocidio, non agire per porvi fine equivale a complicità».
Nello stabilire l’intento genocidiario di Israele, la commissione si è basata su due elementi: le dichiarazioni delle autorità israeliane e il “modello di condotta” delle forze armate dello “stato ebraico”. Il rapporto ha indicato che Israele aveva commesso quattro dei cinque “atti genocidari” definiti dalla apposita Convenzione del 1948. Ha inoltre sostenuto che il premier Benjamin Netanyahu, il presidente Isaac Herzog e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant avrebbero incitato le forze armate, le istituzioni e i cittadini alla commissione di genocidio.
Pillay attualmente fa parte della sezione della Corte Internazionale di Giustizia incaricata del caso in cui il Myanmar è accusato di genocidio contro i Rohingya.
Ashok Swain, ricercatore presso l’Università di Uppsala in Svezia, ha affermato che, sebbene il premio non porterà a cambiamenti concreti sul campo, il messaggio che il riconoscimento veicola a Pillay è fondamentale nel contesto attuale. «Il diritto internazionale… non è mai stato perfetto, ma almeno alcune regole esistevano. Ora è diventato un caos totale e ognuno lo interpreta a modo suo», ha dichiarato ad Al Jazeera. «Non si vedevano così tanti conflitti nel mondo da mezzo secolo».
Quando è stata informata della concessione del Nobel, Pillay – che si trovava ad una riunione di giuristi presso la sede che dopo la Seconda Guerra Mondiale ospitò il Tribunale di Norimberga, incaricato di giudicare i crimini commessi dal regime nazista tedesco – ha affermato di aver pensato inizialmente che si trattasse di uno scherzo.
«L’ultima cosa che ho fatto è stata la consegna del rapporto su Gaza, in cui definivo ciò che stava accadendo lì come un genocidio», ha continuato. «Una delle reazioni principali a quel rapporto è stata quella di rendermi omaggio per il mio coraggio. E potete immaginare quanto fossi sorpresa. Perché mai ci vorrebbe coraggio per dire la verità?» Pillay ha scherzato dicendo che avrebbe potuto condividere il premio con il presidente statunitense. «Se applaudite più forte, potrei condividere questo premio con Trump», ha detto in un video pubblicato sui social media dal segretario generale di Amnesty International, che mostrava Pillay mentre veniva applaudita dopo l’annuncio del premio.
Il Nobel, del valore di 12 milioni di corone svedesi (1,2 milioni di dollari), sarà consegnato a Oslo il 10 dicembre, in occasione dell’anniversario della morte dell’industriale svedese Alfred Nobel, che istituì il riconoscimento nel suo testamento del 1895.
Il comitato per il Premio Nobel per la Pace ha ricevuto candidature per altre 286 persone o organizzazioni. Tra i candidati figuravano anche la Stazione Spaziale Internazionale, le squadre di soccorso in Sudan, gli attivisti per i diritti dei bambini in Ucraina e due importanti corti internazionali.
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Gramsci è morto in prigione
per anni lui ha studiato
o quanti anni noi
su lui abbiamo campato
o quanti anni noi
di lui ci siam nutriti.
Si affretti chi l’ha capito
a mettersi a studiare
ci vuole un pensiero nuovo
coraggio di inventare
sennò il nemico potente
non si farà fermare.
I tranquilli signori
ce ne hanno dati tanti
di segni premonitori
ma noi tiriamo avanti
si affretti chi l’ha capito
prima che sia troppo tardi.
Un grazie a Elena Baffoni, Striscia rossa per la citazione/estratto. Gramsci è morto in prigione costituisce il finale de "LA VIVAZIONE" cantata scritta da Giovanna Marini nel 1969. Riportiamo di seguito il testo completo:
Gramsci è morto in prigione
per anni lui ha studiato
o quanti anni noi
su lui abbiamo campato
o quanti anni noi
di lui ci siam nutriti.
Si affretti chi l’ha capito
a mettersi a studiare
ci vuole un pensiero nuovo
il coraggio di inventare
sennò il nemico potente
non si farà fermare.
Il nemico è cambiato
rischiamo di diventare
il suo migliore alleato
se non si studia per questo
la strategia adeguata
presto!
Si affretti chi l’ha capito
non perda un momento
si è tanto accumulato
e ora sta per scoppiare
ce n’è di gente pronta
a lottare!
E’ questa gente qui
che rischia quotidianamente
di trovare l’ufficio
fabbrica o cantiere
un giorno chiusi per loro
per sempre!
Ammazzano i dimostranti
poi visitano i congiunti
schiacciano con un piede
decidono comodamente
della vita della gente
Certi li fanno morire
altri a loro piacere
li mettono nelle case
li fanno lavorare
e gli hanno tolto per sempre
il lusso di pensare.
Telefoni controllati
morti e imprigionati
tentano il colpo di Stato
ma che altro devono fare
per farcelo capire
che stiamo per precipitare
i tranquilli signori.
Gramsci è morto in prigione
per anni lui ha studiato
o quanti anni noi
su lui abbiamo campato
o quanti anni noi
di lui ci siam nutriti.
Ce ne hanno dati tanti
di segni premonitori
ma noi tiriamo avanti
si affretti chi l’ha capito
prima che sia troppo tardi
prima che sia troppo tardi
prima che sia troppo tardi.
Fonte: Canzoni contro la guerra.
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Il 29 novembre 2026, la città di New York si accinge a ospitare il Forum sul divieto nucleare promosso dall’ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons), un appuntamento che assume i contorni di un appello civile e morale in vista della prima Conferenza di revisione del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW).
Questo snodo storico non rappresenta un mero esercizio diplomatico o una riunione accademica per addetti ai lavori, ma l’urgenza di fronteggiare quella che il filosofo Günther Anders definiva “l’obsolescenza dell’uomo” di fronte alla minaccia atomica. Viviamo in un paradosso tecnologico e politico profondo, in cui la sopravvivenza dell’intera specie umana è affidata a un equilibrio fragile quanto cinico, basato sulla dottrina della deterrenza e sulla tacita promessa di una distruzione reciproca assicurata.
La posta in gioco non riguarda semplicemente la stabilità geopolitica transitoria, ma la sopravvivenza stessa della biosfera e della civiltà umana. L’appuntamento di New York si inserisce in un momento storico di straordinaria gravità, in cui il silenzio dei governi e l’indifferenza dell’opinione pubblica rischiano di trasformarsi in una complicità passiva rispetto al più grande pericolo autoinflitto della storia moderna.
La regressione geopolitica e l’illusione della deterrenza
Per decenni, la retorica della Guerra Fredda ha normalizzato la presenza di arsenali capaci di cancellare la civiltà umana decine di volte. Si è fatto credere che la pace potesse reggersi sul terrore, instaurando un sistema in cui la minaccia dello sterminio di massa costituiva la massima garanzia di stabilità. Oggi, nel pieno del ventunesimo secolo, assistiamo a una pericolosa regressione che rende quell’equilibrio ancora più instabile. La modernizzazione degli armamenti strategici da parte delle grandi potenze, la retorica muscolare basata sull’uso potenziale dell’arma atomica e l’erosione sistematica dei trattati di controllo degli armamenti e di non proliferazione hanno riportato le lancette dell’Orologio dell’Apocalisse a pochi secondi dalla mezzanotte.
Il rischio di un’escalation nucleare, sia essa deliberata o frutto di un tragico errore di calcolo, di un fraintendimento diplomatico o di un malfunzionamento tecnologico nei sistemi di allerta precoce, non è un’ipotesi accademica remota. È una eventualità quotidiana che grava silenziosamente sulle nostre teste. Ogni giorno in cui gli arsenali rimangono operativi rappresenta una scommessa contro la statistica e la storia: prima o poi, la probabilità di un incidente catastrofico, in un sistema complesso e imperfetto gestito da esseri umani fallibili, tende inevitabilmente a verificarsi.
Il TPNW: dalla consuetudine della paura alla Legalità Internazionale
In questo scenario di profonda inerzia istituzionale e di cinismo geopolitico, il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW), entrato in vigore nel 2021 grazie alla straordinaria mobilitazione globale coordinata dall’ICAN, Premio Nobel per la Pace per il disarmo nucleare universale, si erge a baluardo giuridico ed etico di inestimabile valore. Per la prima volta nella storia del diritto internazionale, le armi nucleari non sono solo considerate moralmente riprovevoli, ma esplicitamente illegali alla stregua delle armi chimiche, biologiche e delle mine antipersona.
Il TPNW smaschera radicalmente la grande illusione della deterrenza, dimostrando che la sicurezza internazionale non può e non deve fondarsi sulla minaccia di sterminio di milioni di innocenti e sulla devastazione irreversibile del pianeta. Esso sposta l’asse della discussione dalla forza militare alla tutela dei diritti umani, del diritto internazionale umanitario e dell’ambiente. Tuttavia, il trattato da solo non basta se manca la volontà politica degli Stati dotati di armi nucleari e dei loro alleati, spesso intrappolati in logiche di potenza anacronistiche e miopi che rifiutano di ratificarlo o anche solo di prenderlo in considerazione.
La Responsabilità della Società Civile e l’Imperativo dell’Abolizione
È proprio in questo scarto tra la legge internazionale e la resistenza dei governi che risiede la forza dirompente della società civile, degli attivisti, dei ricercatori e delle reti internazionali che si riuniscono a New York. La denuncia del pericolo nucleare non può essere delegata esclusivamente a diplomatici e strateghi militari; essa costituisce un dovere democratico universale e ineludibile.
Invertire la rotta significa rigettare il fatalismo della catastrofe e pretendere una radicale trasformazione culturale e politica: smantellare l’egemonia della paura per affermare l’abolizione nucleare come l’unico obiettivo eticamente ammissibile per il futuro dell’umanità. Il Forum sul divieto nucleare dell’ICAN non rappresenta soltanto un momento di riflessione, ma un richiamo solenne alla responsabilità collettiva. Il futuro della Terra non può continuare a essere ostaggio di ordigni di morte e di logiche di potenza destinate inevitabilmente al collasso. Al baratro di morte.
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Di fronte alla minaccia delle armi nucleari, alle conseguenze dei disastri tecnologici e alla rinnovata corsa agli armamenti, la scuola è chiamata a un compito che non può più essere eluso: formare coscienze critiche, capaci di collegare la conoscenza scientifica alla responsabilità etica, la memoria storica alla difesa della vita e l’educazione alla costruzione della pace. Hiroshima, Nagasaki, Chernobyl e Fukushima non sono soltanto pagine del passato, ma moniti che interpellano il presente e il futuro dell’umanità.
La scuola contemporanea si trova ad affrontare un cortocircuito storico e culturale senza precedenti, stretta tra l’accelerazione incontrollata del progresso tecnologico e il progressivo indebolimento della coscienza critica. Tra i compiti educativi più urgenti, ma ancora troppo spesso trascurati, vi è la trasmissione della memoria di eventi che non appartengono a un passato definitivamente concluso, bensì continuano a proiettare ombre minacciose sul presente e sul futuro dell’umanità. Hiroshima e Nagasaki, i test nucleari atmosferici e sotterranei condotti nel corso del Novecento, le catastrofi tecnologiche di Chernobyl e Fukushima compongono, insieme, la storia di quella che possiamo definire senza esitazioni l’inciviltà atomica.
Ridurre il nucleare a una semplice voce nei manuali di storia o a un capitolo specialistico dei programmi di fisica significa impoverire il senso stesso della conoscenza. Educare le nuove generazioni alla comprensione critica del fenomeno nucleare richiede un’indagine capace di intrecciare storia, scienza, etica, filosofia politica e questione ecologica. Significa interrogarsi sulle responsabilità individuali e collettive, denunciare le rimozioni che accompagnano lo sviluppo tecnologico e mettere in discussione l’idea che ogni conquista scientifica rappresenti, di per sé, un progresso per la società.
Il problema fondamentale riguarda proprio il rapporto, sempre più conflittuale, tra potenza tecnica e responsabilità umana. Quando la capacità di trasformare il mondo supera la consapevolezza delle conseguenze, il progresso rischia di convertirsi nel suo contrario: uno strumento di dominio, devastazione e autodistruzione.
Hiroshima e Nagasaki: la frattura della storia
Dal punto di vista storico e morale, l’avvento dell’era atomica ha segnato una cesura profonda nella vicenda umana. Il 6 agosto 1945, con il bombardamento nucleare di Hiroshima, e il 9 agosto, con quello di Nagasaki, l’umanità ha sperimentato concretamente una capacità distruttiva senza precedenti, in grado di colpire indiscriminatamente le popolazioni civili, devastare intere città e produrre conseguenze sanitarie e ambientali destinate a protrarsi nel tempo.
Non si è trattato soltanto di un salto tecnologico nella storia della guerra. Si è affermata una nuova concezione della sicurezza internazionale, nella quale la possibilità di infliggere una distruzione catastrofica all’avversario è stata progressivamente presentata come garanzia di equilibrio. La dottrina della deterrenza nucleare ha fatto della minaccia di annientamento uno strumento permanente delle relazioni tra potenze, trasformando la sopravvivenza collettiva in una posta affidata a equilibri strategici instabili e a decisioni politiche e militari.
Durante la Guerra fredda, il pianeta è diventato un immenso laboratorio di sperimentazione nucleare. Test sono stati condotti in atolli, deserti e territori abitati, spesso a spese di comunità indigene e popolazioni esposte alle ricadute radioattive. Gli effetti sanitari, sociali e ambientali di queste attività hanno segnato intere generazioni, mentre le ragioni della sicurezza nazionale e della supremazia tecnologica venivano invocate per giustificare rischi imposti a persone che non avevano alcun potere sulle decisioni.
La fine della contrapposizione bipolare non ha cancellato questa eredità. Gli arsenali nucleari continuano a rappresentare una minaccia per l’intera umanità e la modernizzazione degli armamenti, insieme alle tensioni tra le grandi potenze, rende ancora più urgente una riflessione sulla fragilità della pace e sulla necessità del disarmo.
Chernobyl e Fukushima: i limiti della potenza tecnologica
La storia del nucleare non coincide esclusivamente con quella delle armi. Anche il suo impiego civile ed energetico impone interrogativi fondamentali sulla sicurezza, sulla responsabilità politica e sulla gestione del rischio.
Chernobyl, nel 1986, e Fukushima, nel 2011, hanno mostrato quanto possano essere profonde e durature le conseguenze di un incidente nucleare. Pur verificatisi in contesti differenti e per cause diverse, entrambi i disastri hanno messo in evidenza la vulnerabilità dei sistemi tecnologici complessi, il peso delle scelte organizzative e istituzionali e la difficoltà di governare emergenze capaci di oltrepassare i confini amministrativi e nazionali.
Non basta attribuire queste tragedie a fatalità imprevedibili. È necessario esaminare criticamente le responsabilità umane, le procedure di sicurezza, la qualità delle decisioni e la trasparenza delle informazioni, senza dimenticare che i rischi tecnologici possono essere aggravati da interessi economici, sottovalutazioni e meccanismi di deresponsabilizzazione.
Le conseguenze della contaminazione radioattiva, la gestione dei territori colpiti, lo smaltimento dei materiali pericolosi e la tutela delle popolazioni coinvolte pongono questioni che superano ampiamente l’orizzonte di una singola generazione. Alcuni radionuclidi persistono nell’ambiente per tempi estremamente lunghi, imponendo obblighi di controllo, protezione e gestione che si proiettano lontano nel futuro.
È proprio qui che emerge una delle contraddizioni più profonde della modernità: i benefici attesi da determinate scelte tecnologiche possono essere immediati, mentre una parte dei rischi e dei costi viene trasferita a persone che non hanno partecipato a quelle decisioni e che non potranno modificarle. Il debito ecologico diventa così anche un debito morale nei confronti delle generazioni future.
La scuola non può essere neutrale di fronte alla minaccia nucleare
È in questo scenario che si misura la responsabilità educativa della scuola. Di fronte alla normalizzazione della minaccia atomica e alla persistente presenza delle armi nucleari nelle strategie militari, l’istruzione non può limitarsi alla trasmissione neutrale di nozioni, né confinare questi argomenti in percorsi specialistici riservati a pochi studenti.
La scuola deve offrire strumenti per comprendere come le conoscenze scientifiche vengano utilizzate, quali interessi orientino le decisioni politiche e quali conseguenze producano le scelte tecnologiche sulle persone, sulle società e sugli ecosistemi. Deve insegnare a distinguere tra ciò che è tecnicamente possibile e ciò che è eticamente accettabile, tra l’efficienza di un sistema e la sua legittimità, tra la potenza di una nazione e la sicurezza effettiva dei suoi cittadini.
Una pedagogia critica non significa rifiutare la scienza o negare il valore della ricerca. Significa, al contrario, riconoscere l’importanza del sapere scientifico e liberarlo dall’illusione che possa essere separato dalle responsabilità di chi lo produce, lo finanzia e lo utilizza. La scienza è una risorsa essenziale per l’emancipazione umana, ma non può sostituirsi al giudizio democratico, alla riflessione etica e alla responsabilità collettiva.
La scuola deve quindi aiutare i giovani a decodificare la propaganda, riconoscere le semplificazioni ideologiche, interrogare le decisioni dei governi e analizzare il rapporto tra apparati militari, interessi industriali e politiche energetiche. Non per imporre risposte precostituite, ma per formare cittadini consapevoli, capaci di valutare le conseguenze delle scelte pubbliche e di partecipare democraticamente alla loro discussione.
Dare voce alle vittime, ricostruire la memoria
Un’autentica educazione alla memoria non può limitarsi alle date, alle cifre e alle ricostruzioni tecniche. Deve restituire un volto umano alle conseguenze della catastrofe nucleare, dando spazio alle testimonianze di chi l’ha subita.
Gli hibakusha, i sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, custodiscono una memoria che attraversa la sofferenza individuale e diventa testimonianza universale contro la guerra nucleare. I liquidatori di Chernobyl, chiamati a intervenire in condizioni di grave pericolo, e le persone costrette ad abbandonare le proprie case dopo gli incidenti nucleari rappresentano altrettante voci da ascoltare e tramandare.
Raccogliere e studiare queste testimonianze significa sottrarre le vittime all’anonimato delle statistiche. Significa comprendere che dietro ogni decisione strategica vi sono vite concrete, famiglie, comunità e territori trasformati irreversibilmente.
La memoria, inoltre, non deve diventare una celebrazione rituale, confinata nelle ricorrenze. Deve trasformarsi in conoscenza attiva, capace di orientare le scelte del presente. Hiroshima non può essere ricordata senza interrogarsi sugli arsenali che ancora esistono; Chernobyl e Fukushima non possono essere studiati senza affrontare il tema della prevenzione, della trasparenza e della responsabilità verso chi verrà dopo di noi.
È questa continuità tra passato e presente a rendere indispensabile un’educazione storica, scientifica e civile all’altezza delle sfide contemporanee.
Dall’educazione alla pace a un nuovo modello di sviluppo
Educare nell’era atomica significa affermare che il sapere scientifico, quando è privo di responsabilità etica, può trasformarsi in una forza distruttiva. La questione decisiva non consiste soltanto nel distinguere tra applicazioni civili e militari del nucleare, ma nel chiedersi quali limiti una società democratica debba porre all’esercizio della propria potenza tecnologica e quali garanzie debba costruire per proteggere la vita.
La riflessione deve investire anche le priorità economiche e politiche. Le risorse destinate alla corsa agli armamenti, alla manutenzione e alla modernizzazione degli arsenali sollevano interrogativi sulla distribuzione della spesa pubblica e sulle alternative possibili in settori fondamentali come la sanità, l’istruzione, la tutela ambientale e la cooperazione internazionale. Non si tratta di stabilire automatismi semplicistici, ma di rendere visibili le scelte e le responsabilità che determinano il modello di società in cui viviamo.
In questa prospettiva, l’educazione al disarmo e alla pace deve diventare parte integrante della formazione scolastica. Lo studio della storia contemporanea, della fisica, della chimica, dell’educazione civica e delle questioni ambientali può offrire occasioni concrete per sviluppare percorsi interdisciplinari, promuovere il confronto tra gli studenti e approfondire i trattati internazionali, le iniziative diplomatiche e le esperienze della società civile impegnata per un mondo libero dalla minaccia nucleare.
La scuola può inoltre favorire incontri con testimoni, studiosi, ricercatori e associazioni, incoraggiando gli studenti a interrogarsi sulle conseguenze delle decisioni politiche e a elaborare proposte fondate sulla conoscenza. L’obiettivo non è alimentare la paura, ma trasformare la consapevolezza del rischio in responsabilità, partecipazione democratica e volontà di prevenzione.
Formare coscienze libere per impedire che la catastrofe diventi normalità
Se vuole evitare di essere ridotta a una semplice agenzia di addestramento funzionale alle richieste del mercato, la scuola deve riscoprire la propria missione più profonda: contribuire alla formazione di persone libere, dotate di capacità critica e consapevoli del valore della dignità umana.
Questo compito diventa ancora più urgente in un mondo in cui il linguaggio della deterrenza, la competizione strategica e la corsa agli armamenti rischiano di trasformare la minaccia nucleare in uno sfondo abituale della vita pubblica. Ciò che viene percepito come inevitabile finisce spesso per sottrarsi al giudizio, mentre ciò che dovrebbe suscitare una reazione collettiva viene assorbito nella routine dell’informazione.
Contro questa assuefazione, la scuola deve insegnare a interrogare il presente, a riconoscere i segnali del pericolo e a immaginare alternative politiche e culturali alla logica della sopraffazione. Deve educare alla solidarietà tra i popoli, al rispetto degli equilibri naturali e alla consapevolezza che la sicurezza autentica non può fondarsi sulla possibilità permanente dell’annientamento reciproco.
La memoria atomica, dunque, non è soltanto una lezione sul passato: è un impegno verso il futuro. Ricordare Hiroshima e Nagasaki, comprendere Chernobyl e Fukushima, studiare la storia dei test nucleari e ascoltare le testimonianze delle vittime significa difendere il diritto delle nuove generazioni a un mondo in cui la sopravvivenza dell’umanità non sia subordinata alla disponibilità di armi capaci di distruggerla.
La scuola è chiamata a svolgere un ruolo decisivo in questa battaglia culturale. Non imponendo un pensiero unico, ma offrendo gli strumenti per pensare; non alimentando il fatalismo, ma rendendo possibile la partecipazione; non celebrando un progresso privo di limiti, ma promuovendo una conoscenza orientata alla responsabilità e alla cura della vita.
Perché il futuro non può essere lasciato in ostaggio della follia atomica. E perché educare alla pace, oggi, significa anche insegnare all’umanità a riconoscere i propri limiti prima che sia troppo tardi.
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Nove mesi di ricchissima programmazione ospitata nella sede di via Pietro Mascagni n° 94. Dieci spettacoli che compongono un cartellone di nomi di prima grandezza nel panorama italiano e internazionale.
Proposte artistico-culturali di indiscusso pregio che spaziano mirabilmente tra generi e linguaggi differenti, attingendo alla straordinaria tradizione di un teatro sempreverde, che in Sicilia trova rinnovata linfa e nutrimento.
Si parte sabato 17 ottobre con ENRICO GUARNERI, mattatore della scena in “Rosso Malpelo” di Giovanni Verga. Diretto magistralmente da Guglielmo Ferro con la collaborazione alla regia di Giampaolo Romania, lo spettacolo è prodotto dall’Associazione culturale Progetto Teatrando.
Dal 17 ottobre all’1 novembre 2026, l’Abc di Catania ospita lo strepitoso adattamento di una delle novelle più celebri della letteratura verista italiana.
Dal taglio intenso e profondamente umano, “Rosso Malpelo” ha per protagonista ENRICO GUARNERI, interprete di grande sensibilità e forza scenica, supportato dal giovane talento di Ruggero Rizzuti e da un cast di assoluto livello composto da Rosario Marco Amato, Mario Opinato, Plinio Milazzo, Giampaolo Romania, Maria Rita Sgarlato, Giovanni Fontanarosa e Flora Rossitto.
Ambientato nelle dure cave di rena della Sicilia ottocentesca, racconta la storia di un ragazzo emarginato, ormai adulto, segnato dal pregiudizio e dalla crudeltà di un mondo incapace di comprendere la sua fragilità.
In un processo irreversibile di disumanizzazione, Malpelo finisce così per trasformare la durezza subita in una corazza, necessaria per sopravvivere a una società priva di empatia, diventando di fatto testimone e coscienza tragica del proprio passato, riletto con spietata lucidità.

La regia di Ferro ricerca inoltre un equilibrio tra denuncia e poesia. Alla crudezza verista di Verga si affianca una dimensione teatrale capace di evocare il dramma universale dell’infanzia negata, dello sfruttamento e dell’ingiustizia sociale, dove non c’è redenzione né consolazione. Il finale lascia aperta una domanda sulla natura dell’uomo.
Dal 17 ottobre all’1 novembre 2026, “Rosso Malpelo” andrà in scena all’Abc di Catania e successivamente, dal 27 al 29 novembre 2026, al Golden di Palermo.
Si segnala, inoltre, che Enrico Guarneri e tutto il cast avranno il piacere di incontrare il pubblico dell’Abc. I posti sono limitati e, per prenotarsi, ci sarà un forum sui social della pagina del Teatro.
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Il potere d’acquisto e i costi degli affitti nel nostro Paese non sono molto diversi dal contesto spagnolo. Qui però il problema tende ad essere vissuto come una questione privata. Ma fino a quando?
C’è qualcosa che colpisce nelle immagini che arrivano in questi giorni dalla Spagna. Migliaia di persone nelle strade, accampamenti a Madrid, Puerta del Sol invasa da duemila tende. Proteste degli “acampados” in ogni grande città. Nella capitale sono scese in piazza circa 70mila persone. Non è la prima volta. Già nell’aprile del 2025 una mobilitazione nazionale aveva portato decine di migliaia di spagnoli nelle strade di una quarantina di città. La casa è diventata, in Spagna, una questione politica nazionale. Ci si prepara allo sciopero generale.
Vista dall’Italia, la questione potrebbe essere facilmente ridimensionata. Gli spagnoli protestano perché la loro crisi abitativa è molto più grave della nostra. Ma se proviamo a guardare i numeri la storia che ci raccontano appare piuttosto differente. Prendiamo il periodo 2015-2024. Secondo i dati di Idealista, il prezzo richiesto medio degli affitti in Spagna è passato da 7,6 euro al metro quadrato nel dicembre 2015 a 13,5 nel dicembre 2024. Quasi il 78% in più. In Italia si è passati, nello stesso periodo, da 8,5 a 13,8 euro. Un aumento di poco più del 62%. In Spagna, dunque, gli affitti sono effettivamente cresciuti più che da noi.
Ma c’è un secondo dato da considerare e cioè i salari. Nello stesso periodo, ci dice l’Ocse, la retribuzione media annua nominale spagnola è aumentata di circa il 27%. Quella italiana di meno del 15%. La metà. Se mettiamo insieme le due cose, allora sì che la questione diventa interessante. Comparando l’aumento degli affitti a quello delle retribuzioni, tra il 2015 e il 2024 il rapporto tra costo della casa e salario peggiora in Spagna di circa il 40%. In Italia di circa il 41%. Più da noi che da loro. Un appartamento di 70 metri quadrati, valutato al prezzo medio richiesto, costava nel 2015 circa 530 euro al mese in Spagna e 595 in Italia. Nel 2024 siamo rispettivamente intorno a 945 e 966 euro. Nello stesso periodo lo stipendio medio lordo mensile passa da circa 2.215 a 2.814 euro in Spagna e da 2.405 a 2.762 in Italia. L’affitto teorico di quell’appartamento assorbe oggi il 34% dello stipendio medio lordo in Spagna e il 35% in Italia. E il rapporto diventa molto più pesante per chi guadagna meno della media, per i giovani e per chi vive da solo.
Ma se questa è la situazione italiana dove sono le tende? In Spagna la questione abitativa ha prodotto una reazione collettiva. Nel 2025 decine di migliaia di persone hanno manifestato contemporaneamente in circa quaranta città chiedendo riduzioni degli affitti, maggiore stabilità dei contratti e interventi sulle abitazioni vuote e sugli affitti turistici. Nell’autunno di quest’anno la mobilitazione è ripartita, fino alla richiesta di uno sciopero generale. Si può essere d’accordo o meno con le soluzioni proposte, alcune, come i tetti agli affitti, hanno effetti economici controversi, ma è difficile non vedere la dimensione politica che il problema ha assunto.
Anche in Italia proteste per il diritto alla casa hanno preso vita. A Milano, per esempio, ci sono state manifestazioni sia nel 2025 sia nel 2026 contro il caro-affitti e gli sfratti. Le tende degli studenti davanti al Politecnico sono un altro esempio.
Una stanza all’ex villaggio olimpico trasformato oggi in studentato può arrivare a costare più di mille euro al mese. Come si fa a non indignarsi? Eppure questa situazione non alimenta una protesta collettiva. Le contestazioni restano circoscritte e non hanno finora prodotto qualcosa di paragonabile alla mobilitazione nazionale spagnola. È forse questo il dato più curioso.
Non protestiamo meno perché il problema economico sia meno grave. I numeri dicono che, rispetto ai salari, il deterioramento è sostanzialmente lo stesso, perfino peggiore. Perché allora in Spagna la questione abitativa porta decine di migliaia di persone nelle piazze e da noi no? Una parte della risposta potrebbe stare nella diversa struttura della proprietà immobiliare e nella maggiore diffusione, in Italia, della casa di proprietà e degli aiuti familiari. Ma forse c’è anche qualcosa di più.
Guardiamo alla dinamica. Un aumento del 5% in un anno può apparire un’emergenza. Una perdita di potere d’acquisto che procede lentamente per dieci anni rischia invece di diventare la normalità. Ci abituiamo, a malincuore, ma alla fine ci adattiamo. Si rimanda l’uscita dalla famiglia, si accetta una casa più piccola, ci si sposta più lontano, si chiede aiuto ai genitori, si rinuncia a mettere al mondo un figlio. La rana che nella pentola dove l’acqua si scalda progressivamente alla fine muore bollita. È proprio questo che dovrebbe preoccuparci. Perché non è detto che dove non si protesta tutto vada bene.
L’assenza di protesta non è necessariamente un segno che le cose vadano bene. Talvolta indica, al contrario, che ci si è abituati al peggio. La possibilità di esprimere pubblicamente il dissenso resta una buona misura della vitalità di una democrazia. In Spagna il costo della casa è ormai diventato una questione politica nazionale. In Italia continua a essere vissuto soprattutto come un problema privato, da affrontare individualmente o in famiglia. I numeri, però, raccontano un problema che di privato ha ormai ben poco.
Questo articolo è stato diffuso da Avvenire.
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Con 227 voti favorevoli e 164 contrari, la Camera dei Deputati ha approvato in via definitiva, a scrutinio segreto, la nuova legge elettorale voluta dal governo Meloni (Il Post). Si torna a un sistema totalmente proporzionale che prevede però un premio di maggioranza a patto che una coalizione raggiunga almeno il 42% dei voti. In questo caso saranno assegnati 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato, entro il limite massimo di 220 deputati e 113 senatori (RaiNews). Tra le altre novità della riforma:
nei collegi plurinominali i capilista saranno bloccati, ma si potranno esprimere per gli altri candidati fino a tre preferenze, con alternanza di genere;
è stata fissata la soglia di sbarramento al 10% per le coalizioni e al 3% per i partiti;
le coalizioni indicheranno il nome della persona che proporranno come premier nel programma elettorale depositato alla presentazione delle liste;
sarà consentito il voto fuorisede nel luogo in cui si è temporaneamente domiciliati da almeno nove mesi.
Reazioni opposte La premier Giorgia Meloni ha rivendicato l’unità del centrodestra, sottolineando che gli italiani ora potranno decidere “coalizione, programma e candidato premier”, mentre le opposizioni hanno parlato di “legge truffa” (Ansa) e si apprestano a preparare i ricorsi alla Corte costituzionale (Il Foglio+).
Fonte: newsletter Internazionale.
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Vedi come ci siamo ridotti, compagno Luigi: per andare a lavorare faccio la benzina a credito. Siamo ritornati al quadernetto del bottegaio di una volta. "me lo segni" tutto sulla fiducia e se non pagavi lo sapeva tutto il paese. Il benzinaio "quanto" cinque o dieci euro al massimo. Ci vediamo sabato per saldare, puntuale o alla prossima niente carburante per andare in campagna o in fabbrica a lavorare.
Questa è la nuova condizione anche del ceto medio, che non più vivere nelle grande aree urbane per il costo della vita e degli affitti. I giovani universitari sono disperati come gli insegnanti, gli impiegati nei servizi e gli infermieri.
Un giovane pugliese vince un concorso per vigile urbano a Milano, dopo alcuni giorni scappa, ma prima rilascia un’intervista ad un quotidiano locale "la mattina uscivo in divisa per compiere il mio dovere, in mezzo al traffico o davanti alle scuole, la sera rischiavo di andare a dormire sotto i portici. Ho riflettuto e sono andato, innanzitutto la dignità", quello che non hanno capito chi ci governa, anche le amministrazioni locali.

A Milano come in tante altre città mancano i vigili e gli autisti dei mezzi pubblici. Il ministro sbruffone del ferro e del cemento ha dichiarato oggi su tutti i giornali, che mancano 30 mila tra autisti e camionisti. Come pensa di risolvere il problema, l’uomo che avrebbe dovuto fare a pezzi le legge Fornero, con l’allungamento dell’età pensionistica a 70 anni. Ma si rende conto cosa significa stare su un mezzo di trasporto pubblico o privato per le merci, in mezzo al traffico e lungo le arterie autostradali, per maturare 41 anni di contributi per la pensione.
Giorni e giorni di sacrifici e di rischi perché si rischia. Oltre ai rischi, per se e per gli altri, è un lavoro usurante e faticoso.
Mancano anche gli infermieri 20 mila e i medici, ma molti che lavorano stanno andando via per le condizioni lavorative pessime in particolare nei Pronto soccorsi. Ne sappiamo qualcosa del Ps di Lentini. Pochi medici, turni massacranti e locali da rendere più accoglienti e fruibili.
La sanità in Italia, la casa in Spagna, la scuola in Francia: sono questi i temi fondamentali se non si vuole arretrare sul piano sociale della casa, della salute e del sapere. Se andiamo indietro su questi elementi è l’Europa che va indietro. Su questi invece si regredisce, non invece se viene a mancare qualche missile o drone di ultima generazione per prepararsi alla guerra. Non ne parlo, altrimenti qualcuno mi dovrebbe spiegare che, se il cardinale Zuppi va a Mosca per parlare dell’Ucraina, non capisco perché non si dovrebbe allora smuovere una delegazione della Commissione Europea e andare anch’essa a Mosca, a cercare la pace. Non credo che li lascerebbero fuori dalla porta. Per iniziare un cammino di pace anche a casa del diavolo. Non è subalternità, ma convinzione forte per tentare di mettere fine alle atrocità.
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Anne Carson ha ricevuto il Nobel per la letteratura. È stata scelta perché donna. La letteratura non è un valore in sé, non conta il messaggio racchiuso tra le parole, sono altri i parametri con cui si sceglie il premiato. Il Nobel è dunque solo mezzo per affermare le idee delle classi dirigenti. In questo momento storico bisogna alimentare la lotta tra uomini e donne, per cui, ancora una volta si evidenza con il Nobel alla Carson l’ingiustizia subita dalle donne, solo in 19 hanno ricevuto l’agognato riconoscimento, pertanto per riparare al passato si sceglie una donna, poi il resto è secondario…. Pare che alla notizia abbia detto “Siete Pazzi!”… Di follie ne abbiamo viste in questi decenni.
In Italia ci sono poeti di eccezionale valore completamente ignorati, sono uomini e fuori dalle carriere accademiche, pertanto non sono riconosciuti dai circuiti finanziari e culturali nel loro spessore. Forse è meglio, il tempo darà loro giustizia e la libertà dai pubblici riconoscimenti favorisce la creatività. La Carson è nota per la poesia: Stanze, Sessi, Seduzione, oltre che per le opere stilisticamente innovative. La poesia è parte di Decreazione. Cominciamo a comprendere l’affinità, neanche tanto sotterranea, tra la Carson e il mondo liberista-liberale. La poesia ha un incipit che tutto rivela:
È bello essere neutri.
Voglio avere gambe senza senso.
Ci sono cose insopportabili.
Capiamo bene il motivo della scelta. L’identità è un peso di cui liberarsi. L’inno alla morte della forma e la decreazione non possono che confermare il tempo presente e renderlo “presente che non passa”. L’innovazione si tinge di conservazione politica e sociale, infatti poesia afferma ancora:
Bevi tutto il sesso che c’è.
Insomma niente di nuovo sotto il cielo dell’innovazione. Abbiamo bisogno di politica, di principi e di realtà, invece sempre la solita solfa del “sesso” che non scandalizza nessuno e non suscita nulla, semplicemente invita a chiudersi in un privato giocoso, mentre il capitalismo avanza, ed infatti:
Disprezzo, principi reali, questa
piccola taglia
del morire
La mia poesia personale è un
fallimento.
Non voglio essere una persona.
Noi, invece, abbiamo bisogno di dare valore alla vita, ai progetti e di formare persone capaci di capire e lottare contro la barbarie, e solo chi ha una identità forte può contribuire ad innovare una realtà omicida e genocida come la nostra.
Avere una identità non significa usarla come fosse una testa d’ariete contro le altrui identità, anzi solo chi ha una identità può comunicare e dialogare, coloro che invece sono informi sono solo presenze passive a cui il sistema applaude. Temi quali l’incomunicabilità, il non senso e l’apertura ad un essere generico e indefinito sono ormai frusti, davvero necessitiamo di orientarci diversamente e faticosamente.
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La scrittrice canadese Anne Carson ha vinto il premio Nobel per la Letteratura 2026. Le è stato assegnato dall’Accademia svedese per «la sua opera audace e innovativa che, in un dialogo giocoso con la tradizione classica, ha creato nuove forme per la letteratura contemporanea».
Carson ha 76 anni e per buona parte della sua vita ha alternato la scrittura alla carriera accademica. Ha insegnato lettere classiche e letterature comparate in varie università statunitensi e canadesi, e per un certo periodo ha lavorato anche come traduttrice.
Inquadrare la sua letteratura in un genere preciso non è facile. Carson è infatti un’autrice con interessi molto eterogenei: si occupa di narrativa, poesia, saggistica, arti visive e traduzioni, e i suoi libri provano a muoversi tra questi diversi ambiti. Hanno però alcune caratteristiche ricorrenti, come i richiami alla letteratura greca e latina e alle opere di Emily Brontë, Gertrude Stein, Simone Weil, Virginia Woolf e altre autrici, che Carson ha indicato tra i suoi riferimenti.
I siti di scommesse davano Carson come possibile vincitrice del Nobel già da qualche anno, spesso insieme all’autrice cinese Can Xue.
In Italia alcuni libri di Carson sono stati tradotti solo recentemente, molti anni dopo l’edizione originale. Tra questi c’è La bellezza del marito. Un saggio romanzato in 29 tanghi, pubblicato nel 2022 da La nave di Teseo. È un libro estremamente sperimentale, a partire dalla struttura: semplificando molto, è suddiviso in 29 sezioni poetiche (definite “tanghi”, per l’appunto) e racconta l’inizio e la fine di un matrimonio. La Nave di Teseo ha in catalogo anche Autobiografia del Rosso (1998), un romanzo in versi che reinterpreta l’antico mito greco di Gerione.
Nel 2023 Utopia ha pubblicato Decreazione, un saggio incentrato sul tema dell’annientamento del sé nelle relazioni amorose, che come i suoi altri libri mescola generi e registri diversi. Due anni prima Utopia aveva pubblicato anche Eros il dolceamaro, il saggio d’esordio di Carson, che uscì nel 1986. Come suggerisce il titolo è incentrato sul concetto di eros nella Grecia antica, analizzato a partire dalla figura della poetessa Saffo.
L’anno scorso Crocetti aveva invece fatto uscire Come l’acqua, altro saggio ibrido e difficilmente catalogabile. Parte dal mito e dalla letteratura antica per riflettere su concetti più generali come amore, perdita, desiderio e trasformazione.
Pur essendo una scrittrice ambiziosa e d’avanguardia, Carson si interessa anche di argomenti decisamente più pop. A settembre per esempio era molto circolato un suo approfondito e appassionato saggio dedicato alla cantante spagnola Rosalía, pubblicato sulla London Review of Books. Prima della premiazione Carson era tra i nomi più citati nelle sconfinate discussioni a tema Nobel pubblicate sul World Literature Forum, uno dei più importanti forum letterari al mondo.
Fonte: Il Post.
L’elenco con tutti i nobel per la letterartura: su Antenati, storia delle letterature.
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Dall’8 giugno e fino al 23, a Ortigia (Siracusa) in via Roma 30 - da Spazio30 Ortigia - collettiva di Bertrand/ Lasagna/Mirabile

Una collettiva di pittura , che spazia dal figurativo all’astrazione, il titolo prende spunto da una citazione del libro di Francesco Antonio Lepore (la bestemmia del silenzio), a proposito di un libro di Milan Kundera (la vita è altrove) dove si parla di silenzio assordante ”solo il vero poeta sa che cosa sia l’immenso desiderio di non essere poeta, il desiderio di abbandonare la casa degli specchi, in cui regna un silenzio assordante”
In expo:
Bertrand / Lasagna / Mrabile
Spazio 30, Via Roma 30, Siracusa. Dall’8 Giugno 2012
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A Niscemi la Carovana antimafie e No MUOS
La Carovana contro tutte le mafie alza il tiro contro il dilagante processo di militarizzazione del Mezzogiorno. Lunedì 4 giugno, Niscemi ospiterà la tappa chiave siciliana dell’evento internazionale promosso da Arci, Libera e Avviso Pubblico con la collaborazione di Cgil, Cisl, Uil, Banca Etica, Ligue de L’Enseignement e Ucca. L’appuntamento è per le ore 17 per un giro di conoscenza della “Sughereta”, la riserva naturale in contrada Ulmo sono in corso i devastanti lavori di realizzazione di uno dei quattro terminali terrestri del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazione satellitare delle forze armate Usa. Alle 18, proprio di fronte ai cantieri i quella che nelle logiche dei Signori di Morte darà l’arma perfetta per i conflitti del XXI secolo, Comitati No MUOS, giornalisti, ricercatori ed esponenti del volontariato denunceranno in diretta streaming la rilevanza criminale e criminogena dello strumento militare. Poi, alle 20, tutti in piazza per un happening di parole, suoni e immagini per ribadire il No al MUOS e per un Mediterraneo di pace, con un legame ideale con la straordinaria stagione di manifestazioni, 30 anni fa, contro i missili nucleari Cruise di Comiso.
Saranno in tanti a giungere a Niscemi per testimoniare la centralità della lotta contro le disumanizzanti tecnologie di guerra che Usa e Nato puntano a installare in Sicilia (oltre al MUOS, gli aerei senza pilota Global Hawk e Predator). Da Paolo Beni (presidente nazionale Arci) ad Alessandro Cobianchi (responsabile nazionale Carovane antimafie), da Luigi Ciotti (presidente Libera) a Giovanni Di Martino (vicepresidente di Avviso Pubblico) e Antonio Riolo (segreteria regionale Cgil). E i giornalisti Nino Amadore, Oliviero Beha, Attilio Bolzoni e Riccardo Orioles con i musicisti Toti Poeta e Cisco dei Modena City Ramblers. Ma saranno soprattutto le ragazze e i ragazzi dei Comitati No MUOS sorti in Sicilia ad animare l’evento e raccontare la loro voglia di vivere liberi dall’orrore delle guerre e dalle micidiali microonde elettromagnetiche. “Il 4 giugno, così come è stato lo scorso 4 aprile a Comiso e il 19 maggio a Vittoria, ricorderemo attivamente il sacrificio di Pio la Torre e Rosario Di Salvo, vittime del connubio mafia-militarizzazione”, spiega Irene C. del Movimento No MUOS di Niscemi. “Dalla realizzazione della base nucleare di Comiso all’espansione dello scalo di Sigonella, l’infiltrazione nei lavori delle grandi organizzazioni criminali è stata una costante. Ciò sta avvenendo nella più totale impunità pure per i lavori di realizzazione del sistema satellitare di Niscemi”. Le basi in cemento armato su cui stanno per essere montate le maxiantenne del MUOS portano la firma della Calcestruzzi Piazza Srl, un’azienda locale che a fine 2011 è stata esclusa dall’albo dei fornitori di fiducia dell’amministrazione provinciale di Caltanissetta e del Comune di Niscemi. I provvedimenti sono stati decisi dopo che la Prefettura, il 7 novembre, aveva reso noto che a seguito delle verifiche disposte dalle normative in materia di certificazione antimafia erano “emersi elementi tali da non potere escludere la sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi della società”. Secondo quando evidenziato dal sen. Giuseppe Lumia (Pd), il titolare de facto, Vincenzo Piazza, apparirebbe infatti “fortemente legato al noto esponente mafioso del clan Giugno-Arcerito, Giancarlo Giugno, attualmente libero a Niscemi”. Ciononostante, le forze armate italiane e statunitensi non hanno ritenuto di dover intervenire per revocare il subappalto alla Calcestruzzi Piazza. L’1 aprile 2012, i titolari dell’azienda hanno deciso di rispondere ai presunti “detrattori”. Con un colpo ad effetto, hanno annunciato la chiusura dell’azienda e il licenziamento degli otto dipendenti con contratto a tempo indeterminato. “Dobbiamo interrompere il rapporto di lavoro a causa dei gravi problemi economici che attraversa l’azienda per la mancanza di commesse”, ha spiegato uno dei titolari. I responsabili? “Alcuni giornalisti e i soliti professionisti antimafia che infangano il nostro buon nome”. Lunedì 7 maggio, mentre a Niscemi erano ancora aperte le urne per il rinnovo del consiglio comunale, uno dei Piazza ha minacciato in piazza di darsi fuoco con la benzina. Al centro delle invettive, sempre gli stessi cronisti “calunniatori” e gli “invidiosi” per la commessa militare.
Da quando No MUOS significa No Mafia, il clima in città è tornato a farsi pesante. E la Carovana assume il compito di portare solidarietà a tutti quei giovani che sognano ancora una Niscemi libera dalle basi di guerra e dalla criminalità.
Antonio Mazzeo
CG
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Catania: i film di Giugno all’Arena Argentina
http://www.cinestudio.eu/arena-argentina-programma-giugno/
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“Non si svolgerà la parata militare del 2 giugno Roma. La parata militare del 2 giugno, quest’anno, non si svolgerà. Lo ha comunicato il ministro della difesa Forlani, con una nota ufficiale. La decisione è stata presa a seguito della grave sciagura del Friuli e per far si che i militari e i mezzi di stanza al nord siano utilizzati per aiutare i terremotati anziché per sfilare a via dei Fori imperiali.” 11 maggio 1976
Via: http://3nding.tumblr.com/
Vedi online: 3nding.tumblr.com
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Si è tenuta ieri mattina la conferenza stampa del circolo Città Futura PRC – FdS sulla questione della mancata restituzione agli utenti Sidra del canone « fognature e depurazione ». Maria Merlini, segretaria del circolo, ha brevemente ripreso le varie tappe della vicenda: questo canone – riscosso dalla Sidra dal 2006 al 2008, raddoppiando le bollette – è stato dichiarato illegittimo dalla sentenza n.335/2008 della Corte Costituzionale nel caso di abitazioni la cui rete fognaria non sia collegata ad un depuratore, cioè – per quanto riguarda Catania – per l’80% degli utenti. Già all’indomani della sentenza il circolo Città Futura, che fin dall’inizio aveva denunciato l’iniquità della riscossione di questo canone, si era subito attivato per permettere ai cittadini di chiedere alla Sidra il rimborso delle somme riscosse illegittimamente, consegnando moltissime richieste formali di rimborso agli uffici della società. Un provvedimento normativo del 2009 ha imposto la restituzione del canone entro il 2013, previa autorizzazione degli ATO. Ma nonostante l’ATO competente abbia deliberato già nel 2010 la restituzione del canone, quantificandone l’ammontare complessivo in quasi 2 milioni e mezzo di euro, la Sidra non ha ancora restituito nulla agli utenti, nascondendosi dietro un ipotetico conflitto di attribuzione tra l’ATO, la Sidra ed il Comune di Catania, che della Sidra è unico azionista. Per questa ragione il circolo Città Futura nei giorni scorsi ha incontrato il Prefetto di Catania, che ha dichiarato che si attiverà immediatamente contattando i tre soggetti interessati, affinchè venga fatta chiarezza sulla vicenda e vengano finalmente restituite ai cittadini le somme illegittimamente loro imposte. A conclusione della conferenza stampa, Luca Cangemi – del coordinamento nazionale della Federazione della Sinistra – ha denunciato come l’atteggiamento della Sidra sia ancor più inaccettabile in un contesto di grave crisi economica ed occupazionale, in cui la restituzione di queste somme indebitamente riscosse potrebbe dare un pur piccolo sollievo ai cittadini, già alle prese con l’aumento di altre tasse e servizi come la TARSU e l’IMU, annunciando che in mancanza di una rapida soluzione della vicenda il circolo Città Futura organizzerà un’azione legale degli utenti per pretendere dalla Sidra quanto dovuto.
http://circolocittafutura.blogspot.it/2012/05/sidra-la-vertenza-continua.html
Vedi online: http://circolocittafutura.blogspot....
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giovedì 31 maggio, dalle ore 19,30, al circolo città futura, via Gargano 37 Catania inaugurazione della mostra, a cura del collettivo LGBTQ IbrideVoci, ORGOGLIOSE R/ESISTENZE: 18 anni di movimento gay/lesbo/trans/queer a Catania videoproiezione "Orgogliosa Resistenza: volti e corpi del Pride", foto di Alberta Dionisi AperiCena... una serata di incontro e socialità con bar e buffet a volontà a prezzi anticrisi
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ATTACCO AL VALORE LEGALE DEL TITOLO DI STUDIO E DISTRUZIONE DELL’UNIVERSITÀ PUBBLICA
Seminario di approfondimento
martedì 29 maggio ore 19 via Gargano 37
Coordina:
Luca Cangemi (segretario circolo PRC Olga Benario)
Intervengono:
Giuliana Barbarino (collettivo Gatti Fisici);
Nunzio Famoso (già preside Facoltà di Lingue);
Felice Rappazzo (docente Università di Catania);
Chiara Rizzica (coordinamento precari della ricerca)
Circolo Olga Benario
Rifondazione Comunista – FdS
Via Gargano, 37 Catania
Fb: PRC Catania Olga Benario - circolo.olgabenario@libero.it
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la Feltrinelli Libri e Musica
Giovedi’ 24 Maggio
alle ore 18
presso il bistrot de la Feltrinelli Libri e Musica
di via Etnea 285 a Catania
PAOLO MONDANI
e
ARMANDO SORRENTINO
presentano
CHI HA UCCISO
PIO LA TORRE?
Omicidio di mafia o politico?
La verità sulla morte
del più importante dirigente comunista assassinato in Italia
CASTELVECCHI
intervengono
ADRIANA LAUDANI
e
PINELLA LEOCATA
inoltre ha assicurato la sua presenza
il Procuratore della Repubblica di Catania
GIOVANNI SALVI
Pio La Torre viene ucciso il 30 aprile 1982. Indagini farraginose e un lunghissimo processo indicheranno come movente dell’omicidio la proposta di legge sulla confisca dei patrimoni mafiosi, di cui era stato il più deciso sostenitore. Esecutore: Cosa Nostra. Un movente tranquillizzante. Un mandante rimasto nell’ombra. In realtà, con la morte di La Torre si compie un ciclo di grandi omicidi politici iniziati con l’uccisione, nel 1978, di Aldo Moro e proseguito, nel 1980, con la soppressione di Piersanti Mattarella, presidente democristiano della Regione Sicilia. Uomini che volevano un’Italia libera dal peso della mafia politica e dall’influenza delle superpotenze. Dalle carte dei servizi segreti risulta che La Torre viene pedinato fino a una settimana prima della morte. Nel 1976, la sua relazione di minoranza alla Commissione parlamentare Antimafia passerà alla storia come il primo atto di accusa contro la Dc di Lima, Gioia, Ciancimino e la mafia finanziaria. Nel 1980, in Parlamento non teme di “spiegare” l’omicidio Mattarella con il caso Sindona e con la riscoperta di una vocazione americana della mafia siciliana. È La Torre a conoscere i risvolti più segreti dell’attività del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa; a comprendere il peso della P2; a intuire la posta in gioco con l’installazione della base missilistica Usa a Comiso; a intravedere, con nove anni di anticipo, il peso di strutture come Gladio. Raccoglie e riceve documenti riservati, appunta tutto in una grande agenda: di questo non si troverà nulla. Nei mesi che precedono il suo assassinio, La Torre torna in Sicilia a guidare il Pci fuori dalle secche del consociativismo, nel tormentato tentativo di ridare smalto a un partito spento. Trent’anni dopo l’omicidio, l’esperienza complessa e straordinaria di La Torre spiega molto delle sorti attuali della sinistra e della democrazia nel nostro Paese. E, per la prima volta, si cerca di leggere in controluce un delitto colmo di episodi per troppo tempo tenuti all’oscuro.
Paolo Mondani è giornalista d’inchiesta. Nel 1997 ha collaborato agli Speciali di Raidue. Sempre per la Rai ha lavorato come inviato per Circus, Raggio Verde, Sciuscià, ed Emergenza Guerra. Nel 2003 è stato coautore di Report insieme a Milena Gabanelli. Nel 2006 è stato a fianco di Michele Santoro in AnnoZero. Dal 2007 è di nuovo firma di punta di Report su Raitre. Tra le suo pubblicazioni «Soldi di famiglia» (Rizzoli).
Armando Sorrentino è avvocato. E’ stato il legale della parte civile Pci-Pds nel processo per l’uccisione di Pio La Torre e di Rosario Salvo. Ha rappresentato la parte civile nei processi per la Strage di Capaci e nel «Borsellino ter». Inizia l’attività negli uffici legali della Cgil, a lungo militante e dirigente locale del Pci-Prs, oggi è impegnato nell’Anpi e con l’Associazione dei Giuristi Democratici.
Grazie e a ritrovarci
Sonia Patanìa
Sonia Patanìa
Responsabile Comunicazione e Eventi
La Feltrinelli Libri e Musica
via Etnea 285, Catania
eventi.catania@lafeltrinelli.it
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Comunicato stampa
19 maggio 2012 – Italia Scuola Morvillo-Falcone
Un sabato mattina di primavera: attentato in istituto professionale di Brindisi - Una morta, un’altra in pericolo di vita, altre ferite e feriti.
Un tentativo di strage …
Una strage di giovani che andavano a imparare in un istituto professionale di tecnica, di moda.
Un istituto frequentato prevalentemente da giovani donne.
Altissimo è il valore simbolico della scelta del luogo, una scuola dove le giovani vanno ad apprendere conoscenze e costruire saperi per lavorare e costruirsi una vita libera e migliore. Significa tante cose la scelta del luogo, basta volerli vedere tutti questi significati, come li ha visti chi ha preparato l’attentato.
Qualunque sia la matrice, qualsiasi possa essere la valenza politica sia di attacco alle istituzioni, o terrorismo di vario stampo, una cosa è certa, che la conta delle morti violente di giovani donne subisce un aumento repentino nel panorama miserevole dei femminicidi quasi quotidiani in ogni parte d’Italia. Che la violenza spietata e disumana, singola o collettiva che sia, si manifesta ancora una volta.
Comunque la si voglia chiamare, questa è la cronaca della arretratezza di un paese che si annovera fra le potenze economiche mondiali, e che si ammanta di una democrazia di cui le donne non possono usufruire né in casa né fuori casa.
Quante sono le morti violente delle donne ogni anno? Nel 2012 in aumento progressivo e, nell’insieme, ogni anno centinaia, una strage che è solo la punta dell’iceberg della violenza maschile. Violenza a cui si aggiunge questa che crea lutto, dolore e terrore in tutto il paese. Paura che entra nelle coscienze perché abbatte uno degli ultimi luoghi, la scuola, considerati generalmente sicuri. Bisogna fermare questa violenza singola e collettiva.
Bisogna porre argine in ogni modo alla strage, prima, durante e dopo qualsiasi indagine o summit.
Non è più tempo di parole e di opinioni, è tempo di scelte, rimedi e di coscienza civile.
Un intero anno abbiamo passato con l’UDI, in tante e tante in tutta Italia con la Staffetta di donne contro la violenza sulle donne, da 25 novembre 2008 al 25 novembre 2009. Su, su dalla Sicilia alla Lombardia.
Fino all’ONU, a New York siamo andate. E ancora siamo qui a fare la conta delle morte e ferite, senza una legge, senza un allarme, senza prevenzione, senza contrasto, senza nessun tentativo di modificare seriamente la cultura della violenza individuandone le radici storiche e politiche.
In poche parole senza alcun intervento adeguato di chi ci rappresenta, amministra ed emana leggi.
Le nostre istituzioni dovrebbero condividere con noi il nostro perenne lutto, e devono riconoscere la nostra grande generosità di donne che sempre collaborano e sopportano nella speranza di una pace meritata. Devono riconoscere l’ingiustizia della condizione di terrore quotidiano in cui siamo costrette a vivere, e devono trovare sempre i colpevoli e garantire una pena certa, devono adoperarsi a promulgare leggi di contrasto e prevenzione alla violenza, di qualsiasi forma e tipo. Perché è un guadagno per tutte e tutti.
Quante volte ancora dovremo piangere vite di donne spezzate per capriccio o per esercizio arbitrario di un potere personale o collettivo, che in Italia purtroppo è ancora monopolio del genere maschile?
Il dolore per Melissa e le altre ragazze e ragazzi è indicibile e può essere espresso solo in parte con la condivisione del terribile dolore dei loro genitori, degli insegnanti e di tutti coloro che riconoscono il valore della vita umana.
UDI Unione Donne in Italia
Sede nazionale Archivio centrale Via dell’Arco di Parma 15 - 00186 Roma Tel 06 6865884 Fax 06 68807103 udinazionale@gmail.com www.udinazionale.org
“Io non compro Golden Lady, Omsa, SiSi, Filodoro, Philippe Matignon, NY Legs, Hue, Arwa fino a quando tutte le operaie OMSA - Faenza non verranno riassunte”
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“L’Italia che non si vede” Rassegna di cinema del reale
Un mito antropologico televisivo, di Maria Helene Bertino, Dario Castelli e Alessandro Gagliardo Catania, mercoledì 9 maggio 2012, ore 21 ZO centro culture contemporanee
Martedì 22 maggio, alle ore 21, presso il centro culture contemporanee ZO, quinto e ultimo appuntamento con “L’Italia che non si vede”, rassegna nazionale di cinema del reale promossa a Catania dall’officina culturale South Media (circolo UCCA). In programma, per la sezione “Le immagini perdute”, “Un mito antropologico televisivo”, un film nato attraverso il lavoro e la ricerca di malastradafilm film, pensato, discusso e montato da Helene Bertino, Dario Castelli e Alessandro Gagliardo.
Presentato con successo all’ultima edizione del Torino Film Festival, nella sezione Italiana.doc, Menzione Speciale “Premio UCCA Venticittà”, Un mito antropologico televisivo è un film pretesto pensato per introdurre nel dibattito culturale l’idea di antropologia televisiva, intesa come chiave di lettura di un racconto popolare non ancora affrontato dalla storiografia, nonché strumento di ricostituzione di comunità attraverso la visione della televisione come soggetto di narrazione. In mezzo un patrimonio enorme custodito da centinaia di piccole emittenti che passo dopo passo gli autori stanno cercando di recuperare, conservare e pubblicare.
Attraverso l’uso di riprese video realizzate tra il 1992 e il 1994 (periodo chiave per la storia siciliana e italiana) e provenienti da una televisione locale della provincia di Catania il racconto televisivo penetra nella storia popolare di una nazione per comporre così il quadro delle sue difficoltà, descrivendone la sua natura più profonda. La telecamera coglie frammenti di quotidiano e li restituisce dopo anni ancora carichi della loro capacità di descrivere la nostra società, invitandoci a mettere in atto una lettura antropologica della narrazione televisiva.
Ufficio stampa: info@southmedia.it 349 1549450 www.southmedia.it
CG
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