il Sudan muore nel nostro silenzio
In Sudan la guerra va avanti dal 2023. Non è una guerra “pulita”, se mai ne sia mai esistita una.
Ci sono fotografie che una volta avrebbero fermato il mondo. Ci avrebbero fatto abbassare il telefono, spegnere la televisione, restare in silenzio qualche secondo in più. Oggi invece scorriamo. Guardiamo. E passiamo oltre. Non lo so, proprio non lo so cosa siamo diventati.
Un bambino che mangia con le mani da una ciotola troppo piccola per tutta quella fame. Un’altra bambina accanto che aspetta il suo turno con gli occhi già stanchi, come se l’infanzia fosse una cosa che le hanno tolto in fretta, quasi con maleducazione. Una madre che prova a tenere insieme i figli, la dignità e la paura nello stesso momento.
È il Sudan. Una guerra che non apre i telegiornali, non divide i salotti televisivi, non produce hashtag abbastanza potenti da restare di moda più di quarantotto ore.E allora, per noi occidentali, non esiste.
Ma esiste per loro. Eccome se esiste. Esiste ogni mattina quando manca il cibo. Esiste ogni notte quando arrivano le bombe o i miliziani. Esiste nei campi profughi, nella sete, nella paura, nelle madri che non sanno più come proteggere i figli e nei bambini che stanno imparando troppo presto cosa significhi sopravvivere.
In Sudan la guerra va avanti dal 2023. Non è una guerra “pulita”, se mai ne sia mai esistita una. È una guerra combattuta tra esercito regolare e gruppi paramilitari, ma alla fine, come sempre accade, quelli che pagano davvero sono i civili. I bambini. Le donne. I vecchi che non hanno nemmeno più la forza di scappare.
Intere città del Darfur sono state distrutte, ospedali saccheggiati, aiuti umanitari bloccati o rubati. Milioni di persone sono fuggite dalle loro case e oggi il Sudan è una delle più grandi tragedie umanitarie del mondo, anche se noi facciamo finta di non accorgercene.
Si parla di carestia vera. Non di povertà, non di difficoltà: carestia. Di bambini che mangiano una volta ogni tre giorni quando va bene. Di madri che allungano il cibo con l’acqua per illudere lo stomaco dei figli. Di famiglie intere che vivono nei campi profughi aspettando un sacco di farina come si aspetta un miracolo.
Eppure questa guerra non la vediamo quasi mai in prima pagina. Non fa audience. Non divide i talk show. Non ci obbliga a scegliere una fazione da difendere sui social. E allora lentamente sparisce. O peggio: diventa abitudine.
L’abitudine a vedere bambini terrorizzati nelle fotografie come questa, senza provare più rabbia. Ed è questa forse la sconfitta peggiore: la nostra incapacità di sentirci in colpa. Perché la verità è che il dolore degli ultimi non ci scandalizza più.
E allora il problema non è il Sudan. Il problema siamo noi, il cazzo di umanità che siamo diventati, se riusciamo a convivere con la fame e il dolore degli ultimi purché resti abbastanza lontano da non rovinarci la cena o il palinsesto della serata.
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