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Tra l’Etiopia e l’Eritrea basta un fiammifero per.....

Intervista a Guido Barbera, presidente del CIPSI, sulla incandescente situazione tra Eritrea e Etiopia.

di Vincenzo Raimondo Greco - domenica 7 agosto 2005 - 5050 letture

Dopo una guerra trentennale, dopo aver lasciato sul terreno 100 mila morti, 220 mila feriti e più di un milione di sfollati, l’Eritrea ottiene la propria indipendenza dall’Etiopia nel 1993. Una situazione che rimane, a distanza di anni, ancora fluida. “I due Paesi- dichiara Guido Barbera, presidente del CIPSI (coordinamento di 37 Ong e associazioni di solidarietà internazionale) - non hanno ancora siglato un vero trattato di pace e sono di fatto in una situazione di guerra non guerreggiata che obbliga centinaia di migliaia di giovani a rimanere sotto le armi per anni, senza alcuna certezza sul termine del servizio militare, e senza la possibilità di prendersi cura della propria vita, della propria famiglia, del proprio lavoro”. L’allarme è stato lanciato in diverse occasioni: se le diplomazie non sbloccheranno la situazione di stallo, i due Paesi potrebbero tornare in guerra.

Secondo Samuel Asfaha, addetto stampa dell’Ambasciata Eritrea, “il problema fondamentale che sta creando il clima di tensione attuale è la mancata attuazione dell’accordo di pace firmato, con la garanzia dell’ONU, l’UE, l’UA, gli USA, il 12 dicembre 2000 ad Algeri tra l’Eritrea e l’Etiopia”. Un “accordo di pace che prevedeva l’accettazione senza riserve del verdetto di una commissione arbitrale del Tribunale Internazionale composta da membri scelti da entrambi i Paesi, con il compito di determinare e demarcare definitivamente il confine”.

Invece, sembra lontano anni luce quel 25 novembre dello scorso anno quando il primo ministro etiope Meles Zenawi, dichiarò: “l’Etiopia ha accettato in linea di principio la demarcazione territoriale decisa della commissione indipendente che ha fissato i limiti delle frontiere con l’Eritrea”.

Eppure non tutti sono convinti che lo scontro verbale possa trasformarsi in una vera guerra. “Il governo etiope - dice Michael Kidane, presidente dell’associazione immigrati eritrei in Italia - guidato da Meles Zenawi, avendo superato il test elettorale non pare abbia bisogno, per ora, della carta Eritrea. Il presidente eritreo Isayas non è in condizione di iniziative belliche ed un’avventura per placare tumulti interni non pare vicino perché Isayas non si sente molto minacciato dall’opposizioni eritree”. Resta la imprevedibilità dei due personaggi: Meles Zenawi e Isaias Afewerki che, quando i due paesi erano uniti, guidarono, insieme, la rivolta contro dittatura del colonnello Menghistu. Poi le strade si sono irrimediabilmente divise e l’Etiopa è diventata una nazione USA-dipendente (solo nel 1995 gli Usa hanno destinato a questo paese il 48% di tutti gli aiuti finanziari alle nazioni africane, in cambio della svendita dell’economia nazionale alle multinazionali americane), ha aperto le porte agli istituti finanziari internazionali: FMI e Banca Mondiale. Ma sull’intero scenario gioca, anche, l’importante strategica dei due Paese.

La comunità internazionale - aggiunge Kidane- sta usando gli aiuti umanitari e la minaccia della carestia per ricattare i due paesi a sottostare al volere dei grandi donatori. Per ora gli americani paiono riusciti a contenere le tentazioni belliche dei due paesi” perché fa buon gioco “una situazione di non guerra e non pace che tiene deboli i due paesi”.

Ma la paura rimane. E se le opposizioni interne ai due governi avessero la meglio? Se Meles Zenawi e Isaias Afewerki saranno costretti a “scelte di guerra non calcolate”?

Chiediamo alle Istituzioni internazionali - dice Guido Barbera - di attuare un embargo totale sulla vendita di armi ai due Paesi. Sollecitiamo i Governi di Eritrea ed Etiopia a mettere in atto tutte le misure politiche e diplomatiche necessarie affinché venga finalmente risolta la disputa sui confini di stato tra i due Paesi. Chiediamo agli Stati Uniti di vincolare il recente stanziamento di 674 milioni di dollari a favore di Eritrea ed Etiopia alla effettiva pacificazione della regione”e di “vincolare l’attività di cooperazione internazionale ad una reale smobilitazione delle forze armate dei due Paesi ed alla pacificazione nella regione”. Una sortita giudicata, dall’Ambiasciata Eritrea, troppo equidistante.

Benché - scrive ancora Samuel Asfaha - la sicurezza di una nazione di soli quattro milioni di abitanti è seriamente minacciata da un gigantesco numero di militari, assistiamo tuttora, non solamente ad un atteggiamento di imparzialità ‘a tutti i costi’, che sarebbe di per se un atteggiamento ingiusto, ma alla comunità internazionale” che “sostiene economicamente e politicamente il paese trasgressore”.

Vincenzo Greco

Girodivite.it/Oltrenews.it


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