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Z-eyes: Una diversità diversa? Incontro con Fred Kudjo Kuwornu

Fred Kudjo Kuwornu è il regista di "Blaxploitalian: 100 years of Blackness in Italian Cinema " (2016).

di Alessandra Calanchi Alessia Spolverini Martina Mancini - mercoledì 29 marzo 2023 - 1592 letture

Quanto è bello potersi incontrare sulle piattaforme virtuali, quando non è possibile farlo di persona! Quest’anno l’Università della Virginia, USA, ha organizzato un seminario online e ho avuto la possibilità di partecipare, dall’Italia, a un incontro speciale: quello con Fred Kudjo Kuwornu, nato a Bologna da padre ghanese e madre ebrea, ora residente a New York. Nel suo profilo Instagram si autodefinisce “Italian Ghanaian American Multi-Hyphenate Nomadic film maker, educator, producer”. Oltre alla sua attività di regista e produttore, Kuwornu è attivista nel settore dello sviluppo e dell’adozione di strategie e pratiche di Diversity, Inclusion and Equity. In una frase, questo incontro ci ha dato la grande opportunità di ascoltare una conversazione riguardante il tema della diversity tenuta da veri esperti nel settore. Stella Mattioli, docente di lingua italiana presso il Dipartimento di Spagnolo, Italiano e Portoghese della University of Virginia (UVA), ha definito il lavoro di Kuwornu come il prodotto di un “aRtivism”, ovvero l’ispirazione artistica che diventa mezzo per sperimentare l’attivismo: sono d’accordo con questa idea del cinema e della letteratura, una base per la conoscenza da non dare per scontata, una chiave per dischiudere porte che conducono a riflessioni più profonde. Sembra scontato ma (in questo caso) vedere un documentario su mixed-cultures aiuta lo spettatore a sviluppare un pensiero critico sull’argomento, sull’essere ibrido, sul trattamento più comune e diffuso delle culture; e sentire persone raccontarsi significa stabilire un contatto diretto con chi si sta mostrando senza veli.

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BlaxploItalian, di Fred Kudjo Kuwornu

Incuriosita dal focus della discussione, ho cercato e guardato il trailer di Blaxploitalian, e sono rimasta colpita dalle testimonianze dei protagonisti perché hanno provocato in me una reazione spontanea a metà fra sorpresa e fastidio. Ragazzi e adulti raccontavano dei ruoli solitamente interpretati da africani con pelle scura nella storia del cinema – italiano ma non solo – e sottolineavano quanto il pregiudizio l’abbia fatta da padrone: prostitute nigeriane, servi che sventolano palme ai padroni, trafficanti occupati in affari disonesti con mafia e commercio illegale di sostanze, e così via. Talvolta anche protagonisti, sì, ma associati troppo spesso a un’idea distorta di persona-tipo, direttamente proporzionale a negatività o comunque a problematiche sociali e modelli da non seguire, ma anzi emarginare. Probabilmente questi collegamenti nascono da una sorta di rimozione o non ammissione di un passato coloniale della stessa penisola italiana, terra conquistata negli anni da popoli provenienti non solo dal nord, ma anche dal sud, primi fra tutti gli arabi, portatori di lingua, architettura e life vision inediti e assolutamente affascinanti. A questo proposito, Kuwornu ha sottolineato con ironia che la pasta al pomodoro, il tipico piatto italiano, in realtà deve le sue origini agli arabi e all’importazione del pomodoro dalle Americhe, e quindi dov’è l’identità italiana?

Una domanda che fin da piccola mi sono posta e che mi è ribalzata alla mente in quest’occasione è stata: perché poi pelle “nera” e non “marrone”? Una definizione entrata nel gergo mondiale, utilizzata anche negli slogan di movimenti quali Black Lives Matter, ma che a mio parere nasconde già una discriminazione, un’imprecisione potenzialmente offensiva che, di nuovo, associa il nero al cupo e quindi al non puro (così come accade, rovesciando il discorso, per il bianco). È più che mai importante allora, come hanno sottolineato Fred Kuwornu e Nicole Bonini, lettrice e visiting professor presso la UVA, “train your eyes and train your brain” (allenare gli occhi e il cervello) per cogliere e accogliere il particolare, ripensare l’altro come valore aggiunto e rivalutare corsi e ricorsi storici. Ci renderemo conto, come ha fatto notare il regista durante gli ultimi minuti dell’intervento, che l’arte è piena di rappresentazioni di africani e che famosi pittori italiani (soprattutto durante il periodo del Rinascimento) li hanno raffigurati per farli rivivere, restituirgli dignità e riportarli in primo piano, per esempio come cavalieri o figure religiose – Baldassare, il Re Magio, o Saint Maurice.

Negli ultimi anni sono stati compiuti grossi passi in avanti in materia di arte e filmografia, specialmente valorizzando il personaggio di carnagione scura in un’atmosfera più inclusiva: c’è il medico competente di colore (Alberto Boubakar Malanchino in Doc, nelle tue mani); la ragazza seria, giudiziosa e timida di colore (Coco Rebecca Edogamhe in Summertime); l’adolescente introverso dal cuore grande di colore (Giuseppe Dave Seke in Zero); la giovane forte ma fragile, capace di migliorarsi e di evolvere, per costruire il suo futuro e togliersi dalla strada, di colore (Kyshan Wilson in Mare fuori). Il fatto che tre quarti degli esempi sopra riportati riguardi produzioni Netflix apprezzatissime dalle nuove generazioni e rivolte anche e soprattutto a un pubblico “in crescita” (nel senso letterale, relativamente all’età), conferisce un valore addirittura maggiore, poiché in un certo senso aiuta a non percepire alcun grado di diversità. Anche se poi, rimane comunque triste dover continuare a insistere su certi temi per insegnare e educare alla diversità diversa.

Alessia Spolverini


Durante la prima parte dell’incontro ho trovato molto interessante il riferimento al termine giapponese Ikigai che vuol dire “ragione d’essere e di esistere”, una condizione che si sperimenta quando sei contento di quello che stai facendo, ti senti in armonia. Ognuno, infatti, ricerca il proprio scopo nella vita, la propria felicità. Immediato è anche il rimando alla Dichiarazione di Indipendenza Americana che recita: “all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the Pursuit of Happiness”.

La possibilità di cercare il senso della propria vita, e di perseguire la propria felicità è qualcosa che molti ragazzi, me inclusa, danno spesso per scontato. Penso che questo incontro sia stato un’occasione per riflettere su come tanti ragazzi non abbiano le mie stesse opportunità in quanto, seppur nati e cresciuti in Italia, non sono riconosciuti come cittadini italiani poiché figli di immigrati. È proprio questo, infatti, l’argomento del documentario di Fred Kudjo Kuwornu, 18 Ius Soli: il diritto di essere italiani, su cui si è concentrata l’ultima parte dell’intervento. Ritengo che esperienze come i viaggi studio, l’Erasmus o una semplice vacanza tra amici all’estero siano fondamentali per tutti i giovani, e specialmente per chi, come me, studia lingue straniere. Tuttavia, poter sfruttare queste opportunità è un percorso a ostacoli per chi non ha la cittadinanza italiana, e deve fare i conti con permessi di soggiorno da rinnovare, visti e tutta la relativa burocrazia.

Questo incontro mi ha permesso di riflettere su quanto, spesso senza nemmeno esserne del tutto consapevole, fossi fortunata e privilegiata rispetto a tanti mei coetanei, e di quanto il mio percorso verso l’Ikigai, seppur a volte difficile, sia ricco di opportunità, non sempre scontate.

Martina Mancini


Pochi giorni dopo questo incontro, Lucia Vedovi, lettrice di lingua inglese presso l’Università di Urbino, ha invitato via zoom il regista a parlare ai suoi studenti (serendipity?) Fred Kuwornu in questo caso ha mostrato (a parole e anche con un video) la presenza di numerosi africani nella pittura del Rinascimento, persone che nonostante questa presenza sono percepite come “invisibili”. Inoltre, è solo dopo l’unificazione e ancor più col fascismo che l’Italia perde il suo legame con il Mediterraneo e sposta il suo asse identitario verso l’Europa. Voglio ringraziare di cuore Fred, Stella, Nicole e Lucia per il loro contributo fondamentale a una vera educazione alla responsabilità condivisa e a una consapevolezza storica e culturale informata.

Alessandra Calanchi



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