Vocabolario resistente: Lettera D
Nuova puntata del Vocabolario Resistente, di Alessandra Calanchi. Questa settimana tocca alla lettera D...
1, DEI, DEIA, DEIAB, DEIJ
2, diesel
3, dietary guidelines ultraprocessed foods
4, disabilities, disability, disabled, disadvantaged
5, discriminated, discrimination, discriminatory
6, discussion of federal policie
7, disparity
8, diverse, d. background, d. communities, d. community, d. groups, d. group, diversified, diversify, d. and inclusion, d., equity, and inclusion, diversity/equity efforts, diversity in the workplace
1, DEI, DEIA, DEIAB, DEIJ = Diversità, Equità, Inclusione; D., E., I., Accessibilità; D., E., I., A., Belonging; D., E., I., Giustizia (Justice).
Gli americani amano molto gli acronimi e ricordiamoci che se diciamo [dei] loro non capiscono, perché si dice [di-i-ai].
C’è altro da dire? Sono sigle che si riferiscono a un approccio finalizzato a creare ambienti e sistemi in cui tutte le persone, indipendentemente dalle loro origini o caratteristiche, si sentano valorizzate e abbiano pari opportunità. Saranno dunque valorizzate (secondo questo approccio) la diversità, l’equità, l’inclusione, l’accessibilità, il senso di appartenenza e la… giustizia. L’annunciato ritiro dalle politiche DEI non ha ragioni solo ideologiche ma anche materiali: abbattimento dei costi aziendali, maggiore libertà di licenziamento e repressione dei lavoratori.
Già all’inizio del suo primo mandato, erano state adottate misure per respingere i rifugiati: a una settimana dal suo giuramento, DT sospese il programma di accoglienza dei migranti per 120 giorni, mise in atto un blocco a tempo indeterminato per i profughi siriani e introdusse un limite annuale di 50.000 rifugiati accolti nel paese. Si mosse poi rapidamente per vietare l’ingresso nel paese a persone provenienti da Iran, Iraq, Siria, Libia, Somalia, Sudan e Yemen, sette paesi a maggioranza musulmana. Reintrodusse con un ordine esecutivo il “global gag rule” che impediva alle ONG di servire servizi alle donne che decidono di abortire. Diede il via libera all’avanzamento dei lavori dell’oleodotto Dakota Access, che attraversa quattro stati, dando priorità alle aziende petrolifere e calpestando i diritti umani dei Nativi americani. Ed era il 2017.
Il 2025 è iniziato con la battaglia contro le università, accusate di favoritismi nei confronti delle minoranze. Il 21/01 DT ha firmato il DEI Order, finalizzato, come spiega il titolo intero, a mettere fine alla discriminazione illegale e a restaurare le opportunità basate sul merito (“Ending Illegal Discrimination and Restoring Merit-Based Opportunity”). Questo ha portato a tagli ingenti non solo nei finanziamenti ma anche nelle iniziative centrate sulla diversità e l’inclusione, cosa che ha portato diversi atenei a cambiare addirittura il nome di alcuni programmi. Qui una testimonianza di Harvard, uno dei fiori all’occhiello dell’accademia americana e mondiale.
Ma non la pensiamo tuti così. Se Slavoj Zizek denuncia la cessazione dell’uso dell’app CBP One che consentiva ai migranti di entrare legalmente negli USA, e la decisione di intraprendere l’iter per abolire il diritto alla cittadinanza per nascita (Trump e il fascismo liberale, Ponte alle Grazie 2025), sul versante governativo troviamo toni assolutamente elogiativi.
2 diesel
Che dire, non me ne intendo di motori. Mi limiterò dunque a riportare un’agenzia della Reuters di fine luglio 2025:
WASHINGTON, 24 luglio (Reuters) – L’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente degli Stati Uniti (EPA) intende abrogare tutti gli standard di emissione di gas serra per i veicoli e i motori leggeri, medi e pesanti nei prossimi giorni, dopo aver eliminato le conclusioni scientifiche che giustificavano tali regole, secondo una sintesi della proposta.
In una bozza di sintesi dell’imminente proposta, visionata da Reuters, l’agenzia dovrebbe affermare che il Clean Air Act non autorizza l’EPA a imporre standard di emissione per affrontare le preoccupazioni relative al cambiamento climatico globale e annullerà la conclusione che le emissioni di gas serra (GHG) dei nuovi veicoli e motori mettono in pericolo la salute o il benessere pubblico.
C’è bisogno di commentare?
Per quanto riguarda l’Italia, conosciamo bene la confusione in cui versa il settore automobilistico (Euro 0, 1, 2, 3, ecc.) tanto che fra divieti e rinvii si è parlato di “eurofollia”. Del resto, il diesel viene vietato per le automobili di comuni cittadini mentre continua a essere usato in altri settori… e lo sarà, se il mondo non finirà prima, almeno fino al 2035 (azzeramento totale nel 2050, assicura von der Layen…)
3 dietary guidelines ultraprocessed foods
Le linee guida dietetiche fondamentali relative agli alimenti ultra-lavorati (o ultra-processati) (UPF) sono: 1) Privilegiare gli alimenti integrali, non trasformati o minimamente trasformati; 2) Limitare il consumo di alimenti ultra-lavorati; 3) Fare attenzione alla trasformazione degli alimenti quando si compiono scelte alimentari. Queste linee guida sono spesso incorporate nelle raccomandazioni dietetiche di tutto il mondo, anche se la formulazione specifica e l’enfasi possono variare.
In pratica: non seguire queste linee guida equivale a elogiare il cibo spazzatura (junk food non appare alla lettera J della lista nera trumpiana).
In Italia, un paese dove i disturbi alimentari sono in crescita, è sempre più pressante l’invito a non utilizzare prodotti alimentari industrializzati, confezionati e pronti al consumo, spesso caratterizzati da lunghi elenchi di ingredienti. Questi alimenti, pur essendo convenienti e appetibili, possono essere nocivi per la salute a causa del loro contenuto elevato di sale, zucchero, grassi malsani e additivi. Genitori e nonni di bambini, state leggendo? Volete sapere quali sono i cibi ultra-processati?
patatine.
merendine confezionate.
caramelle gommose, cioccolatini industriali.
biscotti e dolci industriali.
bevande zuccherate.
bevande energetiche.
molti prodotti da fast food.
pesce e carne trasformati (in polpette, wurstel, salsicce o bastoncini di pesce, per esempio)
Se invece vi piacciono i film, raccomando Supersize Me (Morgan Spurlock 2004) e Fast Food Nation (Richard Linklater 2026). Vedere per credere…
4 disabilities, disability, disabled, disadvantaged = disabilità (plur. e sing.), disabile/i, svantaggiato/a/i/e
Ed ecco un nuovo prefisso: dis. Lo sappiamo bene che quando c’è un dis- dobbiamo aspettarci qualche cosa di negativo: dis-obbediente, dis-plasia, dis-pepsia, dis-articolazione, dis-orientamento, dis-sennato/a, dis-organizzato/a, dis-approvare, dis-onesto, ecc. ecc.
Ma qui c’è un tranello.
Infatti, da un lato è sacrosanto non etichettare una persona come dis- e qualcosa (pensiamo a dislessico/a, dis-funzionale) e qui il presidente sembra dar ragione a chi si oppone a questo uso linguistico del dis- a rimarcare una deviazione dalla norma (come non vedente per cieco/a). Cioè, cerco di spiegarmi: mentre dis-onesto va bene, perché l’onesta è un valore, dis-abile NO, perché l’abilità è un valore relativo, con molte variabili. In Italia ora è preferibile dire “diversamente abile”, ma anche su questi non c’è accordo.
Non credo però che DT sia animato da questa intenzione. Credo piuttosto – e i fatti lo dimostrano – che voglia proprio eliminare le parole per definire le persone che non gli piacciono, come i neri e i latini, e i concetti che non gli piacciono, come la disabilità. E una persona “svantaggiata” è una non-persona, una non-entità. Teniamo presente che i disability studies, per esempio, hanno creato uno spazio importante nell’accademia e nelle scuole, e vengono insegnati anche in Italia (speriamo che non se ne accorgano i censori della diversità). Secondo questo campo di studi interdisciplinare, è il contesto che disabilita. Cioè, se invece di una gradinata trovo una rampa, a me che cammino normalmente non cambia nulla ma il giorno che mi rompo una gamba e dovrò usare la sedia a rotelle o le stampelle mi accorgerò della differenza. È dunque fondamentale concentrarsi sugli aspetti sociali, culturali e politici (e anche architettonici) della questione piuttosto che sulle condizioni dei singoli individui. Solo così si potrà comprendere meglio l’esperienza della “disabilità” e contribuire a un miglioramento collettivo a livello sociale e relazionale.
A questo si collega un altro campo di studi molto interessante che va sotto il nome di universal design: si tratta della progettazione di edifici, prodotti o ambienti in modo tale che siano accessibili a tutte le persone, indipendentemente dall’età, da disabilità (permanente o temporanea) e da altri fattori. Chiamato anche, in italiano, “design per la diversità umana”, il termine fu introdotto nel 1985 dall’architetto americano Ronald L. Mace della North Carolina State University. Mace ebbe la grande intuizione di comprendere che piuttosto di realizzare oggetti ad hoc per persone con specifiche esigenze, sarebbe stato molto più logico (facile, semplice, economico, inclusivo) generare prodotti adatti alla più ampia gamma di utenti.
Nel 1997 l’universal design si è ulteriormente definito attraverso la formulazione dei 7 principi sviluppati dal Centre for Universal Design da tecnici e progettisti specializzati in materia.
I sette punti si pongono come orientamenti e suggerimenti a cui attenersi per realizzare una progettazione accessibile, uguale per tutti e sicura.
Equità – uso equo: utilizzabile da chiunque
Flessibilità – uso flessibile: si adatta a diverse abilità
Semplicità – uso semplice ed intuitivo: l’uso è facile da capire
Percettibilità: il trasmettere le effettive informazioni sensoriali
Tolleranza all’errore: minimizzare i rischi o azioni non volute
Contenimento dello sforzo fisico: utilizzo con minima fatica
Misure e spazi sufficienti: rendere lo spazio idoneo per l’accesso e l’uso
5 discriminated, discrimination, discriminatory = discriminato/a/i/e, discriminazione, discriminatorio/a/i/e
Negazionismo puro. Non usare questa parola è difficile, in un paese dove ce n’è tanta, e dove storicamente ce n’è stata tanta. Che fare? Ricorrere a sinonimi non è sempre possibile. Anche perché, consultando i vari dizionari, trovo termini come emarginazione, isolamento, segregazione, disparità, esclusione, e pregiudizio. Di questi, per DT, non possiamo usarne nessuno. Ergo, usiamoli tutti.
Che non significa discriminare, emarginare, isolare, segregare, fare differenze, escludere, esprimere pregiudizi. È proprio il contrario: significa studiare queste azioni, contestarle, denunciarle. Significa ricordarle. Significa dare dignità a chi le ha subite. Significa lottare perché appartengano al passato. Senza cancellarne la memoria, né le parole per poterle riconoscere.
Consiglio di lettura: Le parole della discriminazione. Sessismo, omofobia, razzismo, ‘childismo’, abilismo (a cura di Irene Biemmi, Alessandra Viviani), Siena University Press 2025.
6 discussion of federal policies = discussione sulle politiche federali
Questo mi fa quasi commuovere. Sembra la lettera a Babbo Natale di un bambino disagiato: vorrei che nessuno nella mia famiglia mi contestasse. Solo che qui, invece, abbiamo un presidente che non vuole che la sua politica venga messa in discussione. I Padri Fondatori, questo genere di persone, le chiamavano Despoti e Tiranni. La libertà d’espressione è una delle colonne più solide della tradizione culturale e politica americana, e questo punto la mette veramente a rischio. Come già si poteva evincere dai rapporti con i media, accusati di fake news quando non si allineavano al consenso fin dal primo mandato.
Non credo ci sia altro da dire, se non che questa moda sta arrivando anche in Italia, dove i ministri amano scandalizzarsi e lanciare querele a chi li insulta. Vogliamo proprio andare avanti così?
7 disparity = disparità
Disparità, che brutta parola. Significa ineguaglianza di diritti, di opportunità o di trattamento. Mi viene un’idea: vogliamo eliminarla davvero, questa?? E magari usare solo il suo contrario, cioè Parità (equality)? A me sta bene. Ooops scusate. A lui no (settembre, settimana 1, punto 8).
Il problema ha, come sempre, risvolti pratici. Facciamo l’esempio dei posti di lavoro: in Italia molte donne, a parità di incarico, guadagnano ancora meno degli uomini. Quindi, è una parola da usare, eccome.
8 diverse, d. background, d. communities, d. community, d. groups, d. group, diversified, diversify, d. and inclusion, d., equity, and inclusion, diversity/equity efforts, diversity in the workplace = diverso nel senso di variegato/a/i/e; vissuto v.; comunità v. (plur. e sing.); gruppi v.; diversificato/a/i/e; diversificare; d. e inclusione; d., e. e inclusione; sforzi per valorizzare la d./e.; diversità sul luogo di lavoro.
Oddio, ma è proprio un’ossessione. Mi pare che giriamo sempre intorno alle stesse cose. Diverso, vario, variegato, dà tutto un enorme fastidio, sembra che vada bene solo ciò che è unico, omologato, sempre uguale a se stesso, conforme, consensuale, uniforme. È bene ricordare che il termine diversity nacque nel lontano in 1978 per indicare il concetto di variazione-e-differenza, sia in natura, nella società o in altri contesti. Oggi è un termine molto ampio, che raggruppa una gamma di idee, dalla diversità biologica a quella sociale e culturale.
Pensiamoci un attimo: senza la biodiversità noi non ci saremmo nemmeno… e se sappiamo apprezzare tanto le piante (390.000 specie) e gli animali (1,4 milioni di razze), perché non apprezzare la diversità all’interno della specie umana?
Eppure, il progetto (negazionista e suprematista) anti-diversity è iniziato e sta andando forte. In questi giorni la Casa Bianca ha ordinato di ridisegnare i musei e le mostre della Smithsonian Institution, una delle organizzazioni museali cardine degli US, in modo da “assicurare l’allineamento con la direttiva presidenziale di celebrare l’eccezionalismo americano, rimuovere le narrazioni divisive o di parte, e restituire la fiducia ai valori culturali condivisi” (trad. mia).
La paura ossessiva della “diversità” come divisiva si riflette anche sul rapporto annuale sui diritti umani, che secondo la BBC è stato riscritto in modo da diminuire il numero e l’impatto degli abusi a livello globale, per esempio riguardo a Israele o El Salvador. Intere sezioni sono state eliminate, riducendo per esempio i casi di corruzione nel governo e la persecuzione di persone LGBTQ+. Il dipartimento di Stato ha spiegato che il documento è stato “ristrutturato per rimuovere le ridondanze e migliorare la leggibilità” (trad. mia). No comment.
Questo articolo fa parte della serie Vocabolario resistente.
La lettera D in icona è di www.tuttodisegni.com.
Vocabolario resistente, di Alessandra Calanchi
Ricordiamo bene la “neolingua” di 1984 (Orwell 1949) e anche i libri proibiti di Fahrenheit 451 (Bradbury 1953), ma ora la realtà ha superato la distopia più estrema. Mi riferisco naturalmente all’elenco di parole “non gradite” al regime dell’attuale presidente USA, un elenco grottesco e preoccupante che invece di suscitare ilarità e un TSO ha sollevato un po’ di indignazione per poi essere accettato dalle amministrazioni pubbliche, incapaci – salvo pochi casi – di disobbedire (un verbo caro a Thoreau, filosofo e scrittore americano che nell’800 finì in carcere per essersi rifiutato di pagare le tasse che avrebbero finanziato la guerra contro il Messico, autore della Disobbedienza civile, 1848). Così molte università hanno iniziato a cambiare nome a programmi di studio, svuotandoli dei contenuti sgraditi, e perfino la NASA ha scelto di cancellare i riferimenti alla “prima donna sulla Luna” o a “un nero nello Spazio”. La mia nuova rubrica si occuperà di commentare ogni singola parola invisa al regime Trump 2, e di raccomandarne l’uso, anche nel nostro Paese, invitando alla resistenza linguistica e culturale, una resistenza disarmata ma potente, efficace, e a costo zero.
Trovate la lista qui, ma è incompleta perché nuove parole vengono aggiunte. La lista è stata definita “chilling”, letteralmente: “agghiacciante”. Il fatto stesso che ci sia una lista lo è.
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