Vocabolario resistente: Lettera B

Nuova puntata del Vocabolario Resistente, di Alessandra Calanchi. Questa settimana tocca alla lettera B...

di Alessandra Calanchi - giovedì 7 agosto 2025 - 501 letture

1 barrier, barriers
2 belong
3 bias, biased, biases, biased toward, biases toward
4 bioenergy, biofuel, biogas, biomethane
5 biologically female, biologically male
6 bipoc, bisexual
7 black, black and latinx
8 breastfeed + people, b. + person


1, barrier, barriers = barriera, barriere

Curioso che un uomo ossessionato dai confini (il muro col Messico ne è un esempio evidente) non voglia sentir parlare di barriere; in realtà questa parola evoca sia limiti concreti sia confini psicologici o virtuali (di classe, età, genere, ecc.). L’idea di costruire un mondo senza barriere è certamente lontana dai progetti di DT, mentre esistono associazioni che hanno esattamente questa mission – es. A World Without Barriers (WWB), organizzazione indipendente, volontaria, no profit e non-governativa.

In Italia si sta facendo ancora, purtroppo, molto poco per l’eliminazione delle barriere architettoniche (gradinate, ambienti privi di ascensore, ecc.), indispensabile per venire incontro alle esigenze di tutti senza alcuna esclusione (persone con disabilità o ridotta mobilità anche temporanea, anziani, genitori con passeggini ecc.). Sul posto di lavoro andrebbero eliminate le barriere fisiche che impediscono l’accesso alle aziende e alle attività produttive. Tra i riferimenti normativi più importanti ricordiamo il Decreto Ministeriale n. 236 del 14 giugno 1989, che introduce alcuni princìpi fondamentali per l’abbattimento delle barriere architettoniche e il Testo Unico n. 81 del 9 aprile 2008 relativo alla sicurezza sui luoghi di lavoro. È bene dunque usare questa parola per ricordarci l’importanza che ha l’eliminazione delle barriere per la vita di tutti noi.

Altrettanto importante è usarla in un caso diverso ma ugualmente fondamentale nella nostra vita (lavorativa, di coppia, relazionale): quello in cui il termine barriere è usato per indicare quei costrutti mentali che impediscono di risolvere il problema in maniera corretta. Alcuni non impediscono di trovare una soluzione, ma di trovare quella più efficiente. I quattro più comuni sono le informazioni irrilevanti, la fissità funzionale, il mental set e i vincoli inutili.


2, belong = appartenere, appartenenza

Belong ha sì il significato che ha “appartenere” in italiano (es. questa casa appartiene a me) ma ha un altro significato molto più suggestivo, un significato che si collega all’identità e al sentirsi bene, a casa. I belong here significa “qui ci sto bene, mi sento a casa, sono a mio agio”. Al contrario, I don’t belong significa “non sto bene, mi sento a disagio, mi sento di troppo, estraneo, non gradito”. Il belonging è dunque l’appartenenza nel senso che io appartengo a un luogo, non il contrario. Belong significa anche far parte di un gruppo, di una comunità, di una minoranza. Difficile da tradurre in italiano con un’unica parola, diremo che belonging si riferisce al senso di appartenenza condiviso, dunque che è legato al senso di identità (di genere, classe, etnia, culturale, famigliare, ecc.). Si parla molto, oggi, di cittadinanza, e sarebbe bello – invece di vedere il termine come divisivo o potenzialmente pericoloso – che imparassimo a vedere i due concetti come qualcosa che fluisce l’uno nell’altro: sentirsi cittadini è un aspetto politico del belonging.


3, bias, biased, biases, biased toward, biases toward = pregiudizio/i, prevenuto/i, ecc.

La base di queste parole è bias, che significa pregiudizio, ed è un termine oggi molto usato anche in italiano. Indica una tendenza, un condizionamento, una distorsione, un’idea capace di influenzare le persone (o un processo o una scelta o un giudizio). Perché volerla eliminare? Perché eliminandola si elimina il sospetto che un’idea possa essere in realtà dovuta a un pregiudizio, e non a un’analisi verificata e data di un valore di per sé. Se io accuso una persona di essere sessista e questa mi si dice che io sono prevenuta, toglie forza alla mia accusa. Ma se elimino “le parole per dirlo”, finirà che non avrò più gli strumenti linguistici per dar voce ai miei dubbi e al mio pensiero critico.

Simili a bias sono le parole cliché e stereotipo, che sono appunto false idee o falsi concetti, generalizzazioni, assolutizzazioni. Gli effetti delle bias sono ben visibili in certi esperimenti spacciati per scientifici (= falsamente neutrali), in gran parte dei sondaggi, e anche in molti campi dove si usa l’intelligenza artificiale (che si nutre di dati non sempre verificati, o soggetti a interpretazioni personali di chi li ha immessi nel sistema).


4, bioenergy, biofuel, biogas, biomethane = bioenergia, biocarburante, biogas, biometano

Insomma, qui quella che fa paura è la parola bio, che significa vita, cioè quanto di più naturale ci possa essere. Tutto ciò che è biologico viene invocato da certe persone solo quando è in ballo la maternità surrogata, l’omogenitorialità, l’interruzione della gravidanza, mentre non piace quando diventa qualcosa di alternativo all’artificialità tossica a cui il capitalismo ci ha abituati (vedasi i cibi geneticamente modificati, il junk food, la frutta che sembra di plastica, i polli nutriti ad antibiotici). Combustibili biologici, bioenergia, biodegradabile sono parole insidiose, che fanno riflettere su quel prefisso, bio, che, invece di rassicurarci sulla provenienza di un prodotto o di un processo, ad alcuni fa paura: vedasi, ad esempio, la biodiversità, fondamentale per il benessere del pianeta ma pericolosamente vicina a quella diversity che tanto preoccupa l’establishment del MAGA. Sono forse a rischio anche i programmi di biologia, biochimica, bioingegneria, bioetica, bioeconomia e biotecnologia dalle università?


5, biologically female, biologically male = biologicamente femmina / maschio

Questo punto è già stato in parte trattato (agosto, settimana 1, punto 11; agosto, settimana 2, punto 4) in quanto racchiude in sé sia la determinazione genetica dell’identità sessuale, sia il prefisso bio. In questo caso il lungo avverbio biologicamente viene considerato superfluo e sviante, in quanto il sesso “accettabile” è solo quello assegnato alla nascita. Punto. Potremmo considerarlo cioè un pleonasmo (= espressione linguistica caratterizzata dalla presenza di una o più parole grammaticalmente o concettualmente non necessarie) e vale la pena soffermarci un attimo sul “non necessarie”. Certo, se si tratta di una congiunzione o di una ripetizione, siamo tutti d’accordo; ma qui si tratta di tagliare un’intera parola, e con lei un significato importante.

Dire “biologicamente maschio / femmina” significa relativizzare il concetto, significa cioè che ci sono altri modi di considerare la sessualità, oltre a quello biologico (psicologicamente, socialmente, culturalmente, ecc.) È un po’ l’operazione di sottrazione che ci mostra Orwell col suo newspeak, o neolingua, nel romanzo 1984. E non ci piace.


6, bipoc, bisexual = bipoc, bisessuale

Di nuovo la sessualità, e di nuovo un prefisso: stavolta è bi. Da cui gli innocui bicicletta, binario, binomio, bilateralismo, bipolare, ecc. BIPOC è un acronimo che sta per “Black, Indigenous, and People of Color”, ovvero “Neri, Indigeni e Persone di Colore” in italiano. Si tratta di un acronimo usato per raggruppare persone che non sono bianche (cioè di origine caucasica) e che sono state storicamente discriminate e marginalizzate a causa della loro presunta “razza” e origine etnica. La bisessualità invece è un orientamento sessuale in cui una persona prova attrazione emotiva, romantica e/o sessuale verso persone di entrambi i sessi o generi. 

Nel suo discorso inaugurale del 20 gennaio 2025, DT ha proclamato che il governo degli Stati Uniti riconoscerà soltanto due sessi, maschile e femminile, ponendo fine ai programmi DEI (diversity, inclusion, equity) all’interno delle agenzie federali in quanto “radicali e dispendiosi”. Per colmo di ironia, tale politica viene presentata come un modo per difendere le donne dall’estremismo dell’ideologia gender e ristabilire la “verità biologica”.

Ecco che spuntano i nemici assoluti di DT e dei suoi elettori: le persone che hanno un colore diverso della pelle e quelle che non hanno un’identità di genere convenzionale. Riuniti dal bi (che in realtà nell’acronimo sta per Black Indigenous, ma che evoca, foneticamente e non solo, il doppio, il due, la coppia, l’alterità), questi gruppi di persone spaventano l’establishment in quanto si discostano da quell’uno originale (maschio, bianco, europeo) di cui si nutre da secoli la cultura WASP in America (White Anglo-Saxon Protestant).


7, black, black and latinx = nero/a/i/e, latino/a/i/e

Black lo abbiamo appena visto; latinx è un neologismo che sta per “latino o latina”. Le origini di black risalgono all’Africa, dai cui territori migliaia di persone furono rapite, deportate e vendute come manodopera schiava durante il periodo coloniale prima e il cosiddetto illuminismo poi (dal 17° secolo fino al 1865, quando la schiavitù fu abolita con il 13° emendamento della Costituzione). Latinx si riferisce alle persone di origine latino-americana o sud-americana. La X è un espediente linguistico, ideato da chi sostiene l’inclusività linguistica, per rendere gender-neutral o non-binary le parole latino, latina, latinos e latinas, che vengono qui raggruppate. La permanenza dei suddetti termini spagnoli nella lingua inglese è dovuta al fatto che Latin esisteva già, in quanto indica il Latino (la lingua antica dei Romani); inoltre da tempo si parla di musica latina, con la a, e il ballo latino, con la o. Sebbene il neologismo sia stato proposto con le migliori intenzioni, gran parte dei/lle latinx non lo apprezzano (75%) in quanto lo considerano un’imposizione decisa dai parlanti di lingua inglese.

Ecco spiegato, almeno in parte, il mistero dei molti votanti latinx per DT? Chissà. Ma non è l’unica ragione. Come ci ricorda Slavoj Zizek, “gli immigrati, soprattutto dall’America Latina, sono in gran parte conservatori per inclinazione. Sono venuti negli Stati Uniti non per cambiarli, ma per avere successo nel sistema”. O, come ha detto meglio Todd McGowan, “Vogliono creare una vita migliore per sé e per la propria famiglia, non migliorare l’ordine sociale” (Trump e il fascismo liberale, Ponte alle Grazie 2025).


8, breastfeed + people, b. + person = allattare al seno

Qui cambiamo completamente campo di analisi. Come possa il Nostro discriminare una parola che indica l’azione storicamente più naturale, conservatrice, tradizionale, di tutte, e per di più una scelta che riguarda le donne (una categoria di cui evidentemente non fa parte, non essendosi mai dichiarato bisexual), mi sfugge completamente. Ma andiamo per gradi. Da anni le case farmaceutiche cercano di appropriarsi delle faccende che riguardano le donne, dall’aborto al parto all’allattamento ecc. Da anni l’ospedalizzazione si è posta come unico rimedio utile a salvaguardia della salute della donna in stato di gravidanza. E da anni, a seconda delle mode del tempo, si cerca di convincere le donne, alternativamente, A, a servirsi del latte in polvere, più igienico, più comodo, più inclusivo, oppure, B, ad allattare al seno a ogni costo, pena la frustrazione perpetua per non essere stata una buona madre.

In realtà, l’allattamento al seno (senza che diventi un’ossessione patologica) è il mezzo più efficace per la salute e la sopravvivenza del bambino. Oggi anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità lo raccomanda (forse per questo non piace a DT?) e forse anche per questo assistiamo sempre più a momenti di “intimità” fra madre e neonato/a che si fanno pubblici, ed è giusto che sia così, perché allattare al seno non è una vergogna, come non lo è estrarre un biberon dalla borsa. Ma qui emerge il lato peggiore della maschilità tossica, quella che vede nel seno femminile esposto solo un oggetto del desiderio, anzi peggio – un gesto esibizionista o di seduzione.

L’allattamento al seno fa bene al bambino, fa bene alla mamma, è economico, è etico, ma in determinati ambienti è un tabu. Prendiamone nota e sosteniamolo.


Questo articolo fa parte della serie Vocabolario resistente.


Vocabolario resistente, di Alessandra Calanchi

Ricordiamo bene la “neolingua” di 1984 (Orwell 1949) e anche i libri proibiti di Fahrenheit 451 (Bradbury 1953), ma ora la realtà ha superato la distopia più estrema. Mi riferisco naturalmente all’elenco di parole “non gradite” al regime dell’attuale presidente USA, un elenco grottesco e preoccupante che invece di suscitare ilarità e un TSO ha sollevato un po’ di indignazione per poi essere accettato dalle amministrazioni pubbliche, incapaci – salvo pochi casi – di disobbedire (un verbo caro a Thoreau, filosofo e scrittore americano che nell’800 finì in carcere per essersi rifiutato di pagare le tasse che avrebbero finanziato la guerra contro il Messico, autore della Disobbedienza civile, 1848). Così molte università hanno iniziato a cambiare nome a programmi di studio, svuotandoli dei contenuti sgraditi, e perfino la NASA ha scelto di cancellare i riferimenti alla “prima donna sulla Luna” o a “un nero nello Spazio”. La mia nuova rubrica si occuperà di commentare ogni singola parola invisa al regime Trump 2, e di raccomandarne l’uso, anche nel nostro Paese, invitando alla resistenza linguistica e culturale, una resistenza disarmata ma potente, efficace, e a costo zero.

Trovate la lista qui, ma è incompleta perché nuove parole vengono aggiunte. La lista è stata definita “chilling”, letteralmente: “agghiacciante”. Il fatto stesso che ci sia una lista lo è.



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