Vocabolario resistente: Lettera A
Da "aborto" a "avion fuel"... Tutte le parole che ci vogliono cancellare, distorcere, cambiare di segno...
1, abortion (aborto)
2, accessible, accessibility (accessibile, accessibilità)
3, activism, activists (attivismo, attivisti)
4, advocacy, advocate, advocates
5, affirmative action, affirmative action programs, affirming care
6, affrodable home, affordable housing
7, agricultural water, agrivoltaics, air pollution, alternative energy
8, all-inclusive
9, allyship
10, anti-racism, anti racist
11, asexual, assigned at birth, assigned female at birth, assigned male at birth
12, at risk
13, autism
14, aviation fuel
1, abortion = aborto
Raccapricciante che un presidente, un maschio bianco suprematista, si arroghi il diritto di mettere al bando la parola abortion. La legge federale USA lo consente dal 1973, ma nel 2022 ci fu un ribaltamento per cui la legislazione in merito passò ai singoli stati; nel 2024 sono stati fatti diversi referendum per ripristinare la condizione iniziale (Arizona, Colorado, Florida, Maryland, Missouri, Montana, Nebraska, Nevada, New York e South Dakota) e in alcuni casi il numero di settimane precedenti l’aborto è addirittura aumentato (es. Arizona e Colorado) mentre in altri stati (vedasi la Florida) l’aborto è illegale dopo la sesta settimana tranne casi specifici (stupro, rischio di gravi malformazioni).
Gli eventi si svolgono molto in fretta. Nel novembre 2024 in Missouri è stato approvato, mediante referendum, il diritto all’aborto fino alla vitalità del feto, cancellando il divieto “tranne in casi di emergenza medica”; ma il 30 maggio 2025 la Corte Suprema del Missouri ha reintrodotto le restrizioni sull’aborto, rendendo di fatto impossibile accedere all’interruzione volontaria della gravidanza in tutto lo stato. L’abortion ban ha impattato anche sulle cure mediche per le persone transgender. È un quadro preoccupante che si modifica di giorno in giorno.
E in Italia? La parola “aborto” è sicuramente una parola che a nessuno piace pronunciare. Inizio subito col dire che a nessuna donna piace abortire, che non è un metodo contraccettivo, e che il suo nome più corretto è “interruzione della gravidanza”. Detto questo, rientra fra i diritti delle donne, che hanno lungamente combattuto nell’epoca dei movimenti femministi (gli anni 70) proclamando slogan tipo “il corpo è mio e lo gestisco io”. Con buona pace del Movimento per la Vita, che sembra ricordarsi della Vita solo quando si parla di feti o di embrioni, salvo restare indifferente (se non mostrare aperta ostilità) alle migliaia di migranti che affogano in mare o alle vittime quotidiane di guerre disumane, va sottolineato che l’interruzione volontaria della gravidanza è stata legalizzata in Italia mediante un referendum nel 1978, ma esisteva già da tempo immemorabile, perché le donne (in tutto il mondo) hanno sempre subito stupri, violenze, gravidanze indesiderate, malattie, infermità legate alla maternità. Il fatto è che prima di questa legge potevano permetterselo solo le donne abbienti (che andavano all’estero, in lussuose cliniche private) mentre le donne con scarse risorse economiche dovevano arrangiarsi spesso rischiando la morte. Inoltre, le donne che sceglievano di abortire sono spesso state denigrate, colpevolizzate, e a volte si sono trovate davanti il muro dell’obiezione di coscienza che salvaguardava il diritto dei medici di non praticarlo.
Aborto, in sé, non è e non dovrebbe essere una parola divisiva. È una parola drammatica, che non va censurata ma pronunciata con rispetto. Ogni donna nel suo intimo conosce il proprio dramma personale, i motivi della propria scelta, e il diritto che la propria salute venga tutelata. Ogni invito a non pronunciare, a non scrivere questa parola significa per noi un invito a continuare a usarla e a trovarne altre, trovare sinonimi, perifrasi. Non significa cancellarla. Termination of pregnancy non figura nella lista nera, almeno per ora, ma comunque non dobbiamo credere che se il potere ci dice di non pronunciarla, quella parola non esiste.
2, accessible, accessibility = accessibile, accessibilità
Davvero curioso che ci si prenda il disturbo di censurare questa parola, apparentemente innocua, che indica l’accesso ovvero la possibilità di accedere a un luogo o a un’opportunità. Negli ultimi anni la parola (aggettivo e sostantivo) è venuta sempre più a connotarsi in senso inclusivo, indicando la progettazione e lo sviluppo di prodotti, servizi, ambienti utilizzabili da tutti, comprese le persone con disabilità. Al concetto di a. si collega il progetto di assicurare eguale accesso ed eguali opportunità a chiunque voglia entrare in un luogo o utilizzare uno strumento, indipendentemente dall’abilità individuale o dalle circostanze.
Ma a. può riferirsi anche alla desecretazione di documenti (che vengono resi, appunto, a.), al diritto allo studio per tutti (compresi coloro che non hanno il colore o la nazionalità “giusta”, per esempio), alla diffusione di informazioni utili per tutta la cittadinanza e non solo per alcuni strati sociali.
Secondo i disabilities studies, è importante distinguere tra ciò che rappresenta un problema e ciò che non lo sarebbe se venissero adottate politiche di a. Per esempio, non è la sedia a rotelle il problema: lo è un marciapiede alto, o un gradino.
L’a. è una pratica di equità e non c’è ragione per cui debba essere intesa come un fenomeno di “sinistra” o “pericoloso”: tutti possono rimanere invalidi e l’a. è semplicemente una pratica culturale per il benessere generale della cittadinanza, di qualsiasi sesso, religione, età, etnia o classe sociale. Cerchiamo quindi di usare il più spesso possibile questa parola e di favorirne la diffusione!
3, activism, activists = attivismo, attivisti
Una parola ancora più neutra: attivo esiste in grammatica (attivo vs passivo) ed è un pregio quando ci si riferisce a una persona. Attivismo e attivista, invece, si collegano all’ambito politico, o perlomeno all’ambito dei movimenti per i diritti civili, per la parità di genere, per il riconoscimento identitario, ecc. Quindi se siamo attivi va bene ma guai a essere attivisti. L’a. è un fomentatore, un dissidente, uno scapestrato, un ribelle, un rivoltoso, una testa calda. Un-American li chiamavano un tempo negli USA, quelli che svolgevano “attività” non meglio identificate contro la nazione. Sit-in, sciopero, volantinaggio, manifestazioni, cortei… un po’ come in Italia oggi, dove le leggi recenti hanno imbrigliato il diritto a esprimere il proprio pensiero e l’eventuale dissenso.
Non so quanti se ne siano resi veramente conto, che abbiamo evasori fiscali impuniti mentre i nostri figli che vanno a scuola rischiano di finire in prigione se vanno a manifestare in piazza.
Lo dice anche l’AI: L’attivismo è l’azione o la pratica di impegnarsi attivamente per un cambiamento sociale o politico, spesso attraverso la partecipazione a movimenti, campagne o proteste. Si tratta di un modo per esprimere il proprio dissenso o sostegno a determinate cause. Che c’è di male?
Cerchiamo quindi, in questa settimana, di contrastare questo divieto e di diventare tutti attivisti! Per la pace, per il lavoro, per una società più equa, per il clima, per una raccolta di firme in quartiere, per quello che riteniamo moralmente giusto o urgente, ma per amor di Dio, attiviamoci!
4, advocacy, advocate, advocates = patrocinio, appoggio, propugnazione; sostenitore/sostenitrice, difensore, avvocato, anche al femminile e al plurale.
Questa parola mi intriga particolarmente, perché deve proprio dare fastidio visto che è ripetuta in tre forme diverse. Come le precedenti viene dal latino; significa chiamare a sé (per difesa o per discutere una causa). In italiano abbiamo avvocato e il femminile avvocatessa, che finalmente sta lasciando il posto ad avvocata. La Madonna è nostra “avvocata” nella liturgia cattolica, quindi non è un neologismo come i conservatori più refrattari vogliono farci credere. Advocacy invece non esiste uguale in italiano, ma significa appoggio, sostegno, promozione di una causa, sensibilizzazione riguardo a una certa idea, problema o progetto.
Davvero vogliamo evitare di pronunciare queste parole, o peggio, di nascondere questo concetto? Sostenere una causa fa così paura all’establishment? Con quale parola (o concetto) dovremmo sostituire a.? Fare a. significa, per il dizionario, organizzare o partecipare a manifestazioni di piazza, incontri con esponenti politici e istituzionali, campagne di opinione sui mass media o sui social network, studi e ricerche divulgati mediante convegni e seminari, coalizioni, alleanze e reti con altri soggetti, ecc.
L’a. sociale è un’azione di impegno civico volta a promuovere cambiamenti sociali, difendere diritti e cause specifiche, e sensibilizzare/scuotere l’opinione pubblica. Si tratta di un processo che mira a influenzare decisioni politiche, comportamenti individuali e collettivi per migliorare le condizioni di vita di persone o gruppi (es. tutela degli animali, diritti dei minori, ecc.) Perché non dovremmo usare questa espressione? Cerchiamo, al contrario, in questa settimana, di essere “advocate” di qualcuno/a o qualcosa, e di farlo sapere!
5, affirmative action, affirmative action programs, affirming care = azione assertiva (affermativa, positiva), programmi di azione a., cura (attenzione, solidarietà, presa in carico) a.
Ho raggruppato queste parole perché si rifanno a due concetti comuni: l’atto di affermare, sostenere, asserire e la scelta di agire, progettare, prendersi cura. Il problema sta nel cosa si vuole affermare, e di chi e cosa ci si vuol prendere cura. L’assertività, quando non è congeniale al potere, è pericolosa. E la cura è una parola insidiosa, perché prendersi cura implica necessariamente categorie protette, minori, disabili, gruppi di minoranza, malati, anziani, persone discriminate sessualmente o politicamente, ecc. Per fare un esempio, con gender-affirming care si intende un approccio medico incentrato sul/la paziente, che presuppone e afferma l’identità di genere attraverso una serie di supporti e interventi medici, psicologici e sociali specifici. Gli a. action programs sono invece quei programmi finalizzati a promuovere eguali opportunità per i gruppi sottorappresentati nel campo del lavoro e dell’istruzione, e spesso affrontano e problematizzano la discriminazione che si è verificata a livello storico e garantiscono la molteplicità di punti di vista.
In Italia rischiamo di non esserci nemmeno accorti che esistevano. Non facciamoceli cancellare ancor prima di metterli in pratica!
6, affordable home, affordable housing = abitazione, alloggio economica/o, abbordabile
To afford significa “potersi permettere”; home e house significano “casa”. Il problema dell’alloggio è molto diffuso in USA e anche in Italia scarseggiano gli alloggi popolari mentre abbonda la cementificazione scriteriata per costruire residenze di lusso o comunque non accessibili ai più. Per non parlare del problema degli studenti, che nel nostro Paese non trovano appartamenti in affitto neanche a pagarli oro, non solo a Milano ma anche in altre città. Per effetto domino, molti studenti lasciano gli studi o restano a casa con mamma o papà e si iscrivono ai corsi delle università private online. Poi, i migliori se ne vanno all’estero (sempre che non siano emigrati prima, per esempio verso quei paesi dove l’università non si paga, come la Danimarca).
Ma anche le persone non più giovani, magari single, e con un lavoro precario, non trovano casa. Nessuno più si fida ad affittare, e le cooperative sociali sono una reliquia di tempi passati. Così, il capitale continua ad ammassarsi da una parte, e dall’altra la gente sta per strada.
Cerchiamo di recuperare il senso di quell’affordable, di quel diritto non dico alla felicità, ma a un tetto?
7, agricultural water, agrivoltaics, air pollution, alternative energy = acqua usata in agricoltura, agrivoltaico, inquinamento atmosferico, energia alternativa
Il nostro Paese è (o è stato) di tradizione rurale e quindi conosciamo bene il valore dell’acqua, che serve non solo per bere o lavarsi ma anche per irrigare i campi, lavare il raccolto, ecc. Meno noto ma comunque diffuso è il cosiddetto “agrivoltaico”, un sistema che permettere di usare i pannelli solari sui campi coltivati, senza spreco né di terreno né di energia. Di inquinamento atmosferico siamo esperti, di energie alternative un po’ meno, anche se usiamo (spesso a sproposito o con diffidenza) il termine green economy.
Tutte queste parole possono essere ricondotte alla cura per l’ambiente, al progetto ecologico e sociale di limitare i danni che l’antropocene (o meglio il capitalocene) ha fatto sul nostro pianeta. Essendo però noi i responsabili, fatichiamo ad autocensurarci e continuiamo a evitare il problema.
Le parole sono importanti: usiamole, gridiamole, perché ci ricordano che il problema esiste e sta a noi cercare di risolverlo, per il bene delle prossime generazioni.
8, all-inclusive
Questa è un’espressione che mi ha fatto tornare il sorriso. Possibile che l’aggettivo inclusive faccia così paura da volerlo bandire anche dall’innocuo slogan di molti ristoranti, pizzerie, resort, viaggi organizzati? Perché di questo si tratta, di un “pacchetto” turistico. La traduzione italiana è “tutto compreso”, cioè al netto di iva, tasse di soggiorno, bevande comprese, ecc.
Vogliamo imparare a dirlo d’ora in poi tutte/i in inglese, in barba al Censore?
9, allyship
E qui torno seria. Perché questa parola non esiste in italiano, o meglio, esiste, ma significa “alleanza”. Invece in inglese è diventata nel tempo un’altra cosa. Si riferisce cioè oggi all’impegno attivo di una persona o di un gruppo a sostenere un’altra persona o gruppo che subisce emarginazione o discriminazione. In ambito aziendale indica un impegno per l’inclusione.
Implica un atteggiamento di consapevolezza dei propri privilegi e la volontà di denunciare e smantellare sistemi di oppressione dando spazio alla voce di chi è ai margini.
Capisco che integrare nel termine italiano questi nuovi significati non sia facile; peraltro il termine Alleanza è già usata in ambito assicurativo, cooperativo e partitico. Propongo quindi di implementare l’utilizzo di allyship nel nostro lessico, come abbiamo fatto per tanti termini stranieri come garage, phon, bench-marking, meeting, ecc.
Già ora l’allyship sul luogo di lavoro si riferisce alla pratica di sostenere attivamente e solidalmente i colleghi e le colleghe che potrebbero appartenere a gruppi emarginati o che subiscono discriminazione. Non sono molti i contesti in cui le politiche di Diversity Management e di inclusione sono obiettivi chiave per promuovere un ambiente di lavoro equo e rispettoso: impegniamoci perché si diffondano a macchia d’olio!
E usiamo questo termine anche nelle nostre conversazioni. Fa bene alla coppia, alla famiglia, alle amicizie, sul treno e in aereo, in spiaggia e in montagna. Due volte al giorno, prima o dopo i pasti. Nessuna controindicazione.
10, anti-racism, anti racist = antirazzismo, antirazzista
Qui il terreno si fa sdrucciolevole. Conosciamo bene la polemica di questi ultimi due anni sul termine ANTI, per cui partirò da quella. In Italia, un paese razzista come scrive Anna Curcio (2024), noi abbiamo un problema analogo. L’antifascismo. Ora, forse non occorre rammentare che il fascismo è un reato. Partiremo dunque da quell’anti- che ha lungamente imperversato nei talk show, quando qualcuna/o chiedeva all’ospite di turno: ma lei si definirebbe antifascista? In molti casi la risposta era evidente (sì, certo, ci mancherebbe, ovviamente, ecc.), ma in altri casi si assisteva a un balletto penoso in cui l’acrobata di turno dopo una serie di esitazioni rocambolesche rispondeva con una domanda (lei si definirebbe anticomunista?) o non si pronunciava affatto. Tanto che qualcuno si è appellato al fatto che sul prefisso “anti” non si può costruire un valore, una dichiarazione subito smentita dalla maggioranza indignata del popolo nato dalla Resistenza.
Dunque: ANTI è un valore?
Il dibattito – torniamo agli USA e spostiamoci dal gossip mediatico all’ambito accademico – riguarda la persistenza di termini secondari che si sperava si esaurissero con la fine del termine primario. Nel nostro caso, “razza”. Che le razze non esistano è un dato biologico, riconosciuto dalla comunità scientifica dall’avvento della genetica moderna. Eppure, il razzismo continua. Ecco che finché continua il razzismo continuerà l’antirazzismo. Piuttosto semplice, no?
Eppure, all’attuale presidente USA il termine anti non piace, almeno in questo caso specifico: si immagina che cancellando il prefisso, cancellerà chi non è razzista.
Perché è evidente che il problema è questo, altrimenti avrebbe messo al bando anche la parola “antibiotico”.
Potremmo allenarci a fare lo stesso con i partiti che non ci piacciono. Ma io vi invito invece a dare forza ai prefissi quando hanno un significato storico, politico, sociale, etnico, di genere.
11, asexual, assigned at birth, assigned female at birth, assigned male at birth = asessuale, (sesso) assegnato alla nascita, dichiarata femmina alla nascita, dichiarato maschio alla nascita
Ed eccoci su un terreno ancora più scivoloso: quello delle identità di genere non convenzionali o non binarie. Per un approfondimento esaustivo del tema rimando al Vocabolario degli Studi di Genere a cura di Paolo Nitti (Franco Cesati Editore 2025), a cui ho avuto l’onore di collaborare.
Noterete che manca aromantic, ma probabilmente è stato aggiunto in seguito. O forse chi non crede nell’amore romantico non fa paura, chi non ha interessi sessuali sì.
Nel nostro Paese, Elena Cristina Belotti scrisse il seminale Dalla parte delle bambine nel lontano 1973, che ora ci sembra un paradiso ideologico rispetto alla situazione di oggi. Vedo ancora bambine con le bambole e i carrelli della spesa in miniatura e maschietti con supereroi e piccoli carri armati. Eppure, ci eravamo impegnate, ci avevamo creduto. I collettivi femministi, i consultori familiari… Tutto al vento.
So che su questo punto farete un po’ più di fatica, perché il nostro Paese è così indietro che non è riuscito nemmeno ad approvare il decreto Zan sull’omofobia. Se non abbiamo accettato la parità allora, figurarsi oggi, che emergono sempre nuove identità di genere. I gay pride sembrano a molti dei carnevali, ma sono avamposti di civiltà.
Quindi: se un figlio o una figlia vi dice che si trova a disagio nell’identità assegnata alla nascita, ascoltatelo/a. Prima regola: l’ascolto. E se un amico o un’amica vi dice che non ha interessi sessuali, non offendetevi. Seconda regola: il rispetto.
12, at risk = a rischio / in pericolo
Un po’ di relax, finalmente. Sì, perché qui c’è proprio da sorridere. Di amarezza, però. Perché tutto, ma proprio tutto, è o può essere a rischio/ in pericolo, nella vita.
La salute. Un affare. Una gravidanza. Un lavoro. Un esame all’università. Eccetera.
Volete saperne di più. Interrogo l’Intelligenza Artificiale.
La pace è a rischio. La vita sul pianeta è a rischio. 23 milioni di persone in Africa rischiano di morire di fame. 25 milioni di posti di lavoro sono a rischio. Milioni di persone vivono in aree a rischio di terremoti o inondazioni. La nostra libertà di parola è in pericolo se non la proteggiamo. Un film del 2010 si intitola At Risk.
Come si può censurare queste due piccole paroline? Come si possono cancellare dal discorso pubblico? Basteranno le perifrasi, le fake news, le omissioni, i sinonimi?
Proviamo a pensarci. Esercitiamoci e, senza diventare catastrofisti radicali, a usarle (senza abusarne): a rischio, in pericolo.
13, autism
Oddio, qua mi devo prendere una pausa. Ho dovuto leggerla più volte, questa parola, perché non credevo ai miei occhi.
Che ha a che fare l’autismo con la politica scellerata del Censore?
Mi permetto di rifarmi a Wikipedia in quanto è lo strumento di consultazione più consultato in assoluto e di certo non “di parte”, e nemmeno troppo scientifico da non essere compreso da tutti (me compresa).
Autismo (dal greco antico αὐτός?, autós, sé stesso): è un insieme di sindromi a esordio precoce, che presentano una compromissione dell’interazione sociale. I sintomi riguardano più specificamente una riduzione della comunicazione verbale e non verbale, una ristrettezza d’interessi e comportamenti ripetitivi. La definizione di autismo è cambiata nel tempo ed è tuttora soggetta a discussione. […] Dal 2013, con la pubblicazione della classificazione DSM-5 dell’APA, è stata introdotta la classificazione Disturbi dello spettro autistico, che comprende tutti i tipi di autismo e la Sindrome di Asperger. […]
Leggiamo meglio nel portale autismo.it
L’autismo, o meglio chiamato “disturbi dello spettro autistico”, è un disturbo del neuro-sviluppo che coinvolge principalmente linguaggio e comunicazione, interazione sociale, interessi ristretti, stereotipati e comportamenti ripetitivi. […] Dal 1943 è usato come termine diagnostico.
Ma come si permette un presidente di cancellare un termine diagnostico? Mi è venuto perfino il dubbio che si senta a disagio per l’omonimia del primo caso ufficiale di autismo, riportato in italiano nel portale di cui sopra:
La diagnosi di autismo fu usata con undici pazienti che il dottor Kanner stava studiando in quel periodo, ma la vera storia dell’autismo iniziò con un paziente in particolare: Donald Triplett. Donald Triplett è stata la prima persona a cui è stato diagnosticato l’autismo.
Donald era nato nel 1933 da una famiglia di Forest, Mississippi. La sua famiglia era ben conosciuta e rispettata nella loro piccola comunità. Prima della diagnosi di autismo, Donald era stato ricoverato in un istituto e questo era tipico dei bambini a cui era stato diagnosticato un disturbo mentale in quel periodo. […] Egli descriveva questa osservazione come “disturbi autistici da contatto affettivo”. Il dottor Kanner ha presentato le sue scoperte sull’autismo nel The Nervous Child. Ha fornito i dettagli dei modelli comportamentali e le osservazioni che erano coerenti negli undici pazienti che ha studiato. […]
Personalmente non ho spiegazioni razionali. Magari il fatto che finisce in ism lo ha sviato. Magari vuole togliere fondi alle istituzioni che fanno ricerca sull’autismo. Magari non gli piace il suono.
Ma come faranno gli ospedali, i centri di ricerca, gli psicologi, ad accettare questo divieto?
Il mio rispetto e la mia stima per chiunque abbia avuto una diagnosi di autismo, e per chiunque continuerà a redigerla.
14, aviation fuel
Concludo la lettera “a” con un’espressione che non conoscevo, e che tuttora comprendo a malapena. Si tratta, leggo, di un combustibile (in particolare il Jet-A) dotato di più alta carica energetica rispetto alla normale benzina. Ne esiste una variante detta sustainable aviation fuel, che di fatto è un combustibile alternativo di origine non petrolifera che riduce l’emissione dovuta al trasporto aereo. Pare sia progettato per far fronte agli standard di sicurezza e performatività, assicurando che il velivolo possa funzionare in maniera efficiente e affidabile in diverse condizioni atmosferiche.
Ho fatto ricerche e ho scoperto che la proposta di legge (ridicolmente) nota come “One Big Beautiful Bill” firmata da Trump ha ridisegnato il panorama dei carburanti sostenibili per l’aviazione (SAF) negli Stati Uniti, incidendo in particolare sul credito per la produzione di carburante pulito della Sezione 45Z. Se da un lato sono stati invertiti alcuni aspetti delle politiche net-zero dell’amministrazione Biden, che hanno portato un produttore di SAF a trasferire un impianto nel Regno Unito, dall’altro l’amministrazione Trump ha approvato prestiti per le raffinerie di SAF e ha mantenuto la Grande Sfida del SAF. Se la proposta diventerà legge, sarà potenziata l’industria di estrazione di combustibile.
Due parole sull’espressione net zero (“zero netto”), colpevolmente poco nota da noi. Come spiega. Sam Corish, specialista della ricerca sulla transizione energetica (12 marzo 2025),
Nella corsa alla stabilizzazione del clima, lo zero netto è il traguardo. La rapidità con cui ci arriviamo determina la temperatura che raggiungeremo, e più bassa è, meglio è. Ma non si può sfuggire alla corsa se vogliamo un futuro sostenibile, abitabile e investibile. Lo zero netto non è negoziabile.
Per tornare agli USA, la lobby agricola statunitense promuove da tempo l’etanolo per le automobili. Visto che il “Big Beautiful Bill” del Presidente Trump è diventato legge (4 luglio), l’industria riceverà crediti d’imposta per la produzione di carburante a base di colture anche per gli aerei, nonostante le prove che questo provocherebbe la deforestazione e l’aumento delle emissioni.
Questo spiega perché il presidente inviti a non usare l’espressione aviation fuel? La sua è un’operazione, in questo caso, di cancellazione della memoria. Se non se ne sentirà più parlare, la legge passerà, altre leggi passeranno, e tutti vivranno infelici e contenti.
Concludo la riflessione di questa prima settimana d’agosto con un riferimento di tipo neurocognitivo. Esiste un acronimo che forse non tutti conoscono: PNL, ovvero programmazione neurolinguistica. In parole povere, esiste un meccanismo detto anche “profezia autoavverante” secondo cui a forza di dire una parola relativa a un atto, la cosa temuta accade. L’esempio tipico è la figura adulta/genitoriale che ripete al bambino o alla bambina: “Non correre, che poi cadi!” oppure “Se cammini veloce ti investiranno”, “Prima o poi ti sporchi”, ecc.
Togliere le parole, censurarle, è l’esatto opposto. Si toglie loro forza. Per questo c’è chi evita di nominare i propri rivali, o di ripetere parole che evocano la guerra o altre calamità. In parte è superstizione, scaramanzia, ma si è visto che il cervello elabora reazioni specifiche a parole specifiche in determinati contesti.
Impariamo dunque a usare bene le parole e, quando ci vietano di usarle, a chiederci se volgiamo veramente obbedire, o farne uno strumento di resistenza.
Questo articolo fa parte della serie Vocabolario resistente.
Vocabolario resistente, di Alessandra Calanchi
Ricordiamo bene la “neolingua” di 1984 (Orwell 1949) e anche i libri proibiti di Fahrenheit 451 (Bradbury 1953), ma ora la realtà ha superato la distopia più estrema. Mi riferisco naturalmente all’elenco di parole “non gradite” al regime dell’attuale presidente USA, un elenco grottesco e preoccupante che invece di suscitare ilarità e un TSO ha sollevato un po’ di indignazione per poi essere accettato dalle amministrazioni pubbliche, incapaci – salvo pochi casi – di disobbedire (un verbo caro a Thoreau, filosofo e scrittore americano che nell’800 finì in carcere per essersi rifiutato di pagare le tasse che avrebbero finanziato la guerra contro il Messico, autore della Disobbedienza civile, 1848). Così molte università hanno iniziato a cambiare nome a programmi di studio, svuotandoli dei contenuti sgraditi, e perfino la NASA ha scelto di cancellare i riferimenti alla “prima donna sulla Luna” o a “un nero nello Spazio”. La mia nuova rubrica si occuperà di commentare ogni singola parola invisa al regime Trump 2, e di raccomandarne l’uso, anche nel nostro Paese, invitando alla resistenza linguistica e culturale, una resistenza disarmata ma potente, efficace, e a costo zero.
Trovate la lista qui, ma è incompleta perché nuove parole vengono aggiunte. La lista è stata definita “chilling”, letteralmente: “agghiacciante”. Il fatto stesso che ci sia una lista lo è.
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