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Vita d’artista, di Carlo Cassola

"Verrasto da ragazzo aveva visitato una miniera. Prima di andarci credeva che il minerale fosse estratto allo stato puro. S’era sorpreso che fosse in piccole quantità: tanto che fuori della miniera c’era una complessa attrezzatura per liberarlo dalla roccia...
di Pina La Villa - venerdì 9 settembre 2005 - 3509 letture

"Verrasto da ragazzo aveva visitato una miniera. Prima di andarci credeva che il minerale fosse estratto allo stato puro. S’era sorpreso che fosse in piccole quantità: tanto che fuori della miniera c’era una complessa attrezzatura per liberarlo dalla roccia. Era stato un pezzo a guardare i carrelli pieni che uscivano dal pozzo: in mezzo a tutto quel fango si vedevano luccicare i frammenti di minerale...La poesia era qualcosa di simile. Era assurdo in partenza volerla separare dalla non-poesia. Bisognava che ci fosse anche questa, bisognava anzi che prevalesse. In mezzo a tanto materiale estratto la poesia avrebbe mandato i suoi luccichii. Quel che valeva per la poesia valeva a maggior ragione per l’arte. La scultura prima di tutto è un mestiere. Uno deve sforzarsi di esercitarlo onestamente. Solo in qualche raro momento può sperare nel lampo di genio che trasforma un prodotto artigianale in un’opera d’arte. Il lampo di genio premia gli onesti, i laboriosi. I dissipati, quelli che attendono di essere visitati dalla grazia, non combinano niente. Occorre lavorare tutti i giorni per parecchie ore; non starsene lì ad aspettare il momento dell’ispirazione. L’ispirazione viene quando si lavora, non quando si ozia".

(Da "Vita d’artista" di Carlo Cassola, Rizzoli, 1980)

"Vita d’artista" di Carlo Cassola, Rizzoli, 1980. Un libro-sorpresa. Di Cassola ho letto durante l’adolescenza sicuramente "La ragazza di Bube" e forse "Il taglio del bosco" o altro. Mi è rimasto in mente solo "La ragazza di Bube". E ora questo libro, si potrebbe definire minimalista, ma è meglio dire più semplicemente senza pretese. Nel risvolto di copertina si dice che affronta il tema del rapporto fra arte e politica, o meglio fra verità e bellezza. Forse. Ma non è importante. La cosa riuscita è la creazione di personaggi ben scolpiti ( e l’esempio della scultura rimanda al protagonista, uno scultore in cui si adombrerebbe Guttuso), e la restituzione, amabile, affascinante, di un’epoca e di un ambiente. Gli anni trenta soprattutto, ma anche il dopoguerra. Via Margutta, le trattorie, la stazione come luogo in cui studiare le persone "vere". Il fascismo e l’antifascismo, ma sullo sfondo, leggeri. Soprattutto riflessione sull’arte attraverso la vita, i gusti, i tic, i dilemmi del protagonista, dapprima in dubbio tra la sua formazione monumentale ottocentesca e la dissoluzione espressionistica dell’arte a cui il novecento aveva dato luogo, poi in dubbio tra la lezione "moderna" del novecento e i gusti del pubblico a cui si rivolgeva come artista ufficiale del PCI del dopoguerra, alle prese con un amico stalinista al cui confronto la personalità di Togliatti appare straordinariamente sensata e simpatica. Narciso come tutti gli artisti, ma vitale come spesso non appaiono nella vulgata, Leone Verrasto vive per la sua arte, che è quella che gli consente anche di apprezzare meglio le donne, il vino, il cibo, la buona compagnia. Grande e ingenuo il tentativo di un arte che fosse compresa dalla classe che ammirava, perfetta la scena in cui gli commissionano una scultura per celebrare i partigiani: pensa un attimo ai critici che la vedranno uguale ai monumenti ai caduti, ma pensa che nel suo immaginario il partigiano ha lo stesso volto che ha in quello di chi gli ha commissionato l’opera e, soprattutto sono loro - gli ex partigiani - che gliel’hanno commissionata, non i critici.


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