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Virgilia D’Andrea poetessa e anarchica e noi

Non si è vinti se si spera e lotta, si è sconfitti se ci si adatta come acqua alla forma policefala del male totalitario del nostro tempo.

di Salvatore A. Bravo - domenica 19 aprile 2026 - 335 letture

IL RITORNO DELL’ESULE

A Errico Malatesta

Egli ritorna. Da la nave bianca
Guarda le azzurre austerità profonde...
Attorno attorno una dolcezza stanca
Scende dall’alto e perdesi nell’onde.
Egli ritorna. Fulge da lontano
Di pensiero solenne un arco d’oro,
E nel silenzio appassionato e arcano
Vibrano note d’un ribelle coro.
E le pupille placide e severe
Ripensano quel sogno di passione,
Amore immenso de le notti austere.
Palpitanti di febbre e di tensione,
Di voli arditi, di sussulti audaci,
Di speranze e di magico avvenire,
Di strette intense e vincoli tenaci
E attesa folle e inutile soffrire!
O sofferenti, o miseri, o dispersi,
O schiavi proni, impalliditi e affranti,
Sotto l’azzurro dei bei cieli tersi,
Oggi librate prorompenti canti.
A le salde promesse aprite il core,
Agli erti voli la pulsante mente,
E del pensiero alle fulgenti aurore
Aprite il varco, vindice e possente.
E in piedi, avvinti e liberi, cantate
L’inno d’un vasto e rinnovato mondo...
Mentre si squarcia il sogno rigiurate,
A questa fede, un palpito profondo.
Mentre la nave in faccia all’infinito
Ride a un’intensa azzurrità di gloria,
Fate d’acciaro il core e di granito
Per l’urto immane della «rossa» storia.

Bologna, Dicembre 1919.

La poesia tratta dalla raccolta, Tormento del 1922, di Virgilia D’ Andrea, poetessa e anarchica italiana è dedicata a Enrico Malatesta non è solo ammirazione per l’uomo e l’anarchico saldo nei suoi ideali fino alla fine e indomito nella speranza, sempre, ma essa è rivolta ai popoli e agli oppressi.

Virgilia d’Andrea sembra parlarci ancora. Le sue parole sfidano il tempo e giungono a noi. I popoli che hanno smesso di pensare e immaginare “un futuro diverso” affondano nella disperazione e conducono se stessi nell’abisso. Solo la speranza pone in essere un processo radicale di sconfinamento verso il futuro. La speranza è prassi, è coraggio di oltrepassare la linea dell’utile per vivere nel presente il tormento dell’idealità.

Tutto questo è incarnato da Enrico Malatesta. Non siamo chiamati ad essere “eroici”, Virgilia d’Andrea e Enrico Malatesta lo furono, ma all’impegno che già sospende il nostro tempo genocidario per rendere reale nel tempo storico la nostra umanità.

Virgilia D’Andrea e Enrico Malatesta furono comunisti e anarchici nel tempo del totalitarismo autoritario. Il nostro orizzonte è ben più bieco e inquieto. Siamo in un totalitarismo implicito e ingannevole, che mentre elargisce “diritti individuali da comprare sul mercato delle opportunità” procede ad eliminare i popoli che confliggono con gli interessi delle oligarchie occidentali. Ciò che manca agli occidentali è la speranza verso un futuro umano per tutti e il senso dello scandalo verso l’umanità offesa.

La poetessa sentiva e ascoltava nella sua carne il male che offendeva ogni uomo e ogni donna e lo trasformò in progetto politico e letterario. Non una letteratura da banco di libreria da vendere o da usare come titolo per opportunistiche carriere, come i nostri accademici fanno in modo ordinario e abituale, ma impegno letterario il cui fine è l’impronta che resti nel cuore dell’umanità per l’umanizzazione di tutti. Gli infelici sono la storia e fanno la storia, ne sono il sale e il senso. Il tormento non è solo dolore, ma è humus che apre alla vita, a noi tutti la partecipazione a tale processo di rigenerazione con la nostra storia e con la nostra storia. Nessun tormento è inutile, se consente di sporgersi verso il futuro; nessun tormento è irrazionale, se pensa la storia, la ascolta e la vive dolorosamente per ritrovare i “ponti che conducono verso un altro tempo”.

Nel nostro manca il coraggio dell’impegno che si nutre alla fonte del “tormento”. Nessuna notte è per sempre, donne come Virgilia d’Andrea e uomini come Enrico Malatesta restano e ci indicano che solo l’impegno libero dai narcisismi e dal conteggio di titoli può riaprire il futuro.

Non si è vinti se si spera e lotta, si è sconfitti se ci si adatta come acqua alla forma policefala del male totalitario del nostro tempo. Non sono vinta di Virgilia d’Andrea è poesia della raccolta Tormento che ci insegna il valore della lotta e dell’urlo dei combattenti indefessi che avanzano nella storia malgrado sconfitte, arretramenti e tradimenti:

NON SONO VINTA!

No, non son vinta. Vibra, in me, più forte,
L’ardente fede ne l’angusta cella,
E frange i ferri e batte le ritorte,
L’onda del sogno, che il mio cor flagella.
No, non son morta. Ma più puri e alati
Getta la penna, nei tumulti, i versi,
Ed essi vanno, azzurri e fascinati,
Verso il nitore di bei cieli tersi.
Quando da sola l’anima cammina,
E insidie e frodi il mondo le congiura
E nel fosco de l’ombra essa indovina
Che v’è l’agguato bieco o la sventura,
E passa e lotta e resistente avanza,
Senza sgomento, verso l’alte cime
Ed aspra più diventa la distanza
E più le sembra il sogno suo sublime;
Quando... pur triste... e fragile parvenza
Inchioda, il mondo, ad ascoltar la voce,
Che dalla cupa e turbinosa essenza
Urla il martirio de la ingiusta croce,
Allor s’è fatto di granito il core.
E non cede, non muta e non dispera:
Canto è di sogno che, giammai, non muore...
… Fonte ingemmata di bellezza vera.
Oh! ben lo so... che se cantato avessi
Le vostre glorie e le dorate sale...
Se nel tumulto de la vita avessi
Anch’io venduto o spento l’ideale,
Certo mi avreste aperto intero il mondo,
Rose m’avreste sparse sul cammino,
Rete di sogno mèmore e profondo...
Forse... l’alloro... in fondo al mio destino.
Ma ho cantato di cenci... e ho calpestato
Tenero, il fior, de le languenti dame;
Ma ho scoperto i solai... e ho profanato
L’aria col tanfo de l’occulta fame.
Ma ho cantato di stanchi e di perduti,
Di desolati nei singhiozzi proni,
Ho pianto sopra i morti ed i caduti,
E merito la gogna... e le prigioni.
Stringete, dunque, ancor... ferri e catene!
Le azzurre strofe mie battono l’ala
Verso le lotte de le grandi arene...
Le raccoglie la teppa e le immortala.

Carceri di Milano, 28 Ottobre 1920.


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