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Videopoker e schedine, malattia sociale?

Ognuno è libero di ammalarsi come vuole e di cosa vuole, il nostro sarebbe un sistema prosciolto da vincoli; allo Stato solo il compito di limitare gli eccessi?

di Armando Lostaglio - martedì 6 marzo 2012 - 2430 letture

Ci si scandalizza se una modesta impiegata delle poste froda i propri clienti dell’ufficio e fugge con centinaia di migliaia di euro per andare a giocarseli nei casinò. L’hanno di recente beccata in Svizzera (e dove altrimenti), luogo deputato da sempre quale custode di casse legali del Capitale mondiale. Ma non ci scandalizziamo alla notizia che 800mila persone sono dipendenti di macchinette mangiasoldi, di sale Bingo, lotterie e videopoker, diffuse ovunque.

Dati recenti sparano cifre impressionanti: a fronte dei gioco-dipendenti (proprio come una droga) sono a rischio ben 2 milioni di persone. Numeri alla mano, con le dovute proporzioni, in una regione piccola come la Basilicata, ad esempio, sarebbero circa diecimila le persone coinvolte, ma forse il dato pecca per difetto, se è vero che in ogni bar ci sono macchine infernali che divorano e tintinnano di spiccioli in ogni istante. Nel 2011 lo Stato ha incassato 76 miliardi di euro, altro che finanziaria, con un utile di 18 miliardi ed un gettito fiscale di 9.

Numeri da capogiro, che “giustificano” l’accanimento pubblicitario nelle tv generaliste e non solo, con il ritornello di un Italiano (vecchio successo di Toto Cutugno), mutuato nel “lasciateci sognare con la schedina in mano…” Solo che alla fine, per togliersi ogni scrupolo, si “consiglia” di giocare con prudenza, senza esagerare. Ma come, incitano al gioco e poi, con un sussulto di buona coscienza, frenano gli istinti all’arricchimento facile? Sono consapevoli che schedine, lotterie e videogiochi rappresentano la nuova frontiera della disperazione, in un’epoca la cui crisi è sventolata ad ogni ora.

Sono consapevoli i gestori delle bische che si alimenta quella “tossicomania da fortuna” (come definiva l’azzardo un anarchico gallese, Llawgoch). E’ di certo consapevole il potere di Stato che si tratti di una malattia, come lo sono tabagismo e alcolismo, ma nel nostro caso è “utile” a risollevare le sorti di un Paese in crisi. Per questo ce la cantano sulle note dell’Italiano, ce la rendono dolce quella malattia, tanto non ha ammazzato nessuno, come la coca, illegale. Ma nello stadio successivo c’è l’eroina.

Ognuno è libero di ammalarsi come vuole e di cosa vuole, il nostro sarebbe un sistema prosciolto da vincoli; allo Stato solo il compito di limitare gli eccessi? Ma una malattia come il gioco e l’azzardo è un sintomo che andrebbe letto ed inquadrato in uno stato sociale consapevole, ovvero nella disperazione collettiva di chi non arriva al 15 del mese, o peggio di chi è disoccupato. Converrà dunque cantare, farsi ammaliare dalla pubblicità occulta dell’Italiano medio; l’importante è che siamo consapevoli che la “fortuna (suggerisce il critico Giacomo Papi) è ciò che resta quando il lavoro smette di essere il modo più sicuro di costruire ricchezza”.

Non prendiamocela troppo con quella sfortunata impiegata truffaldina, che pure un lavoro ce l’aveva: si è solo ammalata, suo malgrado.


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