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I viaggi di Erodoto, Kapuściński, Idrisi,Slavenka Drakulić...ma tutto comincia con un particolare viaggio in Sicilia
di Pina La Villa - sabato 3 settembre 2005 - 4594 letture

Viaggiatori

25 luglio 2005

Sono cominciate le nostre vacanze, i nostri primi viaggi sulla scorta del libro acquistato a Scicli, Castelli medievali di Sicilia. Guida agli itinerari castellani dell’isola.

Sabato siamo stati a Mussomeli, passando per piazza Armerina, Barrafranca, Pietraperzia e tutta la strada interna della provincia di Caltanissetta ed Enna, in pratica il centro esatto della Sicilia, la sicilia dei briganti e dei mafiosi, del grano dei romani, dei castelli dei feudatari e dei latifondi solitari, delle miniere di gesso.

Il filo conduttore del viaggio è stato il silenzio. Piazza Armerina e Pietraperzia sono due città luminose, fresche e silenziose, pulite. Avverti un tempo quieto, senza fretta e agitazione.

E poi: Comiso, di notte, ancora una volta una città silenziosa (e quindi, mi sembra, più nostra, più disposta a farsi conoscere). Echi di Bufalino, e delle lotte degli anni ottanta contro i missili a Comiso, per la pace.

Pausa di riposo, poi, Vendicari, una giornata di vero mare, immersione nel paesaggio tipico della zona, con la passeggiata per tutto il percorso dell’area protetta di Vendicari, dalla prima spiaggia dell’ingresso fino alla famosa spiaggia di Calamosche, passando per la rocca e la tonnara in via di ristrutturazione.

Giovedi partenza per Trapani - sulla strada visitate Falconara e Siculiana con i loro castelli e le loro spiagge, e ritorno sabato notte, dopo aver visitato Erice, Mozia, le saline e i mulini a vento, la cantina sociale di Birgi, Marsala, Mazara del Vallo - dove ho mangiato una zuppa di cozze ottima e abbondante - lo Zingaro, Selinunte, Custonaci.

7 agosto 2005

Riprendo finalmente a leggere “In viaggio con Erodoto” di Ryszard Kapuściński, Feltrinelli, 2005

Ryszard Kapuściński è nato a Pinsk, in Polonia orientale, oggi Bielorussia, nel 1932. Dopo gli studi a Varsavia ha lavorato fino al 1981 come corrispondente estero dell’agenzia di stampa polacca PAP. Ha scritto diversi libri-reportage, in Italia tutti pubblicati da Feltrinelli: Il Negus. Splendori e miserie di un autocrate(1983); Imperium(1994); Lapidarium.In viaggio tra i frammenti della storia(1997), Ebano (2000); Shah-in-shah (sulla rivoluzione komeinista in Iran nel 1979 - 2001); La prima guerra del football e altre guerre di poveri (2002).

Si comincia con il racconto della “fortuna” di Erodoto in Polonia durante il regime comunista. E’ strano pensare alla censura di un autore come Erodoto, dice Kapuściński, ma il regime ha paura di ogni allusione, e in Erodoto se ne trovavano tante, come quella del tiranno di Corinto nel V libro.

In Polonia, il paese di Kapuściński, le “Storie” di Erodoto uscirono in libreria nel 1955, due anni dopo la morte di Stalin.

Detto questo, il racconto prosegue con la giovinezza di Kapuściński, negli anni cinquanta. E il suo desiderio di “varcare la frontiera”. Ci riuscirà. Il primo viaggio è per l’india, passando per Roma, dove nota il primo scontro fra oriente e occidente:

“In realtà lo scontro tra Oriente e Occidente non si svolgeva solo nei poligoni di tiro, ma in tutti i settori della vita. Se l’Occidente vestiva leggero, l’Oriente, per contrasto, vestiva pesante; se l’Occidente indossava abiti attillati, l’Oriente adottava la linea a sacco. Chi arrivava da Oltrecortina non aveva bisogno del passaporto, lo riconoscevano alla prima occhiata”. (p. 18)

Il primo viaggio in India pone il problema della sua impreparazione: non conosce l’inglese. Legge Hamingway, ma non basta. Come aveva fatto Erodoto con le lingue? Kapuściński comincia a guardare i cartelli e a segnare i vocaboli che impara giornalmente . E comincia a farsi un’idea, anche se è impossibile. Scopre l’importanza dell’umiltà. Non si può pretendere di conoscere una cultura senza un’adeguata preparazione.

Tutto è sacro in India, a Delhi. Il libro prosegue così, fra descrizioni contemporanee (anni ’50, la questione del canale di Suez) e incursioni nelle descrizioni di Erodoto. Ancora India: infinità vertiginosa. Induismo: numero infinito di divinità e quindi di luoghi di culto.

Della sua vita di giornalista e della storia di cui è stato testimone, Kapuściński riporta alcuni avvenimenti importanti, riuscendo a farli comprendere senza nessun riferimento alle formule astratte o ad astratte categorie interpretative storico-politiche. Sono l’orizzonte appunto della sua vita di giornalista, ma non solo. Sono i temi che ha già trattato nei suoi reportage, ma adesso intrecciati con le vicende raccontate da Erodoto, con le storie di uomini e donne mossi dalle passioni e dalle paure di sempre, le stesse che Eschilo, Sofocle ed Euripide mettevano in scena allora. Erodoto racconta dei persiani e dei greci, delle loro guerre e delle loro alterne vicende, e la domanda sul perché, sulle cause delle guerre è “chi ha comnciato?”.

Kapuściński racconta ancora di guerre, è inevitabile:

“Nel corso degli anni cinquanta il colonialismo di stampo ottocentesco si esaurì non solo in Asia e in Medio Oriente, ma anche in Africa, dove la decolonizzazione assunse toni particolarmente aspri e drammatici a causa delle resistenze con cui le potenze europeee in declino tentarono di opporsi al crollo dei loro imperi” (De Bernardi-Guarracino).

10 agosto 2005

Le scarpe

La copertina del libro di Kapuściński è una foto che ritrae delle scarpe da uomo, coi lacci, vecchie, consumate soprattutto nella punta, grigie... calzate non si sa da chi, perchè si vede solo l’estremità, una specie di veste scura che arriva fino ai piedi e la terra su cui i piedi poggiano. Certo, le scarpe evocano l’idea del viaggio, il viaggio come probabilmente lo faceva Erodoto, soprattutto a piedi. Ma le scarpe hanno anche un’altra storia nel libro del giornalista polacco, forse la storia più “privata” che racconta.

“Da Calcutta andai ad Hajderabad. Il viaggio nel Sud fu molto diverso dalle penose esperienze del nord. Il Sud sembrava sereno, calmo, sonnolento e un po’ provinciale. [ Legge Hamingway e padre Dubois, capitolo sulle caste]: la società indiana era divisa in quattro caste. La più alta, quella dei brahmani, era composta da sacerdoti, uomini dediti ai probelmi dello spirito, pensatori che indicavano il cammino; al di sotto veniva la casta degli kstriya, composta da guerrieri e governanti, uomini d’arme e di politica; la terza, ancora più in basso, era quella dei vaiśya, comprendente mercanti, artigiani e contadini; l’ultima, quella dei śūdra, era composta da lavoratori manuali, servi e braccianti[sottocaste, problema dell’infinità vertiginosa. Palazzo del rajah.Folla di servi] L’unica cosa che li accomuna è il fatto di essere scalzi. Per quanto adorni di ricami, e alamari, broccati e cachemire, girano tutti a piedi nudi. Questo particolare attirò la mia attenzione, vista la mia fissazione per le scarpe. Una fissazione che risale alla guerra e agli anni dell’occupazione. L’inverno 1942 era alle porte e io non avevo scarpe. Quelle vecchie erano a pezzi e mia madre non aveva i soldi necessari per compramene un paio nuovo. Le scarpe alla portata dei polacchi costavano quattrocento złoty, avevano la tomaia in grossa tela impermeabilizzata con mastice nero e la suola in legno chiaro. Dove trovare quattrocento złoty?[ vende le saponette verdi, ma non tutte. Con l’aiuto del vicino riesce a comprare le scarpe per resistere al freddo]. Adesso qui, in India, la vista di quei milioni di persone senza scarpe mi dava un senso di familiarità, tanto che a volte mi sembrava di stare a casa mia.”

Nel dicembre 1956, quando ritorna in Polonia, “la gente continuava a rientrare dai gulag” (p. 41)

Al rientro, avendo capito che occorre umiltà per conoscere una diversa cultura, comincia a leggere e a studiare. Legge Paul Deussen, Compendio di filosofia indiana, 1914 ; Mahabharata (220.000 versi di sedici sillabe: otto volte di più dell’Iliade e l’Odissea messi insieme); testi sulloYoga, attraverso i quali riflette sul respiro;Tagore; Upanishad: canti filosofici di 3.000 anni fa.

“Scoprivo che un medesimo viaggio si poteva prolungare, ripetere e moltiplicare attraverso la lettura di libri, lo studio delle mappe, l’osservazione delle immagini e delle fotografie” (p. 51)

11 agosto 2005

Autobiografia In “In viaggio con Erodoto” Kapuściński racconta il suo personale rapporto con Erodoto, col suo libro cioé, perché di lui non sappiamo molto, come del resto non sappiamo molto di Kapuściński. .

Nato tra il 490 e il 480 a.C.,

“Di sé Erodoto racconta solo di essere nato ad Alicarnasso. Alicarnasso si stende su un golfo dolce e armonioso come un anfiteatro, in quel meraviglioso angolo di mondo dove la riva occidentale dell’Asia incontra il mediterraneo. E’ il paese del sole, del caldo, della luce, degli ulivi e delle viti. Viene istintivamente da pensare che chiunque sia nato in un posto simile debba per forza avere il cuore buono, la mente aperta, il corpo sano e un’inalterabile serenità di spirito”. (p. 47)

Anche di Kapuściński sappiamo poco. E’ solo parlando dei suoi viaggi e di quelli di Erodoto che racconta di sé, della sua vita e del suo lavoro, lavoro di giornalista che cerca di varcare i confini dello spazio per conoscere il mondo in cui vive, ma che, spesso, varca anche i confini del tempo, perché come dice Eliot nel suo saggio su Virgilio del 1944, citato da Kapuściński a p. 248:

“Nella nostra epoca” esiste “un provincialismo relativo non allo spazio bensì al tempo che considera la storia una pura e semplice cronaca degli accorgimenti umani i quali, una volta compiuta la loro funzione, sono finiti nella spazzatura ; un provincialismo secondo il quale il mondo è una proprietà esclusiva dei vivi, dove i morti non detengono quote di mercato. Il rischio di questo genere di provincialismo è che tutti quanti noi, popoli del pianeta, diventiamo provinciali in blocco e che a chi non è d’accordo non resti altra scelta che diventare eremita”.

Inevitabile quindi per Kapuściński la sintonia con Erodoto e la voglia di raccontarlo, ovviamente a modo suo, ridandogli la voce dei suoi mille racconti e intrecciandola con quella che alla fine è proprio l’autobiografia dell’autore..

Nell’autunno del 1957 Kapuściński è in Cina

17 agosto 2005

Continua il nostro viaggio fra i castelli di Sicilia Andiamo a Ossena, una contrada tra francofonte e scordia dove doveva esserci un castello indicato nella guida. Solo che non avevamo appresso le indicazioni precise (il librone è troppo pesante) e quindi o abbiamo sbagliato o il castello non c’è più, neanche sotto forma dei disordinati resti di altri castelli.

Abbiamo però trovato un panorama stupendo, un posto che se non è quello del castello potrebbe esserlo, ci sarà stato sicuramente in passato una torre, una rocca o cose del genere. Da una tenuta in fase di creazione - avevano appena dissodato il terreno e costruito il muro di cinta e l’ingresso - il panorama comprendeva Scordia, Lentini, Carlentini, il lago, il mare e tutta la campagna attorno.

Sergio è in vacanza e stiamo riprendendo la nostra ricerca dei castelli, oggi l’itinerario dovrebbe essere Mazzarino, Butera, Acate, Comiso, con breve sosta ad Acate per un bagno.

I paesaggi e il silenzio di queste vacanze sono stati unici, anche se più familiari di così non si poteva...

18 agosto 2005,

Ancora viaggio, col cappello del turista (altre volte abbiamo percorso queste strade e visto qualcuno di questi paesi, ma è stato diverso, avevamo il cappello del siciliano residente). E, col cappello del turista, la Sicilia è proprio bella. Ieri, per esempio, abbiamo fatto un itinerario che ha compreso collina e mare e tutti i colori del paesaggio: la terra rossa fra Acate e il mare, la terra arida, il giallo del grano attorno a Mazzarino e Butera, il blu del mare di Marina di Acate (Lido Macconi), il verde-grigio degli ulivi, la pietra dorata delle chiese, con gli inserti di cotto rosso nella malta attorno ai pezzi (motivo scoperto nella fuggevole visita a S. Cono, sulla strada tra San Michele di Ganziria e Mazzarino) e, ancora, silenzio e pulizia (ancora San Cono, e Mazzarino), le bandiere verde-bianche per la festa di San Rocco a Butera, la luce limpida e fresca di Mazzarino nel lungo viale cittadino con la piazza lunga e gli anziani seduti davanti ai circoli che si alzano al passaggio del funerale sottolineato dal suono delle campane della chiesa che non abbiamo visto. Ma, per andare per ordine, ieri abbiamo visitato i castelli di:Garsiliato (o Grassuliato); Mazzarino; Butera; Acate (l’escursione finale a Chiaramonte, che avevamo già visto, è stata solo mangereccia, c’era la sagra del gallo nella contrada vicino al santuario di Gulfi).

Vallate, colline e torrenti, paesaggio mosso, ondulato. Mi occorre una buona cartina fisica della Sicilia dove collocare i castelli per capirne meglio le intense relazioni col territorio. Il territorio è stato a lungo dominato dalla famiglia Branciforti: cominciano in pratica - almeno per quanto ne so attualmente - dal feudo di Mazzarino (è il più antico in cui si trova il loro nome, nome di una famiglia di origini piacentine, a Mazzarino nel 1292) ma si espandono poi a spese dei vari signori locali (per lo più catalani) alla fine del XV secolo e nel corso del XVI (vedi Butera, Scordia).

19 agosto 2005

In “In viaggio con Erodoto” uno dei temi più interessanti, per me, è il fatto che la curiosità, la conoscenza si autoalimentano, e la curiosità o meglio la passione per le vicende umane è passione per la lettura e per l’osservazione della realtà.

Girando la Sicilia e leggendo Kapuściński non poteva non venirmi in mente di dotarmi di una guida. Qualche anno fa ho letto Goethe, ma in questo caso non può servirmi molto, visto che Goethe rimuove la parte medievale della storia e quindi anche dell’architettura siciliana. Allora mi sono procurata un piccolo libretto, della Edibisi, casa editrice siciliana specializzata, che ha riproposto, fra l’altro, testi di viaggiatori stranieri in Sicilia. Il libro, a cura di Carlo Ruta, ripropone passi de “Il libro di Ruggiero” di Edrisi (Al-Idrisi) che descrivono la Sicilia. Le osservazioni sono però troppo scarne, essenziali, anche se suggestive.

Idrisi descrive un percorso ordinato, una prima parte partendo da Palermo per parlare di tutte le città marittime, costiere, completando il giro per tornare di nuovo a Palermo. Poi descrive le città dell’interno e qui si parla delle rocche, quelle che esistevano ai tempi di Idrisi.. “I trentacinque paesi [nominati dianzi] giacciono sul mare. Assai più quelli dentro terra, tra fortezze, rocche ed [altri] luoghi abitati”. La zona che abbiamo percorso in questi giorni - da Butera a Ragsua, Comiso, Acate, la valle del Fiume Salso che nasce dai Monti Erei e sbocca a Licata (che non abbiamo visto) -viene così descritta, a partire dal fiume Salso:.

“Il capo e scaturigine del quale torna alla Sa Crâ Nizâr (la boscaglia di Nazar) quella che sovrasta a G. flah (leggasi Gankah, comune di Gangi), alla distanza di un miglio e mezzo. Scendono le acque verso mezzogiorno di faccia a questo paese, che rimane discosto un miglio [dal fiume]. Il quale indi arriva ad ’Al Hammah (l’acqua termale); donde trapassa al casale che addimandasi Hurâqah, e lascia questa a diritta, a un trar di sasso. Questo casale giace a sei miglia da ’Al Hammah. Fin qui l’acqua è dolce: arrivato al territorio di M.hkan il qual casale gli rimane a diritta, il fiume, pria di passar oltre, entra in certi stagni salati e vi divien salso [veramente]. Tocca indi il lato occidentale del territorio di Castrogiovanni e l’orintale di quello di Caltanissetta; dalla quale passa a distanza di cinque miglia, per entrare nel contado di ’Al Hagar ’al matqub (pierre percée, comune di Pietraperzia) e presso questa arriva alla distanza di due miglia. Lasciatela a levante, trapassa a levante di Qarqudi, com’abbiam detto, dal qual paese il fiume si discosta per nove miglia, poco più o poco meno. Lì storcendo corre dritto a ponente; ma arrivato verso Licata, volge a mezzogiorno e mette foce a piccola distanza da quella [città]. Da Qarqudi a Butera verso mezzogiorno corron dodici miglia per le montagne e ventiquattro per altro cammino”.[...] Da Butera poi a Salîâtah (Qasr, o Gâr Salîâtah, Grassiliano o Garsiliato) si contano dodici miglia verso levante declinando un poco a tramontana. Il casale di Garsiliato giace su una pianura solcata da fiumi; ha terre feraci da seminare, ubertosi [poderi] vicini l’uno all’altro e abbonda di produzioni del suolo.[...]

20 agosto 2005

Nell’autunno 1957 Kapuściński è in Cina...

Mi documento: “Lo sviluppo industriale, negli anni cinquanta, fu guidato da tecnici e consiglieri sovietici, i quali proponevano il modello di pianificazione e industrializzazione accelerata già sperimentato in Urss. Fra il 1958 e il 1960 fu intrapresa la campagna per il “grande balzo in avanti”, che doveva in quindici anni consentire alla Cina di raggiungere i livelli di produttività della Gran Bretagna e l’autosufficienza economica, realizzando un rapporto fra industria e agricoltura sul modello dei piani quinquennali sovietici. Ma i risultati furono insufficienti, essenzialmente a causa dell’incapacità dell’agricoltura di elevare i suoi livelli di produttività e sostenere lo sviluppo complessivo dell’economia. Il fallimento di questa politica, condotta attraverso una mobilitazione eccezionale dei lavoratori delle comuni e una propaganda martellante da parte del partito, rafforzò le posizioni di coloro che criticavano il modello sovietico. Le relazioni fra i due paesi si deteriorarono fino al gesto di rottura dell’Urss, che nel 1960 ritirò ritirò i propri tecnici e i programmi di assistenza allo sviluppo industriale. Lasciata isolata, la Repubblica popolare cercò una propria strada, che prevedeva un approccio più pragmatico alla produzione agricola, che venne incentivata e sostenuta, mentre il processo di industrializzazione proseguiva lentamente.”(De Bernardi-Guarracino)

Le vicende del giornalista in Cina sono così raccontate: “parlavamo tutti russo”. Ma Kapuściński arriva nel momento della crisi. Tutti sono gentili con lui ma nessuno parla di cose concrete né lo aiutano a raccogliere notizie, anzi “il collega Li” lo controlla anche quando è nella sua stanza a leggere (che è l’unica cosa che fa durante il soggiorno), infatti la porta è costantemente aperta.

Kapuściński legge le Memorie di Mao, ma anche il libro di Chuang-tzu, taoista fervente, pieno di dubbi e ci fa confrontare la scrittura epica delle memorie di Mao della lunga marcia e quella di Chuang-tzu,che ha come modello Hu Ju, grande saggio del Tao. Dice Chuang-tzu: “Quando Jao - leggendario sovrano della Cina - gli offrì di prendere il potere, egli si lavò le orecchie contaminate da quella notizia e si rifugiò sul disabitato monte K’i-scian.”

Impossibile, per Kapuściński, fare il giornalista in Cina in quel periodo. “Il collega Li, che avrebbe dovuto essere il mio tramite con il mondo esterno, in realtà era una barriera impenetrabile”.

Approfondisce quindi lo studio del pensiero cinese e ci offre il confronto fra cinesi e indiani. Tornato in Polonia cambia redazione, viene assunto dall’Agenzia di Stampa Polacca dove gli affidano le questioni dell’estremo oriente.

22 agosto 2005 La memoria e la storia

“Tutti noi sappiamo poco di tutto, ma dei paesi che mi erano stati assegnati non sapevo assolutamente niente. La notte sgobbavo per aggiornarmi sulle guerriglie nelle giungle della Birmania e della Malaysia, sulle rivolte a Sumatra e Celebes e sui ribelli Moro nelle Filippine. Il mondo ricominciava a sembrarmi un argomento sconfinato, impossibile da approfondire e dominare” (p. 72)

Iniziano così i capitoli su Erodoto, sulla memoria e il racconto, sui motivi delle guerra e inizia il racconto anche - inframmezzato da riferimento alle guerre in atto - delle guerre persiane, di Dario, Serse, e della regina Tomira Si, dice Kapuściński, il titolo del libro di Erodoto è Storie, ma storia in greco, “a quei tempi...aveva piuttosto il significato di ’indagine’ o di ’ricerca’.

In realtà i “ferri del mestiere” di Erodoto sono soprattutto la sua curiosità e i suoi viaggi, la voglia appunto di sapere.

Kapuściński cita molte storie di Erodoto e sue (per esempio quel che accade in Algeria nel 1965, quando un colpo di stato sostituisce Ben Bella con Boumedienne) ma il capitolo dal titolo “La memoria sulle strade del mondo” e quelli conclusivi (“La scoperta di Erodoto” e “Stiamo nelle tenebre, circonfusi di luce”) mi sembrano i più interessanti - quelli in cui Kapuściński scopre il senso della sua attività di giornalista e io nuovi significati della storia e del suo racconto. Qui, anche, Kapuściński traccia più esplicitamente la psicologia di Erodoto - che è poi la sua:

Erodoto è sostanzialmente un curioso, un viaggiatore, un viaggiatore nello spazio e nel tempo ( a differenza della maggior parte degli uomini, dice Kapuściński ). Di se stesso Kapuściński dice infatti che mentre all’inizio della sua carriera il suo desiderio era varcare la frontiera (in senso spaziale se non propriamente politico) man mano, anche grazie ad Erodoto, ma soprattutto a causa della stanchezza che a volte lo prendeva dei tempi presenti, il suo desiderio diventò quello di varcare le frontiere del tempo. Per far che? Per raccontare storie, per tramandare il mondo.

”Lo interessa l’ieri, il passato che scompare: ha paura che ne svanisca la memoria e che vada perduto. Ciò che ci rende uomini e ci distingue dagli animali è la nostra capacità di narrare storie e miti: condividere storie e leggende rafforza il senso di comunità, unica condizione alla quale l’uomo può vivere. Mancano ancora duemila anni alla comparsa dell’individualismo, dell’egocentrismo e del dottor Freud. Per il momento la sera la gente si riunisce in grande tavolate davanti al fuoco o sotto un albero, meglio se in vicinanza del mare, per mangiare, bere vino e chiacchierare. Alle chiacchiere si intrecciano racconti e storie d’ogni genere. Se per caso capita un viandante di passaggio, lo si invita a sedersi e ascoltare. Il giorno dopo il viandante riparte per altri luoghi dove verrà ugualmente ben accolto. Una dopo l’altra le serate si accumulano e se il viandante ha buona memoria ( e quella di erodoto doveva essere prodigiosa) mette insieme un patrimonio di storie. Questa fu una delle fonti alle quali attinse il nostro greco. La seconda fu ciò che vedeva. La terza, ciò che pensava.”(p. 247)

Ma quello che più conta è la curiosità, la voglia di conoscere, che mette insieme il viaggiare nello spazio e nel tempo, perché nascono dalla stessa passione per le vicende degli uomini.

“Erodoto, infatti, va alla scoperta dei suoi mondi con l’entusiasmo e la passione di un bambino. La sua scoperta principale è che i mondi sono molti e tutti diversi. Che sono tutti importanti e che bisogna conoscerli, poiché le altre culture sono specchi che riflettono la nostra, permettendoci di capire meglio noi stessi. E’ impossibile definire la propria identità finché non la si è confrontata con le altre”. (p. 242)

“Lo scrittore ci mostra la storia del mondo attraverso il destino dei singoli; nelle pagine del suo libro, destinato a tramandare la storia dell’umanità, è sempre presente l’individuo concreto, la singola persona con un nome preciso: grande o mediocre, generosa o crudele, vittoriosa o infelice” (p. 240)

Erodoto è consapevole dei limiti della ricostruzione storica e li affronta così:

“Raccogliendo senza sosta materiali per la sua opera e interrogando testimoni, aedi e sacerdoti, scopre che ognuno di essi ricorda cose diverse in modo diverso. Inoltre, parecchi secoli prima di noi, scopre una subdola e fondamentale caratteristica della memoria, vale a dire che la gente ricorda non quanto è realmente accaduto, ma ciò che vuole ricordare . Ognuno vede la realtà a modo suo, ognuno vi aggiunge i propri ingredienti. Il che rende impossibile ricostruire il passato nella sua verità storica: tutto quello che possiamo ottenere sono varianti più o meno verosimili, più o meno rispondenti alla nostra mentalità odierna. Il passato non esiste. Esistono solo le sue infinite versioni.Erodoto è consapevole di questa difficoltà, ma non si arrende; prosegue le sue indagini, su ogni fatto cita diverse opinioni, oppure le respinge tutte in quanto assurde e contrarie al buonsenso. Anziché registrare passivamente, partecipa attivamente alla creazione di quella meravigliosa arte che è la storia: quella di oggi, quella di ieri e quella dei tempi più remoti” (p. 240)

2 settembre 2005 I libri di Kapuściński

Erodoto racconta dei persiani e dei greci, delle loro guerre e delle loro alterne vicende, e la domanda sul perché, sulle cause delle guerre è “chi ha comnciato?”. Kapuściński racconta ancora di guerre: “Nel corso degli anni cinquanta il colonialismo di stampo ottocentesco si esaurì non solo in Asia e in Medio Oriente, ma anche in Africa, dove la decolonizzazione assunse toni particolarmente aspri e drammatici a causa delle resistenze con cui le potenze europeee in declino tentarono di opporsi al crollo dei loro imperi” (De Bernardi-Guarracino).

Ma Kapuściński - ed Erodoto - oltre alle guerre raccontano altro, raccontano gli usi e i costumi, la vita, i sogni, le paure, ed entrambi sono affascinati proprio da ciò che oggi ci fa paura: la diversità.

I reportage affrontano i temi più spinosi del mondo contemporaneo e la storia che l’autore si è trovato a vivere, ma racconta anche di popoli che non conosciamo, che non vogliamo conoscere e non vogliamo capire.

In La guerra del footboll ad essere raccontate sono l’Africa e l’America Latina. Gli anni e i problemi sono quelli tra la fine degli anni cinquanta e la fine degli anni sessanta. E finalmente ce li sentiamo viciie e un po’ più comprensibili i nodi della loro storia e del loro presente. “In Africa cominciavano a nascere degli stati, gli stati compravano armi e molti giornali stranieri si chiedevano se tutto il continente non stesse per muovere alla conquista dell’Europa." Il titolo fa riferimento invece alla guerra fra poveri fra Honduras e il Salvador.

Come avviene la rivoluzione in Iran? Quali sono le sue origini? Quali saranno gli esiti? Cosa può offrire Khomeini più dello scià, che aveva promesso di "creare un’altra America nel corso di una sola generazione"? Troviamo tutte queste domande nel libro Shah-in-shah e capiamo meglio non solo la rivoluzione ma il popolo erede degli antichi persiani.

In Negus, un ritratto insolito di Ras Tafari (1892-1975), ultimo imperatore d’Etiopia dal 1930 con il nome di Hailè Selassiè I, deposto da un colpo di stato il 12 settembre 1974. Una ricostruzione a più voci della vita di corte, dell’arte di governo e di una società, a metà tra l’analisi storica, il reportage e l’opera narrativa. Uno sguardo ironico e stupefatto sull’universo grottesco di ogni dispotismo.

Ebano “Questo libro non parla dell’Africa, ma di alcune persone che vi abitano e che vi ho incontrato, del tempo che abbiamo trascorso insieme. L’Africa è un continente troppo grande per poterlo descrivere. È un oceano, un pianeta a sé stante, un cosmo vario e ricchissimo. È solo per semplificare e per pura comodità che lo chiamano Africa”.

“Lapidarium: piazza di città, cortile di castello, patio di museo dove si raccolgono frammenti di edifici e sculture. Qui un pezzo di torso, lì una scheggia di mano, là ancora un avanzo di cornicione o di colonna: tutte parti di un intero (che non esiste più, non esiste ancora o non è mai esistito) la cui forma globale non si può ricomporre. Resteranno come testimonianze del passato, come tracce, come segni? Oppure, dentro questo nostro mondo in espansione, sempre più caotico e difficile da decifrare, tutto procede nella direzione del collage, del libero accostamento di frammenti e quindi del lapidario?” Mago del reportage, giornalista sorretto da rigorosi studi storici, viaggiatore curioso e mai turista, politologo e decifratore di segni sociali, Kapuscinski compone un variegato mosaico di brani. Nella pagina di diario (che può andare dal ricordo di Pinsk all’immagine dello zoo di Abu Dhabi), nell’analisi politico-economica di avvenimenti recenti (che spazia dalla questione della "polonità" a quella del terzo mondo), nel resoconto degli incontri con artisti e intellettuali come con la vicina di casa, nella critica dei libri di oggi e dei secoli scorsi, l’autore tasta il polso a un mondo sempre zeppo di informazioni e immagini mistificate che, invece di chiarire le idee al pubblico, lo distolgono dalla verità. Diagnosi acute e prive di pedanteria spiazzano con eleganza i luoghi comuni predicati dai media e restaurano più autentiche correlazioni di senso. Che parli di televisione, giornalismo, letteratura, cinema, musica pop o comunicazione in genere, Kapuscinski sfronda le informazioni e mette in guardia da ciò che è futile o solo marginale. Tra le pietre miliari che compongono il suo lapidario non poche indicano "direzione pericolosa". (Dalla scheda di copertina del libro Feltrinelli)

In Imperium ci facompiere un viaggio attraverso terre, realtà, storie per lo più ancora sconosciute, durante il dissolvimento del grande Impero sovietico, dall’arrivo dell’Armata rossa nella città natale Pinsk alla deportazione in Siberia e ai soggiorni in Asia centrale al ritorno nei territori dell’Impero che va sbriciolandosi.

3 settembre 2005

Riporto per riaffermare:

“Lapidarium: piazza di città, cortile di castello, patio di museo dove si raccolgono frammenti di edifici e sculture. Qui un pezzo di torso, lì una scheggia di mano, là ancora un avanzo di cornicione o di colonna: tutte parti di un intero (che non esiste più, non esiste ancora o non è mai esistito) la cui forma globale non si può ricomporre. Resteranno come testimonianze del passato, come tracce, come segni? Oppure, dentro questo nostro mondo in espansione, sempre più caotico e difficile da decifrare, tutto procede nella direzione del collage, del libero accostamento di frammenti e quindi del lapidario?” Mago del reportage, giornalista sorretto da rigorosi studi storici, viaggiatore curioso e mai turista, politologo e decifratore di segni sociali, Kapuscinski compone un variegato mosaico di brani. Nella pagina di diario (che può andare dal ricordo di Pinsk all’immagine dello zoo di Abu Dhabi), nell’analisi politico-economica di avvenimenti recenti (che spazia dalla questione della "polonità" a quella del terzo mondo), nel resoconto degli incontri con artisti e intellettuali come con la vicina di casa, nella critica dei libri di oggi e dei secoli scorsi, l’autore tasta il polso a un mondo sempre zeppo di informazioni e immagini mistificate che, invece di chiarire le idee al pubblico, lo distolgono dalla verità. Diagnosi acute e prive di pedanteria spiazzano con eleganza i luoghi comuni predicati dai media e restaurano più autentiche correlazioni di senso. Che parli di televisione, giornalismo, letteratura, cinema, musica pop o comunicazione in genere, Kapuscinski sfronda le informazioni e mette in guardia da ciò che è futile o solo marginale. Tra le pietre miliari che compongono il suo lapidario non poche indicano "direzione pericolosa". (Dalla scheda di copertina del libro Feltrinelli)

Le stesse cose si potrebbero dire per il libro di Slavenka Drakulić , Caffé Europa, Il Saggiatore, 1997. Lo stesso stile, la stessa attenzione al particolare, la stessa capacità di cogliere gli aspetti essenziali delle realtà descritte - ancora viaggio, quindi, in questo caso nei paesi dell’est europeo, in particolare quelli che hanno vissuto la tragedia iugoslava. “Già, perché è proprio guardando i particolari della vita di ogni giorno che gli interrogativi sorgono, la riflessione si sviluppa e un tentativo di risposta viene formulato. Così, seguendo la vivace narrazione dei più svariati episodi, il lettore viene a conoscere i trucchi dei tassisti di Praga, le difficoltà nell’acquisto dei prodotti che incontrano i cittadini dei paesi dell’Est, il loro rapporto con il denaro, il loro strano modo di sorridere (o di non sorridere) con una bocca poco curata. Ma la Drakulić ci parla anche del milione di casematte disseminate sul territorio albanese, dei problemi urbanistici di Zagabria, dei vecchi leader (Tito, Ceausescu), dei nuovi (Tudjman, Milošević...) e delle classi emergenti. Preoccupato e incerto circa il proprio futuro, l’Est europeo sente fortissimo il retaggio del passato, di un clima che ha rallentato la formazione di una mentalità democratica. L’abitudine a sentirsi protetti, a contare su uno standard di vita basso ma assicurato, a demandare altrove la soluzione dei problemi e a non porsi troppe domande circa i propri diritti e doveri sembra essere una dimensione comune ai cittadini dell’Est. Su questa visione delle cose la Drakulić indaga non soltanto da un punto di vista psicologico, ma cercando di ricostruire le origini storiche e culturali di una civiltà contadina, spesso governata, prima del comunismo, da ordinamenti sostanzialmente feudali. Un mondo, insomma, dilaniato fra la nostalgia del recente passato marxista e un’ansia consumistica di imitazione, spesso disordinata, nei confronti dell’Occidente, un anelito di appartenenza che ha un nome, inciso come una preghiera sulle insegne degli alberghi, dei cinema e dei caffé dell’Est: “Europa”. (dalla quarta di copertina)

Slavenka Drakulić , croata, è nata nel 1949 a Fiume. Laureatasi in sociologia all’Università di Zagabria, giornalista. Tra le sue opere: Balkan Express (1992); Come siamo sopravvissute al comunismo (1994), Il gusto di un uomo (1995) tutte pubblicate in Italia dal Saggiatore


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