Sei all'interno di >> GiroBlog | Educare |

Viaggiare insieme, senza lasciare indietro nessuno: vacanze inclusive per i ragazzi autistici

di Laura Tussi - martedì 1 settembre 2026 - 283 letture

Il viaggio è una delle esperienze più profonde attraverso cui una persona può conoscere il mondo e, nello stesso tempo, conoscere se stessa. Cambiare luogo, incontrare persone diverse, scoprire paesaggi, linguaggi, sapori e culture significa uscire dai confini dell’abitudine. Ma perché il viaggio possa essere davvero un’esperienza di libertà, deve essere accessibile a tutti. Anche ai ragazzi autistici e alle loro famiglie.

Il turismo inclusivo non può essere considerato semplicemente una questione di servizi aggiuntivi, strutture adattate o attenzioni particolari. È, prima di tutto, una questione culturale e umana: significa riconoscere che esistono modi differenti di percepire il mondo e che nessuno di questi modi deve diventare un ostacolo al diritto di viaggiare, conoscere, divertirsi e partecipare alla vita sociale.

Per una persona autistica, infatti, il viaggio può comportare difficoltà legate alla rottura della routine, all’imprevedibilità, agli ambienti affollati e ai rumori, alle luci, agli odori o ad altri stimoli sensoriali. La preparazione e la conoscenza anticipata dei luoghi possono contribuire a rendere l’esperienza più serena, così come la possibilità di disporre di spazi tranquilli, tempi flessibili e informazioni chiare.

Ma fermarsi all’elenco delle difficoltà significherebbe commettere un errore fondamentale. Il ragazzo autistico non deve essere visto soltanto attraverso ciò che gli rende più difficile viaggiare. Deve essere considerato nella sua interezza: con i suoi desideri, le sue curiosità, le sue passioni, le sue capacità e il suo personale modo di entrare in relazione con gli altri e con l’ambiente.

JPEG - 158.7 Kb
I ragazzi di Andrea e la terapia del fiume

È proprio da qui che dovrebbe partire una nuova idea di turismo. Non chiedere alla persona di adattarsi a un modello rigido di vacanza, ma costruire l’esperienza intorno alla persona. “Adatta il viaggio alla persona con autismo, non la persona al viaggio”: è una delle indicazioni più significative contenute nelle riflessioni dedicate al tema. (GAM Medical)

Questo principio ha una portata che va ben oltre l’autismo. Ci obbliga a ripensare il turismo come esperienza di incontro e non soltanto come consumo di luoghi. Un albergo, un museo, una spiaggia, un parco, una città non sono veramente accessibili quando offrono soltanto un ingresso fisico. Lo diventano quando consentono a ciascuno di sentirsi accolto, compreso e libero di vivere quell’esperienza secondo le proprie possibilità.

L’inclusione, allora, passa anche da gesti apparentemente semplici: poter conoscere in anticipo come sarà un luogo, sapere quali rumori o affollamenti aspettarsi, avere la possibilità di fare una pausa, trovare un ambiente più tranquillo, avere personale capace di comprendere una situazione di difficoltà senza trasformarla in un problema. Anche strumenti come cuffie antirumore, oggetti sensoriali o dispositivi familiari possono contribuire a rendere più gestibile l’esperienza.

Ma soprattutto occorre cambiare lo sguardo. Una crisi, un comportamento insolito, un momento di chiusura non devono essere immediatamente interpretati come maleducazione, capriccio o disturbo. Dietro quel comportamento può esserci un sovraccarico, una paura, una difficoltà nel gestire un ambiente diventato improvvisamente troppo intenso. La vera accoglienza comincia quando impariamo a non giudicare ciò che non comprendiamo.

Anche la famiglia deve poter vivere il viaggio come un’esperienza di libertà e non come una continua successione di preoccupazioni. Troppo spesso i genitori di ragazzi autistici sono costretti a rinunciare alle vacanze, oppure a trasformarle in complesse operazioni organizzative. Il turismo inclusivo dovrebbe invece permettere alla famiglia di condividere il viaggio, senza che l’intera esperienza sia costruita intorno alla gestione delle difficoltà.

In questa prospettiva, la preparazione non significa ingabbiare il viaggio in un programma rigido. Al contrario, significa creare le condizioni perché possa esserci anche la spontaneità. Un itinerario conosciuto in anticipo, ma sufficientemente flessibile; attività scelte sulla base degli interessi del ragazzo; la possibilità di modificare il programma quando necessario: sono elementi che possono trasformare l’incertezza in una maggiore autonomia.

E proprio gli interessi personali possono diventare una straordinaria chiave di accesso al viaggio. Una passione per i treni può trasformarsi nella scoperta di una città attraverso le sue stazioni; l’interesse per gli animali può diventare l’occasione per conoscere un parco naturale; l’amore per la storia può condurre alla scoperta di un museo o di un sito archeologico. Il turismo diventa così educazione, relazione e conoscenza, senza che l’inclusione significhi rinunciare alla qualità dell’esperienza.

La stessa idea di accessibilità turistica sta progressivamente ampliandosi. Il portale ufficiale Italia.it parla di esperienze inclusive capaci di rendere destinazioni, strutture e servizi realmente fruibili da tutti, mentre sottolinea l’importanza di informazioni chiare e di percorsi culturali costruiti anche attraverso linguaggi e strumenti capaci di superare le barriere fisiche, sensoriali e cognitive.

Non è dunque sufficiente abbattere le barriere architettoniche. Esistono barriere sensoriali, comunicative, cognitive e soprattutto culturali. L’accessibilità autentica comincia quando una comunità si domanda non soltanto “come facciamo entrare questa persona?”, ma “come facciamo a farla sentire parte di questa esperienza?”.

In Italia esistono già esperienze che vanno in questa direzione. Alcune destinazioni hanno sviluppato progetti specificamente rivolti alle persone autistiche e alle loro famiglie. Castellabate, per esempio, nel 2026 ha ottenuto nuovamente la “Bandiera Blu per l’autismo”, riconoscimento assegnato alle località impegnate nell’accoglienza inclusiva e nell’organizzazione di attività rivolte a ragazzi autistici e famiglie.

Sono esperienze importanti perché mostrano che l’inclusione non è una teoria astratta. Può diventare una politica concreta del territorio e, nello stesso tempo, una nuova forma di cultura dell’ospitalità.

Il turismo, del resto, è per sua natura incontro con l’altro. Se è autentico, non può accettare che qualcuno rimanga fuori. Il viaggio ci insegna che il mondo non è costruito a nostra immagine e somiglianza: ci chiede di adattarci, ascoltare, osservare, comprendere. Per questo proprio il turismo può diventare un grande laboratorio di intercultura e di cittadinanza.

Un ragazzo autistico che parte, scopre un luogo nuovo, attraversa una piazza, entra in un museo, osserva il mare, incontra altre persone e torna a casa con un’esperienza nuova non sta semplicemente facendo una vacanza. Sta esercitando un diritto fondamentale: quello di partecipare alla vita del mondo.

E anche chi lo incontra durante quel viaggio può imparare qualcosa. Può imparare che la normalità non è una sola. Che esistono differenti modi di comunicare, di percepire, di stare insieme. Che l’accoglienza non consiste nel chiedere a tutti di comportarsi allo stesso modo, ma nel costruire uno spazio nel quale le differenze possano convivere.

In questo senso, il turismo inclusivo non è un turismo “per persone speciali”. È semplicemente un turismo più umano. Un turismo capace di restituire al viaggio il suo significato più autentico: partire senza lasciare nessuno indietro, incontrare la diversità senza averne paura e scoprire, alla fine del cammino, che il mondo è più grande proprio perché appartiene a tutti.


Nella foto: La Dory, una piccola imbarcazione bianca di appena sei metri, scivola lentamente sulle acque del Po trainata dal Bodingo. A bordo ci sono quattro ragazzi autistici – Andrea, Luca, Fabio e Peppo – guidati dall’educatore Andrea Grandi, che da oltre quindici anni trasforma il fiume in uno spazio di libertà, crescita e autonomia. Per loro la navigazione non è una semplice gita: è una terapia dell’anima, un modo per ritrovare serenità, imparare a stare insieme, vincere paure e costruire fiducia. Sul Po il rumore si attenua, l’ansia si scioglie e il tempo sembra rallentare: Andrea sorride al timone, Fabio ripete “come sto bene”, Luca ritrova il sorriso e Peppo rilassa finalmente lo sguardo. È il cuore del progetto nato nel 2010 nell’appartamento della famiglia Grandi, dove l’educazione passa attraverso la vita quotidiana, la condivisione e l’affetto. Perché l’inclusione non è assistenza, ma la possibilità di vivere esperienze autentiche, insieme, senza lasciare indietro nessuno.


- Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -