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Vedere il lato positivo della vita, nonostante tutto

C’è chi vuole trovare in un “sì” la risposta a tante domande, chi riesce – nonostante tutto – a vedere la vita dal suo lato positivo.
di Redazione - mercoledì 3 aprile 2019 - 1432 letture

Nel campo per sfollati di Ashti, in Iraq, incontriamo ogni giorno la loro tenacia gentile, e la voglia di ricominciare, soprattutto aiutando gli altri, e guardando oltre quello che la guerra e la violenza impongono. Si chiamano Farhan e Murad: sono abitanti di questo campo insieme alle loro famiglie, ma anche membri dello staff locale di EMERGENCY nel Centro sanitario che gestiamo ad Ashti. Farhan è un nostro promotore sanitario, Murad è un logista. Vogliamo presentarveli, raccontandovi di seguito le loro storie.

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Farhan ci insegna che la risposta, comunque vada, è si

Si può trasformare una porzione di tenda all’interno di un campo per sfollati abitato da oltre 11 mila persone in un “barber shop” attrezzato e molto frequentato? Per Farhan, che collabora da due anni con EMERGENCY nel Centro sanitario di EMERGENCY presente all’interno del campo di Ashti, in Iraq, la risposta è sì. Ad Ashti, Farhan, che ha 29 anni, vive insieme ai suoi genitori, tre sorelle e tre fratelli. Hanno lasciato Sinjar, una piccola città dell’Iraq nord-occidentale, vicino al confine siriano, oltre 4 anni fa.

“Era agosto quando l’ISIS ha attaccato Sinjar, e ha cominciato a rapire bambini e ragazze. Ci siamo dovuti rifugiare sulle montagne. Io ci sono rimasto per 38 giorni.” Prima di indossare le vesti di barbiere e parrucchiere per gli abitanti del campo, Farhan è un promotore sanitario: durante la sua giornata di lavoro, si occupa di sensibilizzare , anche i più piccoli, sui servizi del Centro. A tutti spiega come si possono seguire buone pratiche di igiene personale, come quella dentale, e informa sui rischi e sulla prevenzione di infezioni e malattie a cui la vita nel campo può frequentemente esporre.

“L’ISIS ha ucciso tutti i miei amici” – continua a raccontare Farhan, mentre attende nella sua bottega l’arrivo di un altro cliente. “Le cose che ho visto con i miei occhi prima di arrivare qui non riuscirò a dimenticarle mai.” Subito dopo, ci fa vedere il listino prezzi del suo shop: “Avevo un negozio di parrucchiere a Sinjar, che avevo aperto insieme al mio socio. Poi la città è stata distrutta.”

Per cercare di esorcizzare le esperienze e il dolore che ha vissuto e per far conoscere la realtà della guerra a chi non l’ha vissuta, Farhan compone poemi e storie per bambini e organizza rappresentazioni teatrali satiriche.

“Nelle mie opere parlo della mia vita, ma anche della vita quotidiana in questo campo.”

Dal suo sorriso e dal suo sguardo non pensereste che il passato che si è lasciato alle spalle continui a bussare alla sua porta ogni giorno. Si racconta sempre con il sorriso, mentre aggiusta il taglio dei capelli, la forma delle basette di un suo cliente, o cerca di rimediare al phon che non funziona quando la corrente elettrica all’interno del campo si interrompe all’improvviso.

È difficile pensare che si possa ricominciare a sorridere dopo aver visto così tanta violenza. Soprattutto in una giornata piovosa e fangosa, in una tenda senza elettricità di un campo per sfollati. Quali risposte restituisca la vita, e se per raccontare la guerra la realtà basti davvero, o serva anche il teatro, l’arte, la scrittura. Farhan ci insegna che, comunque vada, la risposta è sì.

“Tutti vogliono tornare a casa”

“Sono con voi, ma sono anche uno di loro.” Murad è un logista di EMERGENCY, ma anche un abitante del campo per sfollati di Ashti. Ed è per questo che riesce a raccontarci la vita in questo posto da entrambi i punti di vista. Tutti i giorni, grazie al suo lavoro, parla con molte persone e ascolta le loro storie.

“Vivo nel campo da tanti anni. Comprendo i bisogni delle persone, mi prendo cura di loro. Ed è proprio parlando ogni giorno con loro che capisco come le condizioni di questo campo non migliorino: le persone hanno problemi con l’acqua, devono pagare per avere l’elettricità. Ogni giorno è sempre la stessa storia. Credo che la situazione rimarrà così per molto tempo. Appena arrivati, anche noi abbiamo subito delle tensioni, e ancora oggi non sono scomparse: l’incontro e la convivenza della comunità araba con quella yazida è un esempio. Anche noi siamo yazidi. Siamo fuggiti dalle nostre case perché siamo perseguitati, molti altri sono stati uccisi.” Se c’è una cosa che mi ripetono tutti, quando parlo con loro, è che vorrebbero tornare a casa. Ma non possono. Non ci sono le condizioni di sicurezza per tornare indietro. Non possiamo saperlo, ma potrebbero attaccare di nuovo mettendo a rischio le nostre vite.”

“Cosa significa essere un logista qui dentro?” – gli chiediamo. “Tutto è logistica!” – ironizza Murad. “La prima cosa che faccio la mattina è verificare che la clinica sia pronta per ricevere i pazienti della giornata. Controllo il generatore, la presenza dell’acqua, mi occupo del trasferimento dei pazienti con i van negli ospedali di Arbat e Sulaimaniya, riparo i piccoli e i grandi problemi, insieme ai colleghi dello staff nazionale e internazionale. Sono molto orgoglioso del mio lavoro con EMERGENCY.” Nel campo Murad vive insieme alla moglie Lazima, e ai suoi 4 figli: Elyas (10 anni), Amany (8), Amelia, (7) e il piccolo Osama, che di anni ne ha 4.

“Siamo una grande famiglia” – commenta sorridendo mentre abbraccia una delle sue bambine mentre è impegnata a guardare i cartoni animati nella televisione presente all’interno della parte di tenda che di giorno è una sala, e di notte si trasforma una camera da letto familiare. Amany e Amelia, che la poca differenza di età fa assomigliare più a due gemelle che sorelle, sono appena tornate da scuola. Nel campo, la presenza delle organizzazioni internazionali garantisce la presenza di scuole, corsi e classi per i bambini.

Ad Ashti vivono circa 11.500 persone, di cui la metà sono proprio bambini.

“Le bambine frequentano la scuola ogni mattina dalle 8.30 alle 11.30, poi tornano a casa per il pranzo. La sera, chiedo loro come è andata la giornata. Parlo con gli insegnanti per capire il loro rendimento, insegno loro le parole in arabo e in inglese. Vorrei spronarle a fare sempre meglio perché quello che mi auguro è che ognuno di loro riesca ad avere il futuro che merita. Quando chiedo chi vorrebbero essere da grandi, qualcuno mi dice che vorrebbe diventare un dottore. Poi c’è il più piccolo, che cambia mestiere ogni giorno. Cerco sempre di fargli vedere il lato positivo delle cose.” Mentre parla, Murad ha un sorriso pacato, che trasmette serenità, pace. “Pace”, come il significato del nome di questo campo per sfollati: Ashti, in cui vive e lavora. Ma non sempre far vedere il lato positivo delle cose può bastare. Anche se sei un bambino.

“Alcune mattine, i miei bambini si svegliano dopo aver fatto degli incubi. Si avvicinano a me dicendo: ‘Papà, stanotte ho sognato l’ISIS’”. I miei figli non sanno perché la maggior parte delle persone sono qui. Sono troppo piccoli, ma quello che guardano in TV può avere un impatto sui loro pensieri. È anche per questo che appena troveremo il momento per tornarcene a casa, lo faremo. Sono sicuro che quasi tutti qui dentro la pensano così.”

Il Centro sanitario di EMERGENCY all’interno del campo per sfollati di Ashti è finanziato da “Aiuti umanitari e protezione civile dell’Unione europea”.


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